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Elliott Erwitt, l’occhio ironico della realtà

Elliott Erwitt, l’occhio ironico della realtà

Elliott Erwitt, New York, 1974

Elliott Erwitt, New York, 1974

Henry è la ragione per cui sono diventato fotografo. Al di là dell’amicizia personale, durata molti decenni, ha rappresentato una fonte d’ispirazione perenne, un punto di riferimento costante ed un modello insuperato.”

Con queste parole Elliott Erwitt ricorda il suo grande amico Henri Cartier-Bresson e rende omaggio al sodalizio che li aveva visti uniti nella grande avventura della Magnum Photos.

Nato nel 1928 a Parigi da genitori russi di origine ebrea che gli diedero l’italianissimo nome di Elio Romano, nel 1939 si trasferì con la famiglia negli Stati Uniti dove cominciò a studiare fotografia.
Durante la Seconda Guerra Mondiale si trovò accanto all’esercito americano in Francia e in Germania come assistente fotografo. Quest’esperienza, unita alla conoscenza di personaggi illustri della fotografia fra i quali Robert Capa, Edward Steichen e Roy Strycker, gli permise di affinare la tecnica e di dedicarsi seriamente alla carriera di fotografo.

Una professione che Erwitt non ha mai considerato un lavoro: “la fotografia – sostiene – è una professione per pigri, non abbisogna di talento o di allenamento, ogni tanto può accadere di scoprire un messaggio nella tua opera, oppure di trovarsi nel posto giusto al momento giusto.” Una visione modesta, certamente in linea con la simpatica svogliatezza del personaggio, ma che implica una particolare concezione della realtà: la storia racchiusa in un momento, nell’immediatezza dell’attimo colto al volo.

In un mondo dove tutti si sentono artisti e realizzano grandi opere, Elliott Erwitt si è sempre distinto per la sua umiltà, fotografando di tutto e sapendo cogliere la magica essenza di ogni cosa. Ha saputo suonare diverse corde emotive, rendendosi protagonista di scoop e di reportage, di momenti di storia e di cronaca, rimanendo, però, entro i limiti di un’ironica leggerezza, senza mai prendersi troppo sul serio.

Elliott Erwitt, Versailles, 1988

Elliott Erwitt, Versailles, 1988

Sono un fotografo dilettante e un osservatore professionista”, ama dire di se stesso.

Anche quando fu ammesso alla Magnum, una delle più prestigiose agenzie fotografiche, non perse mai il suo usuale modo di operare, silenzioso e attento dietro l’obiettivo della sua Leica a rincorrere brandelli di vita.
Davanti alla macchina di questo maestro pare che la realtà sia sempre stata pronta ad offrire il meglio ed il peggio di se stessa, merito anche della sua curiosità che seppe spingersi lì dove occorreva essere senza avere un preciso appuntamento. Un’estetica che aderisce ai fatti, alle persone, ai luoghi e alle azioni, frammenti attesi, cercati, intuiti e colti nel breve clic di uno scatto.

La poesia di Erwitt nasce dalla capacità di sondare l’anima delle cose trasmettendo emozioni inusuali: “si tratta di reagire a ciò che si vede senza preconcetti. Si possono trovare immagini da fotografare ovunque, basta semplicemente notare le cose e la loro disposizione, interessarsi a ciò che ci circonda e occuparsi dell’umanità e della commedia umana.”

Elliott Erwitt, Che Guevara, 1964

Elliott Erwitt, Che Guevara, 1964

Nelle sue foto, rigorosamente in bianco e nero, possiamo cogliere tutte le sfumature e le tonalità della vita, un alternarsi di gioie e di dolori, di dolcezza e di crudeltà, di silenzi e di grida. Dalla sua famosa predilezione per i cani colti in atteggiamenti bizzarri, alle foto più documentarie di Nixon che batte sul petto a Kruscev o la tragedia che gela il volto di Jackie Kennedy ad Arlington; dalle inquietanti foto di famiglie americane, ai ritratti di divi sull’orlo del crepuscolo, come Marilyn Monroe o Clark Gable; dallo stravagante ed arcinoto accostamento fra Cristo e una lattina di Pepsi, ai ritratti di bambini; tutto o quasi pare avere immortalato Erwitt durante la sua magnifica epopea della vita quotidiana.

Esco con la mia macchina, mi guardo intorno e scatto fotografie ai bambini perché ne ho avuti tanti, ai cani perché li amo, ai musei perché ho avuto la fortuna di vederne molti, avendo sempre viaggiato.”
Una mutante e variegata vetrina umana ripresa con occhio garbato e sensibile, con un sorriso che non è mai cinico nè distante, ma comunica una partecipazione con una vita che, malgrado tutto, non si ferma mai.

A volte, l’aspetto umoristico è nella fotografia, non nella scena fotografata. Voglio dire che può succedere di fotografare una scena meravigliosa e di ottenere una fotografia senza vita, che non trasmette nulla. Poi scatti una foto senza importanza, di qualcuno che si gratta il naso, e viene fuori una grande fotografia.”

Elliott Erwitt, l’occhio ironico della realtà ultima modifica: 2018-09-03T21:18:25+00:00 da barbara
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