"La bellezza non è rara." ( J. Luis Borges)
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Vivian Maier, la fotografa ritrovata

Vivian Maier, la fotografa ritrovata

Vivian Maier, Autoritratto

Vivian Maier, Autoritratto

 

Una vicenda reale che sembra la trama di un romanzo. Delle foto ritrovate. Una tata che si trasforma, come per magia, in una fotografa.

Questa è la storia di Vivian Maier, una donna nata nel Bronx nel 1926, cresciuta in Francia e poi ritornata in patria dove venne assunta come baby-sitter dalle famiglie dell’upper-class, in un quartiere di Chicago. Metodica e diligente, schiva e riservata, solitaria e indipendente, la Maier era animata da un’unica passione: la fotografia.

Di lei non si sapeva nulla fino a quando, circa otto anni fa, John Maloof, un giovane agente immobiliare, si trovò a sviluppare alcune pellicole contenute in uno scatolone comprato ad un’asta a Chicago. Subito comprese di trovarsi di fronte a delle immagini straordinarie, tecnicamente perfette ed umanamente commoventi.

Ma chi era l’autore di quegli scatti? Una serie di autoritratti permise di dare risposta a questa domanda: il geniale artista era una donna. Maloof cercò di rintracciarla, ma tutto ciò che riuscì a trovare fu un necrologio: Vivian Maier era morta senza sapere che, di lì a poco, sarebbe diventata famosa in tutto il mondo.

Vivian Maier, Canada, 1950

Vivian Maier, Canada, 1950

A metà tra il mito e la leggenda, prende così forma la favola di Vivian Maier, la nanny fotografa che scattava per diletto scene di vita quotidiana. Per tutta la sua esistenza ritrasse tutto ciò che la circondava lasciandone traccia in oltre quarantamila negativi, molti dei quali ancora all’interno di rullini non sviluppati.

Vivian non ambiva alla fama né alla notorietà, non le interessava esibire le sue foto, per lei la fotografia era qualcosa di molto personale, un modo per dare un senso alle cose e offrire ordine al suo universo privato.

Scattava in continuazione, in modo maniacale ed ossessivo, rivolgendo il suo sguardo alla moderna città americana con le sue architetture, i suoi ambienti e, soprattutto, la sua variegata natura umana: dai quartieri residenziali alle zone più popolari, dalle signore impellicciate ai barboni ai bordi delle strade, dai bambini intenti a giocare ai garzoni sorridenti, nulla sfuggiva all’obiettivo implacabile della Maier.

E fotografava anche se stessa, riflessa negli specchi o nelle vetrine: la sua inseparabile Rolleiflex appesa al collo, l’espressione austera, l’aspetto mascolino, il naso pronunciato, i capelli corti e scuri.

La grandezza dell’opera della Maier risiede nella sincerità del suo occhio, un occhio preciso capace di cogliere il lato marginale della realtà. Dettagli, scorci, particolari ed inquadrature rivelano un universo parallelo, quello del non detto, analizzato con una sensibilità tutta femminile. Nessuna trita compassione, ma un’autentica partecipazione emotiva con quell’umanità che amava immortalare, un’umanità fissata in un’istante, in un momento magico cristallizzato nell’eternità.

Il mondo è una ruota che non smette di girare, ogni spazio viene occupato non appena si libera. “

(Vivian Maier)


Vivian Maier, la fotografa ritrovata ultima modifica: 2016-03-28T17:43:50+00:00 da barbara
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