"La bellezza non è rara." ( J. Luis Borges)
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I gioielli, il gusto Art Nouveau

I gioielli, il gusto Art Nouveau

René Lalique, collana, 1905

René Lalique, collana, 1905

La differenza tra i falsi ricordi e quelli veri è la stessa che per i gioielli: sono sempre quelli falsi che sembrano i più reali, i più brillanti.”

(Salvador Dalì)

Tra la fine del Novecento e gli inizi del Novecento, in quella breve e feconda stagione conosciuta con il nome di Belle Époque, si assiste in tutta Europa ad una riscoperta delle arti applicate.

Un fenomeno che trovava la sua giustificazione teorica movimento inglese delle Arts and Crafts il quale, denunciando la mediocrità della produzione industriale, si levava a difesa dell’artigianato come salvaguardia della qualità estetica degli oggetti d’uso. L’obiettivo utopistico sostenuto dagli artisti inglesi era quello di rinnovare la società attraverso l’artigianato, convinti che l’uomo, circondandosi di Bellezza, avrebbe raggiunto il più alto grado morale e che di tale innalzamento avrebbero beneficiato anche le classi meno abbienti.

Questo slancio sociale, che aveva caratterizzato le ideologie dei teorici inglesi, si dimostrò, per lo più, illusorio: l’oggetto d’artigianato, sostenuto come salvaguardia della qualità e varietà creativa, andava a scontrarsi con una nuova realtà economica, rivelandosi uno specialismo prezioso e quindi costoso.

Anche il clima simbolista di fine Ottocento contribuì a sostenere questa nuova visione: abolito il confine tra arti maggiori e arti minori, l’arte divenne un’esperienza totale, tesa ad investire ogni esperienza esistenziale.

Fu soprattutto con l’Art Nouveau, breve fenomeno artistico che coinvolse tutto il mondo occidentale tra 1895 e 1914, che la produzione di oggetti d’uso comune ebbe il suo momento di massimo splendore per la finezza di esecuzione.

L’Art Nouveau fu ben più di un semplice fatto stilistico; in realtà essa diede avvio ad una nuova considerazione delle arti minori che teneva conto dei rapporti intercorrenti fra le strutture tecniche di produzione ed il prodotto al fine di allargare la fruizione dei fatti artistici a strati sempre più larghi della società rifiutando, nel contempo, qualsivoglia compromesso teso ad una riduzione di qualità nel processo di serie.

René Lalique, Gioiello-pavone, 1898

René Lalique, Gioiello-pavone, 1898

La gioielleria fu una delle attività dove l’Art Nouveau trovò piena realizzazione, prestandosi, più di altre, alle ardite sperimentazioni degli artisti-artigiani.

La Francia diede i migliori gioiellieri; nei vent’anni in cui perdurò lo stile Liberty, gli artisti parigini produssero alcuni fra i pezzi più eleganti ed originali di ogni tempo.

René Lalique fu, senza dubbio, il più grande e noto creatore di gioielli. Egli legò il suo nome anche alla figura della grande attrice contemporanea Sarah Bernhardt, per la quale realizzò numerosi monili.

Il merito di Lalique fu quello di porre fine all’atteggiamento utilitaristico che era stato tipico dei gioiellieri nei secoli addietro: egli riteneva che il valore intrinseco dei materiali usati in gioielleria fosse del tutto irrilevante e dunque li impiegava senza badare al loro valore commerciale; se riteneva che il vetro fosse il materiale più adatto e realizzare un certo modello, lo usava senza badare al suo scarso valore.

L’opera di Lalique si ispira alla natura e all’arte giapponese, molto in voga in quel periodo. I temi naturalistici sono ricorrenti nei suoi gioielli: animali, pesci, piante e, soprattutto, insetti. A volte essi erano riprodotti con grande verosimiglianza, a volte l’immagine veniva elaborata e deformata o era puramente il frutto della fantasia del creatore.

Nel 1896 Lalique espose, al Salon di Parigi, i suoi primi nudi scolpiti in avorio, costituenti il tema centrale di un gioiello. Il nudo divenne poi un tema ricorrente delle sue opere e fu molto imitato.

L’esemplare più noto ed affascinante, compreso nella collezione commissionata da Calouste Gulbenkian, è una spilla per corpetto che fu prestata a Sarah Bernhardt. A prima vista essa sembra una libellula, ma ad un esame più attento risulta essere un geco, con lungo corpo sottile ed enormi artigli. Dalle mandibole aperte esce il dorso di una donna che, in luogo delle braccia, ha grandi ali in plique à jour.

Oltre alla raffinatezza nella scelta dei materiali (oro, smalto e gemme) e alla pregiata esecuzione, è da notare che le ali e il busto  sono mobili: geniale espediente che permette alla spilla di spostarsi assieme al corpo della persona che la indossa.

In questo caso il naturalismo di Lalique non è altro che il risultato di un’interpretazione fantastica ed inquietante: l’animale si trasforma in donna nuda, un’immagine erotica che rimanda alla figura della femme fatale per l’aggressività ed il senso di pericolo latente, celato, in questo caso, dagli artigli dorati.

Altro celebre gioielliere parigino fu Georges Fouquet che si avvalse, per alcuni anni, della collaborazione del grande disegnatore di manifesti Alpons Mucha.

Alpons Mucha era già affermato nella creazione di opere d’arte applicata, quando Fouquet gli propose di lavorare con lui per rivaleggiare con la produzione di Lalique; assieme essi diedero vita a creazioni straordinarie per estro inventivo.

Seducenti e sfarzose parures de tete et de corsage, preziose acconciature sistemate sul capo e nel busto con profusione di pietre a cabochon, smalti, pendenti, gruppi tintinnanti di ciondoli appesi a catenelle, volti femminili scolpiti nell’avorio, piastre e catene di fogge diverse.

Georges Fouquet, pendente, 1900

Georges Fouquet, pendente, 1900

Uno dei pezzi più conosciuti è il celebre braccialetto e anello con serpenti, indossato da Sarah Bernhardt nel ruolo di Cleopatra, apparso già nel manifesto realizzato sempre da Mucha per la Médée. Un grande serpente d’oro a smalti si arrotola tre volte intorno al polso, la testa intagliata nell’opale con gli occhi di rubini si posa sul dorso della mano, infine dalla bocca esce una catena che lo unisce ad un anello al dito pure di opale, oro e smalti. Un esemplare, come molti altri di Mucha, ispirato a modelli indiani dell’antichità, reinterpretati con la sensibilità del raffinato esteta fin de siècle.

Gli effetti della moda Art Nouveau si avvertirono anche in altri paesi europei, ma nessuno di essi produsse gioielleria di particolare valore, ad eccezione del Belgio.

Nell’ultimo decennio del XIX secolo, contemporanee allo sviluppo del gioiello Art Nouveau, persistevano forme decisamente più tradizionali legate, ad esempio, all’uso dei diamanti: Cartier e Boucheron a Parigi, Asprey a Londra, Black Starr e Frost a New York, Bulgari in Italia, producevano opere di grande valore tecnico-artigianale, ma di originalità piuttosto limitata.

Verso il 1914, l’Art Nouveau si estinse, vittima di un certo accademismo manierato, e con essa sembrò dissolversi anche la speranza di una vera rinascita delle arti applicate.

Ecco come tradusse in gemme il mazzo di fiori. A formare le foglie vennero incastonate pietre d’un verde vivace e preciso: crisoberilli verde asparago, perigoti verde pera, olivelle verde oliva; e si staccarono da gambi di almadina e d’uvarovita d’un rosso violaceo pagliettato di pagliuzze d’uno splendore arido: lo splendore delle miche di tartaro che luccicano nell’interno delle botti.

Per i fiori più lontani dal gambo, più aerei, usò della cenere turchina; ma non già ricorrendo alla turchese d’oriente di cui si montano fermagli ed anelli e che, con la triviale perla e l’esoso corallo, fa la gioia del popolino. Scelse esclusivamente turchesi d’occidente, pietre che sono, a dir vero, che una specie di avorio fossile impregnato di sostanze ramose ed il cui blu verdazzurro è ingorgato, opaco, solforoso; ingiallito, si direbbe, di bile.

Restavano ora da tradurre in gemme i fiori centrali del mazzo, i più vicini al gambo. Ne incastonò i petali di minerali trasparenti, dai lucori vitrei e malaticci, dai riflessi agri e febbrosi. compose quei fiori unicamente con occhi-di-gatto del Ceylon, con cimofani e zaffirine. Queste tre pietre sprizzano infatti scintillii misteriosi e perversi, con pena strappati dal fondo gelato della loro acqua torbida. l’occhio-di-gatto d’un grigio verdastro, striato di vene concentriche che parevano inquietarsi, spostarsi ad ogni variar di luce, il cimofano, dai marezzi azzurrini che si propagano sulla tinta lattiginosa che vi fluttua sotto; la zaffirina che, su un fondo cioccolato di un bruno sordo, accende fuochi di fosforo bluastri.”

(Joris Karl Huysmans, À rebours, 1884)

I gioielli, il gusto Art Nouveau ultima modifica: 2017-06-25T09:51:48+00:00 da barbara
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