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Johannes Vermeer, il poeta del silenzio

Johannes Vermeer, il poeta del silenzio

Jan Vermeer, Giovane donna assopita, 1657

Jan Vermeer, Giovane donna assopita, 1657

Soltanto grazie all’arte, anziché vedere un solo mondo, il nostro, lo vediamo moltiplicarsi, e quanti più sono gli artisti originali, tanti più mondi abbiamo a disposizione, diversi gli uni dagli altri più di quelli che girano nell’infinito, e che, molti secoli dopo che si è estinto il focolare da cui emanavano, si chiamassero Rembrandt o Vermeer, ci inviano ancora il loro caratteristico raggio di luce.”

(Marcel Proust)

L’arte di Vermeer si offre come un enigma complesso: sotto l’apparente facilità e piacevolezza delle sue immagini si celano significati che sfidano la nostra capacità di comprensione. E’ un pittore silenzioso, che lascia intuire sempre qualcosa di misterioso oltre quel velo di quiete di cui sono avvolte le sue opere.
Questa sua estraneità unita ad una personalità dimessa, sono stati la causa dell’oblio della figura di Vermeer che venne riscoperta solo nell’Ottocento, sostenuta soprattutto da letterati, primo fra tutti, Marcel Proust.
Johannes Vermeer nacque a Delft nel 1632, il padre Reynier Vos era un tessitore di seta che esercitava anche la professione di mercante d’arte; fu probabilmente questa familiarità con la pittura ad avviare il giovane alla carriera artistica. Nulla sappiamo del suo apprendistato e della sua formazione; nel 1653 era già iscritto nella Gilda di San Luca e godeva di ampia considerazione nell’ambiente artistico della città, tanto da essere eletto per ben due volte come presidente dell’associazione. Nonostante ciò, Vermeer non divenne mai ricco e affiancò l’attività di pittore a quella di mercante e di esperto d’arte.
Della sua esistenza abbiamo poche notizie e anche le sue opere, di cui rimangono poche tele, sono avvolte nell’incertezza circa la datazione e la denominazione originale.
Ciò che colpisce maggiormente nell’opera di Vermeer è la luce, una luce vellutata che serpeggia nelle sue rappresentazioni: il risultato è una miracolosa atmosfera di pace sospesa. In lui si fonde l’illustre tradizione fiamminga del XV secolo, che vide nei fratelli van Eyck i suoi epigoni, con un certo caravaggismo nordico privo, però, dei suoi aspetti più chiassosi e ridanciani.
I quadri di Vermeer prendono vita dalle modulazioni luminose che rivelano, a poco a poco, tutta la ricercatezza della scena: particolari inattesi, minuzie descrittive, dettagli improvvisi, si manifestano all’occhio di chi sa guardare. Una pittura arcana ed introversa, priva di grandi estri compositivi, ma in grado, nella sua elegante compostezza, di scandagliare i recessi più profondi dell’animo umano.

Jan Vermeer, Veduta di Delft, 1660-1661

Jan Vermeer, Veduta di Delft, 1660-1661


Senza dubbio Marcel Proust avvertì una grande sintonia con l’olandese, tanto da ritenere La veduta di Delft come “il quadro più bello del mondo” e da citarlo nella Recherche come termine di paragone per la perfetta scrittura: “è così che avrei dovuto scrivere … I miei ultimi libri sono troppo secchi, avrei dovuto stendere più strati di colore, rendere la mia frase preziosa in sé, come quel piccolo lembo di muro giallo.”
Era questa capacità e dedizione che Proust amava in Vermeer tanto da fargli “ricominciare venti volte qualcosa che susciterà un’ammirazione così poco importante per il suo corpo divorato dai vermi, come il lembo di muro giallo dipinto con tanta sapienza e raffinatezza da un artista per sempre ignoto, identificato appena sotto il nome di Vermeer.”

La prima opera datata di Vermeer è La mezzana del 1656, fino a giungere al 1668 con  L’astronomo: entro quest’arco di tempo si svolse il periodo più felice dell’attività dell’artista che, in seguito, venne a perdere quel suo tipico incanto per raggelarsi in una sorta di realismo fotografico. La peculiare poesia veermeriana si sprigiona dal fascino delle scene domestiche, dalla seduzione degli oggetti quotidiani che, nella loro natura statica e immota,  svelano una lirica immortale, al di là dello spazio e del tempo: la vita silente di ciò che non conosce azione alcuna.
Vermeer è una sorta di memorialista fedele della cultura del suo paese: una ragazza che scrive una lettera o che esegue una musica, un piccolo concerto tra amici, una visita in salotto, una veduta della città, sono tutti soggetti osservati e ritratti fino a discernerne le più intime e sottili bellezze.
Come diceva Borges “
la bellezza non è rara” basta solo essere in grado di vederla anche nelle cose più banali: momenti unici ed irripetibili della quotidianità vengono così consegnati all’eternità.

Jan Vermeer, La lattaia, 1658-1661

Jan Vermeer, La lattaia, 1658-1661


A Vermeer non interessarono le scene eroiche, storiche, religiose o mitologiche, ma la realtà così come la vedeva e la sentiva: per la prima volta nella storia dell’arte occidentale l’oggetto del quadro diviene il nudo oggetto della visione, senza filtri o compromessi di nessun genere.
Non vi sono implicazioni simboliche o psicologiche nelle tele di Vermeer, ma una fotografia lucida della realtà da cui scaturisce una muta poesia, che è la poesia intrinseca delle cose ordinarie: un reale senza veli dischiuso dal nitore della luce e vagliato attraverso le inclinazioni del suo animo.
Nella sua fedele aderenza alla verità, il maestro di Delft trovò quell’imparzialità dello sguardo capace di penetrare la lirica nascosta delle cose: dalla carta geografica appesa alla parete alla brocca, dal volto di una fanciulla alla trama di uno stoffa, da una crepa nel muro ad uno strumento musicale.
Una magia che erompe da fotogrammi di realtà, una magia sottilmente calibrata, questa è la pittura di Vermeer, un’artista che fu in grado di raggiungere una dimensione di eternità attraverso la narrazione della storia del suo tempo: istantanee della memoria che affiorano attraverso sottili vibrazioni di luce.

Johannes Vermeer, il poeta del silenzio ultima modifica: 2018-08-18T14:19:25+00:00 da barbara
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