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Jackson Pollock, lo sciamano del colore

Jackson Pollock, lo sciamano del colore

Jackson Pollock e Peggy Guggenheim dinanzi a Mural, 1943

Jackson Pollock e Peggy Guggenheim dinanzi a Mural, 1943

Quando penso a tutto quello che ho fatto per piazzare i suoi quadri più belli presso musei e collezioni importanti. Se me li fossi tenuti, a quest’ora sarei ricca.”

(Peggy Guggenheim)


T-shirt nera, jeans, una sigaretta appesa alle labbra e uno sguardo perennemente corrucciato, così si presentava Jackson Pollock all’apice della sua carriera.
Nato il 28 gennaio 1912 in una fattoria del Wyoming, era il più giovane di cinque fratelli. Studente mediocre, si era distinto solo per la sua dedizione al bere e per il carattere volubile ed introverso. Questo atteggiamento trasgressivo celava un grande talento per l’arte, prontamente notato da un insegnante della scuola superiore. Fu così che Pollock cominciò un lungo viaggio alla ricerca di uno stile che fosse suo, in grado cioè di esprimere la sua tormentata visione della realtà.
Nel 1930 si stabilì a New York dove prese a frequentare il pittore Thomas Hart Benton, condividendone lo studio e la passione per l’alcol. Tra scorribande etiliche, ricoveri in ospedale, impieghi trovati e subito persi, Jackson impiegava il tempo a dipingere, riempiendo interi quaderni di schizzi e disegni a sfondo psicosessuale.

Jackson Pollock, Male e Female, 1942

Jackson Pollock, Male e Female, 1942

I suoi disturbi mentali andavano di pari passo con una creatività dirompente, mai paga delle forme espressive tradizionali.

La conoscenza dei muralisti messicani fu di grande importanza per Pollock: abbandonati i pennelli e le spatole, cominciò a spruzzare direttamente il colore nella parete con i mezzi della pittura edile. Una piccola rivoluzione che non era ancora giunta alla sua piena maturazione. Furono l’incontro con l’arte europea, arrivata in America attorno agli anni Quaranta, e la conoscenza di Peggy Guggenheim, che nel 1942 aveva inaugurato a New York la sua galleria Art of This Century, a spalancargli definitivamente le porte della percezione. Se da un lato Peggy aveva permesso a Pollock di liberarsi dai lacci economici, garantendogli un contratto per i suoi lavori, dall’altro la lezione dei surrealisti era stata fondamentale per lo sviluppo della sua tecnica. Per l’irrequieto Pollock l’idea di poter schizzare e pugnalare il colore con il pennello, era un’invenzione esaltante poiché scioglieva l’opera dalla tirannia della figura rappresentata. Non era importante il cosa ma il come.
In un breve periodo di tempo quel ragazzaccio ribelle era divenuto la punta di diamante dell’espressionismo astratto americano, una nuova scuola artistica formatasi attorno alla galleria della Guggenheim.

Pollock si distinse subito dal gruppo per la grandiosità delle sue tele dove predominava il gesto creativo, un gesto veemente e febbrile, ritmico e liberatorio, automatico e spontaneo, in grado di trasmettere messaggi profetici e spirituali. Indossati i panni dello sciamano e ottenuto il riconoscimento di critica e pubblico, nel 1945 decise di trasferirsi con la moglie Lee Krasner, sposata nello stesso anno, lontano dai rumori della città. E proprio a Springs, nella campagna del Long Island, ebbe luogo il passaggio risolutivo della sua pittura. Andando a ritroso nella memoria, Pollock riannodò le trame delle sue esperienze per tesserne il disegno definitivo: la tela non più verticale, ma stesa a terra, il colore gocciolato nella tecnica tipica del dripping, il pittore come interprete di un’esperienza mistica.

Il 1950 segnò il culmine della produzione monumentale di Pollock, è l’anno in cui compaiono opere quali Number 31 e Number 32, interamente realizzate con il colore nero. Memorabili le fotografie di Hans Namuth che colse l’artista intento nella loro esecuzione: le sue movenze feline e la sua concentrazione sono una delle più suggestive testimonianze del nuovo modo di fare arte del Ventesimo secolo.

Alla metà degli anni Cinquanta Pollock era una leggenda, ma anche la decadenza era vicina. L’alcol divenne parte integrante delle sue sessioni di pittura, dopo il 1952 Pollock trascorreva più tempo al bar che a dipingere, frequentava altre donne, dedicandosi ad un’esistenza sregolata. La notte dell’11 agosto 1956, alla guida della sua Oldsmobile convertibile, Jackson Pollock fu vittima di un fatale incidente: l’artista e una donna di nome Edith Metzger morirono sul colpo mentre restò in vita Ruth Klingman, modella, aspirante artista nonché una delle ultime amanti del maestro.

Hans Namuth, Jackson Pollock, 1950

Hans Namuth, Jackson Pollock, 1950

Quello che doveva andare sulla tela non era un’immagine, ma un evento. Il grande momento arrivò quando fu deciso per dipingere solo per dipingere. I gesti sulla tela erano gesti di liberazione dal valore politico, estetico, morale.”

(Harold Rosemberg)

Jackson Pollock, lo sciamano del colore ultima modifica: 2018-09-24T17:32:50+00:00 da barbara
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