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Piero Manzoni, arie d’artista

Piero Manzoni, arie d’artista

Ritratto di Piero Manzoni mentre firma una scultura vivente, 1961

Ritratto di Piero Manzoni mentre firma una scultura vivente, 1961

Forse ho più lo spirito dell’avventuriero che quello dell’artista. Ma io credo di avere parecchi spiriti.”

(Piero Manzoni)

L’enfant terrible della pittura italiana, il genio ribelle, la meteora che travolse le certezze consolidate del fare arte, questo e molto altro fu Piero Manzoni, un’artista dalla carriera fulminante ma capace di lasciare un segno indelebile.

Nato a Soncino nel 1933 da una famiglia borghese, visse le sue inquietudini ed incertezze giovanili nell’ambiente ricco e culturalmente aperto che la sua appartenenza sociale gli consentiva. Con i suoi modi da bravo ragazzo e l’eleganza di un lord, Manzoni comprese, prima degli americani e della cultura pop, i meccanismi della comunicazione ed il valore del consenso.

Figlio di quella generazione di artisti che dopo la travolgente esperienza di Burri e di Fontana si trovarono a dover fare i conti con una nuova visione dell’arte, Manzoni intervenne recidendo in modo definitivo il cordone ombelicale che ancora sopravviveva con l’opera tradizionale.

Sette anni di intensa vita artistica, morì ad appena ventinove anni, sette anni di energia pura, sette anni di creatività trasgressiva e libera da qualsivoglia condizionamento accademico, sette anni che bastarono a stravolgere la nozione di arte ed il ruolo dell’artista.

Le modificazioni non bastano, la trasformazione deve essere integrale – diceva – e quella di Manzoni fu una vera e propria rivoluzione che fece tabula rasa delle esperienze precedenti, riducendo l’arte ai suoi minimi termini e alle sue regole fondamentali.

Alla parzialità della realtà quotidiana, Manzoni rispose con la totale relatività dell’opera: nessuna metafora e nessun simbolismo si celano dietro la creazione artistica, l’arte sta lì nella superficie delle cose, in quella stessa superficie che connota la bidimensionalità del linguaggio, oggetto e soggetto della creazione stessa.

Piero Manzoni, Achrome, 1958

Piero Manzoni, Achrome, 1958

Gli Achromes del 1958 sanciscono il tramonto di ogni atteggiamento metafisico di fronte all’opera: essi sono soltanto ciò che si vede, una fenomenologia dello spazio, ridotto ad evento visivo e concreto. La materia di Burri ed i tagli di Fontana erano pur sempre tracce dello spazio reale e metafore delle forze della natura, le superfici bianche degli Achromes, rinviano invece solo a se stessi senza alcuna allusione ulteriore. Con gli Achromes Manzoni chiarì a se stesso e al pubblico i suoi fini: l’arte non deve rappresentare o alludere alla realtà, essa vive di vita sua propria e, come tale, esiste indipendentemente dalle esigenze espressive dell’artista.

La questione per me – spiegava Manzoni – è dare una superficie integralmente bianca (anzi integralmente incolore, neutra) al di fuori di ogni fenomeno pittorico, di ogni intervento estraneo al valore di superficie; un bianco che non è un paesaggio polare, una materia evocatrice o una bella materia, una sensazione o un simbolo od altro ancora; una superficie bianca che è una superficie bianca e basta (una superficie incolore che è una superficie incolore) anzi, meglio ancora, che è e basta: essere (e essere totale è puro divenire). Questa superficie indefinita (unicamente viva), se nella contingenza materiale dell’opera non può essere infinita, è però senz’altro infinibile, ripetibile all’infinito, senza soluzione di continuità.

E se l’arte non deve rappresentare nient’altro che se stessa, essa può risolversi in un gesto, in una provocazione o in una performance, abbandonando così, definitivamente, la superficie pittorica ed il manufatto artistico tradizionalmente inteso.

Il 21 luglio 1960 alle ore 19.00, Manzoni presentò alla Galleria milanese Azimut l’evento Consumazione dell’arte dinamica del pubblico divorare l’arte. L’avvenimento, da considerarsi il primo happening dell’arte italiana, invitava a visitare e collaborare direttamente alla consumazione dei lavori di Piero Manzoni. Di fronte allo sguardo sbigottito dei presenti, Manzoni fece bollire delle uova che, una volta sode, firmò con l’impronta del suo dito pollice: l’opera venne così consegnata al consumo, reale e metaforico, del pubblico presente. Uno sberleffo ai “consumatori” d’arte, a quei consumatori alla moda che acquistano solo ciò che è di gusto corrente senza avere alcuna idea sull’arte: dalle uova sode, ai Fiati d’artista, dalle Sculture Viventi, fino alle famosissime Merde d’Artista, Manzoni sviluppò la sua polemica contro il conformismo ed il consumismo imperante; il consumo culturale, alla fine, non produce che sterco culturale.

Quelli vogliono la merda e io gli do la merda, Manzoni contrariato dall’atteggiamento dei galleristi e dei conferenzeri, nel maggio del 1960 decise di inscatolare novanta scatolette di Merda d’Artista.

Piero Manzoni, Merda d'Artista, 1961

Piero Manzoni, Merda d’Artista, 1961

Merda d’artista – Contenuto netto gr. 30 – Conservata al naturale – Prodotta e inscatolata nel mese di maggio 1961, così recitava in italiano, francese e tedesco l’etichetta di quello che fu il suo più eclatante schiaffo al tradizionale mondo dell’arte: un attacco sistematico contro la nozione di critica e di Belle Arti che affondava le sue radici in un lontano 1917, quando Duchamp espose un candido orinatoio.

Proponendo come artistico il prodotto organico più vile e vergognoso, Manzoni completò un lungo processo di rivendicazione del banale, estendendo il riscatto dagli oggetti al corpo umano stesso. Un gesto estremo che ebbe il pregio di catalizzare su di lui l’attenzione della stampa e scomodò fior di sociologi, antropologi, esteti, psicologi, tutti affannati nel tentativo di ricostruire la genesi e il senso dell’opera, ma, come era nelle intenzioni di Manzoni, la merda è merda e questo è e rimane l’unico significato possibile, tutto il resto è solo mera speculazione intellettuale. Il dato reale è che le merde di Manzoni, all’epoca vendute a peso d’oro, vale a dire a 700 lire il grammo, oggi vengono battute alle aste per migliaia di dollari (168.000 dollari ha conquistato un barattolo di Merda d’Artista in un’asta a Sotheby’s a Londra), incrementando così in modo esponenziale il prezzo di questa scandalosa invenzione.

Ritratto di Piero Manzoni con le sue Merde d'Artista, 1961

Ritratto di Piero Manzoni con le sue Merde d’Artista, 1961

Uno sberleffo al mondo dell’arte che si perpetua nel corso del tempo. In questo Manzoni centrò pienamente il suo scopo: fare dell’arte un’esperienza di vita, sfruttando, alimentando e, soprattutto, prendendosi gioco di quei meccanismi che sono sottesi al complesso universo dell’arte, così come si era venuto a strutturare in età contemporanea. Fu un grande genio, un genio furbo e calcolatore per certi versi, che fece della provocazione un modus vivendi, rompendo ogni schematismo ed ogni preconcetto: c’è solo da essere, c’è solo da vivere.

L’arte non è vera creazione: è liberarsi dei fatti estranei, dei gesti inutili, sceverando tutto quello che è di sovrapposto, di personale, nel senso deteriore della parola, raggiungere quanto è umanamente possibile, le proprie autentiche origini.

(Piero Manzoni)

 

Piero Manzoni, arie d’artista ultima modifica: 2018-10-05T18:30:58+00:00 da barbara
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