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L’arte incantatrice delle sirene

L’arte incantatrice delle sirene

 

O cari, non basta che uno o due solamente

conoscano il fato che Circe fulgida dea

mi svelava; e lo dico a voi tutti perchè

o moriamo sapendolo o salvi schiviamo la morte.

Suo primo consiglio fu di evitare la voce

canora che mandano al mare da un prato fiorito

le sacre Sirene; voleva ch’io solo sentissi

il canto; ma stretto legatemi allora in legami

duri; che immobile, ritto io rimanga

al piede dell’albero, avvinto di corde. E se mai

vi pregassi, se mai vi ordinassi di sciogliermi,

stringete più forte con nodi più doppi.”

(Odissea, libro XII, 154-164)

John William Waterhouse, Ulisse e le sirene, 1891

John William Waterhouse, Ulisse e le sirene, 1891

L’astuto Ulisse si fece legare all’albero della nave per sfuggire al fatale canto delle sirene. Esseri ambivalenti, dal corpo di pesce o di uccello ma con il volto di bellissime donne, le sirene incarnano il tranello mortale a cui ci conducono i sensi. Prestando ascolto al loro canto, l’uomo si allontana dalla retta via per abbandonarsi all’oblio del naufragio passionale.

Nell’Odissea Omero narra di queste creature bellissime e seducenti che apparivano ai marinai, tra le spume del mare, per indurli ad interrompere la loro navigazione.

Incerta la loro origine, secondo alcuni figlie di una musa e del fiume Acheloo, secondo altri figlie di Forco, antico dio degli abissi, e di Ceto. In origine le sirene erano delle splendide fanciulle, legate da una tenera amicizia a Persefone, figlia di Zeus e di Demetra, quando questa fu rapita da Ade, dio degli Inferi, e trascinata a forza nell’ Oltretomba, le sirene furono prese dalla disperazione.

Fu così che chiesero agli dei di far crescere loro le ali per poter cercare la loro amica anche in cielo e nel mare.

L’iconografia classica le rappresenta come donne-uccello, fu solo in epoca medievale, attraverso l’influenza delle leggende del Nord Europa, che prese forma la loro raffigurazione più nota e diffusa di donne-pesce.

Ambigue e polimorfe sono figure sintomatiche di un immaginario colpevolizzante rispetto al quale il femminile è sinonimo di perdizione.

John William Waterhouse, La Sirena, 1901

John William Waterhouse, La Sirena, 1901

Tema molto caro ai preraffaelliti, fu il soggetto prediletto di numerosi quadri che esaltavano la donna nella sua veste più sensuale e conturbante.

Nel 1891 John William Waterhouse dipinse Ulisse e le sirene, dove le sirene sono ritratte come uccelli, ma anche La Sirena, dove la venere marina viene interpretata secondo i canoni medievali.

Durante il periodo simbolista la sirena divenne una delle tante interpretazioni della femme fatale: malefica seduttrice pronta a gettare il maschio in un turbine di peccato e distruzione.

Gustav Klimt in Bisce d’acqua e Pesci d’argento esalta il lato provocatorio e ammaliante del femmineo ricorrendo all’immagine delle sirene, creature fantastiche e incantatrici. Opere fortemente simboliche e decorative, sprigionano l’incanto ed il timore di questo insondabile arcano costituito dall’eros femminile.

Maga pisciforme, nefasta ed amorosa, la donna tormenta l’immaginario degli artisti al volgere del secolo per il suo carattere duplice: portatrice di vita e dispensatrice di morte.

All’alba del Novecento la donna diviene una vera e propria ossessione nevrotica contro la quale l’unica difesa appare la resa. E così anche il mito di Ulisse viene stravolto.

Se tutto fosse mistificazione e le sirene non ammaliassero i marinai con il loro canto ma con il loro silenzio, come immaginò Kafka in un suo racconto? Sullo sfondo di un mondo che cambia, dove la donna acquista più potere ed autonomia, anche Ulisse si trasforma in un antieroe pusillanime e rinunciatario. Il silenzio delle sirene rappresenta così il rifiuto di farsi oggetto del desiderio altrui e segna un’insanabile frattura tra i due sessi: annichilite da un Ulisse fattosi sordo ai loro richiami, le vergini acquatiche sono costrette a sprofondare nella nostalgia di un impossibile rapporto di fusione da cui sentirsi completate.

La pittura surrealista si fece portavoce di questo profondo malessere e di questo diffuso senso di frustrazione.

Nelle Grandi sirene di Paul Delvaux, il mostro canoro si trasforma in una statuaria sacerdotessa del silenzio, celebrando in gelida solitudine il mistero del suo fascino: il maschio si ritrae intimorito di fronte a questo femmineo distante, cittadino di una terra sconosciuta. Si celebra l’apoteosi dell’incomunicabilità tra uomo e donna e la nostalgia di un eden perduto.

Ho visto le sirene cantare l’una all’altra.

Non credo che canteranno per me.

Le ho viste al largo cavalcare l’onde

pettinare la candida chioma dell’onde risospinte

quando il vento rigonfia l’acqua bianca e nera.

Ci siamo troppo attardati nelle camere del mare

con le figlie del mare incoronate d’alghe rosse e brune

finché le voci umane ci svegliano, e anneghiamo.”

(Thomas Stearns Eliot, Prufrock e altre osservazioni, 1917)

L’arte incantatrice delle sirene ultima modifica: 2018-02-02T19:57:10+00:00 da barbara
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