"La bellezza non è rara." ( J. Luis Borges)
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Vittorio Pica e il Giapponismo

Vittorio Pica e il Giapponismo

Vittorio Pica e il Giapponismo - Hiroshige, Santuario di Tenjin a Kameido, 1856

Hiroshige, Santuario di Tenjin a Kameido, 1856


Vittorio Pica e il Giapponismo - Monet, Lo stagno delle ninfee, 1899

Monet, Lo stagno delle ninfee, 1899

Il rinnovamento artistico europeo fin de siècle fu caratterizzato da un’evidente attrazione verso l’arte del Giappone. Gli europei consideravano l’arte giapponese come un preciso esempio di stile, libero da ogni tradizione accademica e legato ad un rapporto più vivo e diretto con la natura.

L’interesse per quest’arte si sviluppò in Francia e si diffuse poi rapidamente attraverso le esposizioni universali. Parallelamente vi fu una fioritura di trattatistica critica sull’arte giapponese e le sue tecniche e, nelle grandi capitali, sorsero dei negozi orientali alla moda. Basti pensare alla “Farmer & Rogers’ Oriental Warehouse” ,sorta nel 1862 a Londra, o a “La Porte Chinoise” e “L’Art Nouveau”, eleganti botteghe parigine.

Il Giappone, oltre che sulla pittura e sulla grafica, esercitò una notevole influenza sulle rinate arti applicate in Europa, per la raffinatezza tecnica ed estetica che presentava l’artigianato orientale, considerato alla stregua delle opere di arte pura. Anche l’architettura storica giapponese fu presa a modello, in particolar modo dagli inglesi, per la costruzione di dimore semplici e funzionali, in linea cioè con le necessità che la vita moderna imponeva.

In Italia l’arte giapponese non avrà un’influenza rilevante sugli artisti e sulle loro opere, essa venne infatti recepita da un ristretto gruppo di intellettuali che vi dedicarono un’attenzione non propriamente critica, ma per lo più circoscritta al gusto dell’oggetto e alla curiosità da chincaglieria.

Il più noto divulgatore dell’arte giapponese in Italia è, senza dubbio, Vittorio Pica, che si accostò a quest’arte attraverso la mediazione letteraria dei fratelli De Goncourt. I suoi scritti sono, per lo più, delle traduzioni di articoli o di testi francesi e denotano, spesso, la mancanza di una diretta e precisa conoscenza della cultura e dell’arte del Giappone. Per Pica il Giappone rappresenta un tentativo di evasione dalla realtà quotidiana, una sorta di rifugio estetico da una dimensione banalmente borghese, un mondo fatato che appaga le esigenze culturali, superando, quindi, l’arida informazione del semplice dato reale.

“[…] il pensiero migra giocondo verso l’estremo lembo dell’Oriente, verso quel singolare ed incantevole paese in cui tutto è minuscolo, tutto è grazioso, tutto è leggiadro […] che è la terra favorita dei sogni, che è il refugio ringiovanitore di tante moderne anime di artisti.” (Vittorio Pica, “Emporium”, marzo 1896)

Pica, pur con tutti i limiti della sua critica da raffinato conoscitore, ha il pregio di mettere in risalto la differenza degli schemi compositivi e spaziali dell’arte giapponese rispetto ai canoni accademici, e un pò di maniera, dell’arte europea. Per poterla comprendere è necessario infatti “spogliarsi dei ristrettivi criteri estetici dell’arte occidentale.”

Le novità fondamentali introdotte dagli artisti orientali, secondo Pica, sono il “senso del colore”, in netto contrasto con i toni cupi che l’accademia imponeva, l’idea di sintesi formale, “con la quale d’ogni oggetto che vogliono ritrarre, essi colgono i pochi tratti essenziali e rivelatori”, l’assimmetria della struttura compositiva che, “pur mantenendoli fedeli alla natura, lascia maggiore libertà alla loro fantasia.”

Pica riconosce ed individua, dunque, le particolarità tecniche e stilistiche di quest’arte, ma ciò passa in secondo piano nella sua trattazione, rispetto alla descrizione del semplice godimento estetico che la contemplazione dell’arte orientale provoca in lui.

Hokusai è, per Pica, l’autore più rappresentativo del Giappone, poichè fu in grado di innalzare l’arte dell’illustrazione del libro e dei livelli di insuperabile perfezione qualitativa. Dopo la morte di Hokusai, avvenuta nel 1849, l’arte giapponese subì un veloce declino, trasformandosi “in una speculativa e punto originale produzione di oggetti di bassa arte industriale da esportarsi in Europa.”

Quando l’interesse per l’arte giapponese si diffuse in Europa, infatti, il Giappone aveva da tempo aperto le porte all’occidente e, l’arte indigena, travolta dagli stili occidentali, aveva perso completamente le sue caratteristiche per entrare a far parte di un contesto artistico più aperto e variegato.

Pica ha il pregio di mettere anche in evidenza i legami che intercorrono tra l’arte giapponese e l’impressionismo europeo, segno di una notevole capacità critica dell’autore, peraltro, a volte, limitata da un’eccessiva idealizzazione nei toni. Pica, da elegante e raffinato intellettuale dell’epoca, ci presenta un Giappone del tutto immaginario, un luogo dove trova appagamento il desiderio di bellezza di un ristretto entourage di cultori dell’arte, avulso da una precisa attenzione storica e critica.

“Cosa invero si può immaginare di più gradevole per le pupille , come gamma sapientemente armoniosa di colore e come elegante rappresentazione di pittoresca scena di paese e di graziosi gruppi di figure, e di più suggestivo alla mente, come evocazione di lontane plaghe e d’insolite costumanze, delle scene briose e languide di suonatrici, danzatrici e voluttuose venditrici di sorrisis e baci […], dei paesaggi primaverilmente fioriti o invernalmente luccicanti di neve […], delle pompose scene teatrali o dei tragici episodi belligeri …”

Nel suo studio ed interesse per l’arte giapponese, Pica si dimostra nuovamente un critico antiaccademico e modernista, ribadendo il suo internazionalismo in fatto d’arte. Internazionalismo che lo contraddistinse e che lo portò ad amare le opere d’arte per il loro valore estetico, non in quanto retaggio di un glorioso passato che non è, per lui, sinonimo di qualità assoluta.

“[…] io mi sento spassionatamente cosmopolita nelle mie ammirazioni d’arte e l’entusiasmo pei beatificati maestri del passato non mi vieta e contrista, come pure troppo spesso avviene, quello pei maestri ancora contestati e non appieno compresi nel presente. Non vi è dunque da sorprendersi se qualcuna delle mie affermazioni sembrerà poco ortodossa ai bigotti della tradizione e scandalizzerà gl’intransigenti del nazionalismo artistico.” 

(Vittorio Pica, “Emporium”, ottobre 1906)

Vittorio Pica e il Giapponismo - Katsushika Hokusai, La Grande Onda

Katsushika Hokusai, La Grande Onda


Vittorio Pica e il Giapponismo - Katsushika Hokusai, Susino in fiore e luna, 1803

Katsushika Hokusai, Susino in fiore e luna, 1803

 

Vittorio Pica e il Giapponismo - Vincent Van Gogh, Rami di mandorlo in fiore, 1890

Vincent Van Gogh, Rami di mandorlo in fiore, 1890

 

Vittorio Pica e il Giapponismo ultima modifica: 2012-07-23T13:10:51+00:00 da barbara
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