"La bellezza non è rara." ( J. Luis Borges)
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Rrose Sélavy, l’alter ego femminile di Marchel Duchamp

Rrose Sélavy, l’alter ego femminile di Marchel Duchamp

Man Ray, Ritratto di Marcel Duchamp nei panni di Rrose Sélavy, 1921

Volevo cambiare la mia identità e dapprima ebbi l’idea di prendere un nome ebraico. Io ero cattolico e questo passaggio di religione significava già un cambiamento. Ma non trovai nessun nome ebraico che mi piacesse, o che colpisse la mia immaginazione, e improvvisamente ebbi l’idea: perché non cambiare di sesso? Da qui viene il nome Rrose Sélavy. Oggi suona abbastanza bene, perché anche i nomi cambiano col tempo, ma nel 1920 era un nome sciocco. La doppia “R” ha a che fare con il quadro di Picabia ‘Oeil Cacodylate’ esposto nel cabaret Le Boeuf sur le Toit e che Picabia chiedeva a tutti gli amici di firmare. Credo di aver scritto Pi Qu’habilla Rrose Sélavy.”

(Marcel Duchamp)

Noto per la dissacrazione inflitta al linguaggio artistico tradizionale, Marcel Duchamp si spinse molto oltre, ridefinendo la figura stessa dell’artista come individuo unico, maschile e indissolubile.

Sfidando le opinioni dei benpensanti e la morale comune, Duchamp decise di mettere in scena il suo alter ego femminile, indossando le vesti di Rrose Sélavy, una donna degli anni Venti, compiuta espressione della modernità del suo tempo.

La prima rappresentazione di Rrose risale al 1921, immortalata in un memorabile scatto di Man Ray; con abiti alla moda e atteggiamento altero, non è una donna qualunque, ma ha delle caratteristiche ben delineate e precise.

Con questo travestimento Duchamp fece di se stesso una sorta di ready-made, utilizzando il suo corpo e la sua identità come la base costitutiva di un assemblaggio: una contaminazione di ruoli, di linguaggi e di rappresentazioni. Un gesto apparentemente banale e provocatorio, che cela però profonde implicazioni intellettuali sul ruolo dell’arte nella società contemporanea.

Attraverso la sua duplicazione Duchamp intese mettere in discussione la sintassi tradizionale: un attentato alle interpretazioni univoche e alle risposte precostituite. Non esistono più certezze, ma solamente dubbi e quesiti, interrogativi e dilemmi.

L’ambivalenza tra Marcel Duchamp e Rrose Sélavy costituisce un contributo radicale per una revisione del canone della storia dell’arte. Una revisione che non è fatta solo di distruzione ma anche di ripensamento e reinvenzione. Servendosi della differenza sessuale egli compone un’immagine sfuggente e molteplice di se stesso, specchio riflettente la sua arte e la sua visione della realtà.

Icona del femminismo e paladina del suo tempo, Rrose assunse anche il ruolo di creatrice: l’artista inventa un altro se stesso che assume una sua autonomia esistenziale. Duchamp decise infatti di utilizzare il nome della Sélavy per firmare alcune suo opere; un gesto che allontana l’opera dall’artefice e arriva al limite della spersonalizzazione

Una spersonalizzazione accettata ed accettabile perché alla base del gesto c’è l’artista perfettamente noto e compiuto Marcel Duchamp che è stato in grado di prevedere, molto prima di Andy Warhol e della cultura pop, il processo evolutivo dell’arte verso la sua industrializzazione e spettacolarizzazione.

L’opera d’arte vive, dal momento in cui è stata creata e realizzata, una cinquantina d’anni, sessanta, non si può dire quanto, poi l’opera muore. Però in quel momento entra nella storia dell’arte. Quindi la storia dell’arte non comincia se non dopo la morte dell’opera, mentre finchè l’opera vive, o per lo meno nei primi cinquanta anni della sua vita, c’è una relazione con le persone che vivono nello stesso periodo e l’hanno accettata, rifiutata, discussa. Quando quella gente muore, muore anche l’opera. In quel momento è la storia dell’arte ad avere inizio (…) Mi sono servito della pittura, mi sono servito dell’arte per stabilire un modus vivendi, una specie di metodo per capire la vita, cercare cioè per il momento di fare della mia stessa vita un’opera d’arte, invece di passarla a creare quadri e sculture. Ora penso si possa usare il proprio modo di respirare, di agire, di reagire agli altri (…) Si può trattarli come un quadro, un tableu vivant, o un’immagine cinematografica, se volete. “

(Marcel Duchamp)

L’opera più emblematica, legata a di Rrose Sélavy, è il ready-made Belle Haleine, Eau de Voilette, del 1921. Per realizzare questo piccolo capolavoro Duchamp utilizzò una bottiglia di profumo Rigaud, di cui rifece l’etichetta, e che confezionò utilizzando un’elegante scatola ricoperta di velluto viola. L’etichetta riporta il volto di Duchamp, ritratto da Man Ray, nelle sembianze del suo alter ego femminile Rrose Sélavy. Il nome del profumo, tipico delle opere dell’artista, è un arguto rompicapo formato da giochi di parole. Eau de Voilette si riferisce, per assonanza, alla poesia di Rimbaud Les Voyelles. Ancora più sottile appare il senso di Belle Haleine, un richiamo all’espressione francese de longe haleine, ossia di lungo respiro, evocativo della grande passione che Duchamp nutriva per le cose da lui definite “infrasottili”, dalle dimensioni artistiche tanto trascurate quanto essenziali come il profumo.

Per questi coups de théâtre, tipicamente duchampiani, e per il fatto che esista solo una copia di questo ready-made, Belle Haleine, Eau de Voilette è il profumo più costoso di tutti i tempi. Appartenuto alla collezione privata di Yves Saint-Laurent, è stato battuto all’asta da Cristie’s per la somma di 8,9 milioni di euro. Un importante riconoscimento ad una delle figure artistiche più importanti ed emblematiche del Ventesimo secolo.

Rrose Sélavy, l’alter ego femminile di Marchel Duchamp ultima modifica: 2017-11-25T18:04:29+00:00 da barbara
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