"La bellezza non è rara." ( J. Luis Borges)
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Giorgio Morandi: La poesia delle piccole cose

Giorgio Morandi: La poesia delle piccole cose

Giorgio Morandi, Natura morta con conchiglie, 1940

Giorgio Morandi, Natura morta con conchiglie, 1940

La vita e l’opera di Morandi possono essere perfettamente sintetizzate in un pensiero di Pascal: “bisogna conoscere se stessi: anche quando non servisse a trovare la verità, giova per lo meno a regolare la propria vita; e non c’è nulla di più giusto.”

Ricerca di equilibrio e di misura, dare piena dignità a quella realtà che trova solo dentro di sé le ragioni del suo esistere non affidandosi a nulla di esteriore, queste sono le caratteristiche principali dell’uomo Morandi prima ancora che dell’artista. Uomo ed artista che, alla fine, vengono a coincidere nel risultato della sua creazione: Morandi cercò di essere un uomo e di pensare come tale riversando questa consapevolezza sulla sua arte, un’arte fatta di “piccole” cose in grado di toccare la grandezza dell’infinito.

Giorgio Morandi, Natura morta, 1929

Giorgio Morandi, Natura morta, 1929

Le nature morte di Morandi rappresentano una sorta di hortus conclusus, una riduzione all’essenza, che non concede nulla alla finitezza dell’esistente; raggiungere la dimensione dell’assoluto attraverso il contingente è il fine dell’arte poiché, come sosteneva lo stesso Morandi, nulla è più astratto della realtà.

Schivo e riservato, un eremita per alcuni, un burbero secondo le cronache del tempo, Morandi fu una sorta di frate francescano votato all’arte. Lo si comprende dalle modeste cifre a cui vendeva le sue tele, anche quando valevano molto denaro, lo si coglie dalle sue abitazioni, rimaste austere anche quando era oramai un artista riconosciuto. E proprio le dimore in cui visse e i luoghi dove lavorò furono di fondamentale importanza per Morandi poiché dovevano essere capaci di rispondere appieno alla sua visione del mondo.
Lo spazio geografico costituisce per Morandi la proiezione dello spazio mentale e, in quanto tale, esso viene trasformato in una scatola chiusa, una sorta di raccolta wunderkammer, dove poter sperimentare e ritrovare la dimensione dei propri pensieri: le strade silenziose del centro storico di Bologna, la camera-studio in via Fondazza, la casa a Grizzana, i colli dell’Appennino.
All’apparenza questi spazi morandiani possono apparire banali o dimessi, ma sono i luoghi dove l’artista operò una riflessione tra se e la sua arte, topoi di una dimensione mentale ancor prima che fisica.

Giorgio Morandi, Paesaggio con casa rosa, 1927

Giorgio Morandi, Paesaggio con casa rosa, 1927

Di fronte ai quadri di Morandi è necessario porsi con animo puro e devoto; solo attraverso un intimo raccoglimento si può giungere a coglierne tutta la grandezza, pervenendo ad un dialogo serrato con la spiritualità della sua pittura. Una pittura i cui soggetti sono banali e ripetuti, oggetti comuni avulsi da ogni pretesa di bellezza o di intento estetico, ma atti ad alludere ed evocare squarci di inaspettata ed irraggiungibile poesia.

Le piccole cose comuni, gli oggetti della realtà quotidiana, sono per Morandi lo specchio del Sé, uno specchio attraverso cui scandagliare e studiare la propria fisionomia interiore. Per questo motivo i suoi soggetti non cambiano e non mutano, sono sempre gli stessi, pur in una impercettibile e continua variazione che è quella dell’artista stesso, che in essi riversa stati d’animo e pensieri assai diversi: cadenzate varianti della sua inafferrabile personalità.

Vasi, conchiglie, bicchieri, caffettiere, riflettono in modo quasi maniacale gli oggetti che popolano lo spazio reale dello studio di Morandi. Nulla è inventato o lasciato al caso; l’artista dipinge le immagini come conseguenza naturale di un’operazione mentale che si è già conclusa: l’arte è già dentro Morandi, egli non deve fare altro che rendersene interprete.

“Nulla mi è più estraneo di un’arte volta a servire uno scopo diverso da quelli intrinseci all’arte stessa.”

(Giorgio Morandi)

Giorgio Morandi, Natura morta, 1929

Giorgio Morandi, Natura morta, 1929

La stupenda rivoluzione compiuta da Morandi fu quella di sospendere il tempo nella cristallizzazione di una forma, donando al trascorrere delle cose la dignità di un mistero e la forza dell’assoluto, insegnamento questo che trasse dal grande maestro Cézanne: tutto quello che vediamo dilegua; la natura è sempre la stessa, ma nulla di essa resta. La nostra arte deve dare il brivido della sua durata, deve farcela gustare eterna.

Solitario e distaccato, estraneo alle correnti del Novecento, Giorgio Morandi rimase fedele a pochi e ripetuti motivi depurati dalla loro fisicità ed elevati a brani di insuperabile elegia crepuscolare. Un famoso ritratto di Herbert List del 1953 ci restituisce l’immagine di un artista rigoroso ed essenziale come la sua opera: gli occhiali sulla fronte, l’aria burbera e un po’ triste, intento a scrutare un gruppo di oggetti a lui familiari; quegli stessi oggetti che, nel silenzio della stanza, scomponeva e ricomponeva con studiata attenzione nelle sue tele.

“Vi arriva il poeta
e poi torna alla luce con i suoi canti
e li disperde
Di questa poesia
mi resta
quel nulla
d’inesauribile segreto
(Giuseppe Ungaretti, Il porto sepolto, 1916)

E così Giorgio Morandi, uomo, artista, poeta, guardò il mondo restituendoci il miracolo di quell’inesauribile segreto delle cose visibili.

Hebert List, Giorgio Morandi, Bologna, 1953

Hebert List, Giorgio Morandi, Bologna, 1953


Dopo le ultime mostre internazionali (Metropolitan Museum di New York, 2008; MAMbo di Bologna, 2009; Museo d’Arte della Città di Lugano, 2012; Boxar di Bruxelles, 2013) l’opera dell’artista è in esposizione, fino al 21 giugno, al Complesso del Vittoriano di Roma.

Per maggiori informazioni visitate il seguente link:

http://www.romeguide.it/?pag=mostre&lang=it&tmo=mf&idmos=5981

Giorgio Morandi: La poesia delle piccole cose ultima modifica: 2015-05-31T13:25:30+00:00 da barbara
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