"La bellezza non è rara." ( J. Luis Borges)
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Leonor Fini, l’arte del travestimento

Leonor Fini, l’arte del travestimento

Leonor Fini, Autoritratto con scorpione, 1938

Leonor Fini, Autoritratto con scorpione, 1938

Per essere creduto non bisogna dire che le menzogne necessarie.”

(Italo Svevo, La coscienza di Zeno, 1923)

Aveva da poco imparato a muovere i primi passi, Leonor Fini, quando capì che, nella vita, per essere veramente se stessi bisogna saper recitare. Fingere, mascherarsi, cambiare volto ogni giorno per impersonare una parte sempre diversa.

Nata nel 1907 a Buenos Aires da padre argentino e da madre triestina, a soli due anni rientrò in Italia, presso la famiglia materna, in seguito alla separazione dei genitori.

Protagonista di una dura contesa per l’affidamento, che vide anche un tentativo di rapimento da parte del padre, Leonor si vide costretta a travestirsi da maschietto per sfuggire alle grinfie del genitore: i suoi lunghi capelli lasciarono il posto ad un corto caschetto e le gonne ai pantaloni. Fu così che Leonor apprese l’arte del travestimento, un’arte che divenne la cifra della sua opera e della sua affascinante esistenza.

Mascherarsi, travestirsi è un atto di creatività. E se lo si applica su se stessi si può diventare altri personaggi o restare nel proprio personaggio. Il fatto di travestirsi è un narcisismo moltiplicato, perché entrare dentro altre immagini rende lo spettacolo ancora più affascinante e anche se si è in una specie di trance, dietro si è sempre se stessi.”

(Leonor Fini, “Le livre de Leonor Fini”, 1975)

Leonor Fini, La guardiana delle fonti, 1967

Leonor Fini, La guardiana delle fonti, 1967

Personalità irrequieta ed eccentrica, fin dalla fanciullezza si sentiva diversa dai propri coetanei. L’ambiente in cui crebbe contribuì ad affinare la sua voglia di sperimentare e di infrangere gli schemi. Trieste, a quel tempo, era un crocevia di popoli e di religioni, luogo privilegiato per crescere a contatto con culture di ogni tipo e dove imparare diverse lingue. Inoltre, facendo parte di una famiglia borghese, Leonor ebbe libero accesso alla ricca biblioteca dello zio, formandosi attraverso la lettura di numerosi libri d’arte e di letteratura.

A soli quattro anni e mezzo vinse il suo primo premio ad una mostra di pittura, e sarà proprio la pittura il mezzo che permise a Leonor di esprimere le sue capacità, di diventare quella se stessa che affannosamente stava cercando.

Dopo un breve soggiorno a Milano dove ebbe modo di conoscere Funi, Carrà e Tosi, nel 1931 si trasferì a Parigi, portandosi dietro l’amore per i travestimenti, per il mistero e la voglia di stupire, sempre.

Qui si avvicinò alla cerchia dei surrealisti che impressero una connotazione onirica e fantastica alla sua opera.

Le donne, la metamorfosi ed il travestimento sono i soggetti prediletti delle sue composizioni: donne altere, eteree, distanti, talvolta ornate da ricche capigliature, oppure completamente calve, sfingi scheletriche, maschi androgini, occhi e sguardi che emergono da oceani verdastri in decomposizione. Volti femminili sempre uguali a se stessi, volti che ricordano quello dell’artista, si susseguono in una continua e mutevole variazione: sacerdotesse, dee, bambine, sonnambule, guardiane, si moltiplicano in una cadenza infinita.

Dipingo quadri che non esistono e che vorrei vedere.”

(Leonor Fini, “Le livre de Leonor Fini”, 1975)

Leonor Fini, Educazione, 1970

Leonor Fini, Educazione, 1970

Donna innovativa, rivoluzionaria ed anticonformista, fece della sua vita un’opera d’arte. Amava farsi notare, guardare ed ammirare; alle feste si presentava ben truccata e vestita, non amava ballare, ma solamente mettersi in mostra, essendo interessata esclusivamente dalla spettacolare teatralità dell’esistenza: mascherarsi per esistere, nascondersi per essere.

Quando ero bambina, detestavo farmi fotografare, lo fuggivo. Come le mussulmane, mi coprivo il viso. Poco a poco ho trovato interessante avere un viso: conferma della mia esistenza. […] Da allora mi hanno sempre fotografata, mascherata, travestita. Ma non amo le istantanee, niente è più falso del naturale fissato. E’ la posa che è rivelatrice, e io sono curiosa e divertita a vedere la mia molteplicità.” (Leonor Fini, “Le livre de Leonor Fini, 1975)

Le sue tele risentono della sua originale personalità: impossibili da inquadrare entro una sola cornice, esse costringono ad immergerci nel loro arcano mistero. Vi sono opere così delicate, raffigurazioni leggiadre ed inspiegabili, sospese tra sensualità ed innocenza, e vi sono altri quadri dove la trasognante magia lascia il posto a scenari più cupi, morbosi e decadenti.

Poco importante è per Leonor lo stile, la corrente o il movimento; la parola d’ordine è sperimentare, nell’arte così come nella vita. La sua è un’arte che scava nel profondo dell’animo umano, in quel luogo ove i sogni, anche quelli più inquietanti, assumono vesti intriganti per poi prendere forma nell’opera compiuta.

Nella pittura che uno fa, c’è l’intenzione precisa, ma anche tutto un piano sottostante, che è formato da tutte le cose passate che sono un grande intrigo. Sono ricordi di ciò che non si è notato in un modo preciso, ma che in noi restano e prendono aspetti diversi. Io non posso parlare della mia pittura, se non mi metto a inventare. “

(Leonor Fini, “Le livre de Leonor Fini, 1975)

Leonor Fini, l’arte del travestimento ultima modifica: 2017-06-22T22:03:58+00:00 da barbara
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