"La bellezza non è rara." ( J. Luis Borges)
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Il Convento di San Marco a Firenze: l’apoteosi della bellezza

Il Convento di San Marco a Firenze: l’apoteosi della bellezza

Beato Angelico, Cristo deriso, 1438-1440, Firenze, Convento di San Marco

Beato Angelico, Cristo deriso, la Vergine e San Domenico, 1438-1440, Firenze, Convento di San Marco, cella numero 7

“Ero giunto a quel livello di emozione dove si incontrano le sensazioni celesti date dalle arti e dai sentimenti appassionati.

Uscendo da Santa Croce, ebbi un battito del cuore, la vita per me era inaridita, camminavo temendo di cadere.”

Con queste parole Stendhal descrive il sentimento paralizzante provato nel visitare la basilica fiorentina, durante il suo viaggio in Italia del 1817. Tachicardia, vertigine, confusione e tutta una serie di affezioni investono la psiche dello scrittore che si ritrova così a vagare in una condizione straniante.

Nel corso della mia vita ho visitato luoghi, musei, esposizioni, monumenti, e mi sono spesso ritrovata a commuovermi di fronte alla dirompente bellezza dell’arte, non avevo mai provato però quel morbo sconcertante descritto dallo scrittore francese. Di ritorno da un viaggio in quella Firenze che vide la nascita di questa patologia, posso affermare con certezza che la sindrome di Stendhal esiste; eccome se esiste.

Beato Angelico, Annunciazione, 1440-1450, Firenze, Convento di San Marco

Beato Angelico, Annunciazione, 1440-1450, Firenze, corridoio nord delle celle del Convento di San Marco

L’ultima mia visita al capoluogo toscano risaliva all’epoca del liceo, una situazione certamente non ideale per assaporare la magia sconvolgente che la città è in grado di offrire al visitatore.

Con il passare del tempo, sbolliti gli ardori giovanili, si riesce meglio a penetrare nell’incanto di questo luogo che ha dato i natali al “genio italico.”

Basta solamente passeggiare per le vie, perdersi nell’azzurro del cielo, immergersi nell’incanto circostante, per essere avvolti da una sorta di rapimento estatico: perduta la dimensione terrena, la nostra anima sprofonda in uno stato di pura contemplazione. Si instaura, così, un dialogo tutto interiore in grado di metterci in sintonia con il nostro “Io” più autentico.

Beato Angelico, Crocefissione, 1442, Firenze, Chiostro di Sant'Antonino, Convento di San Marco

Beato Angelico, Crocefissione, 1442, Firenze, Chiostro di Sant’Antonino, Convento di San Marco

A differenza di Stendhal, sono stata colta da siffatto malessere visitando il Convento di San Marco, frutto dell’opera combinata della mano architettonica di Michelozzo e dell’arte pittorica di Beato Angelico.

Entrando nella parte che oggi è adibita a sede museale, si viene subito proiettati in un mondo fatto di pace e di contemplazione: ci troviamo nel chiostro di Sant’Antonino dove spicca, con tutta la sua magnificenza, la Crocefissione dell’Angelico. Struttura spaziale e decorazione concorrono a racchiuderci in un colloquio intimo e trepidante con la storia, che qui si traduce in una sorta di preghiera.

Salendo al piano superiore, occcupato dal dormitorio, si giunge ad ammirare la massima espressione dell’opera dell’Angelico, dove sentimento religioso e classica armonia si fondono in una sinfonia dai sommessi toni lirici.

Beato Angelico, Noli me tangere, 1438-1440, Firenze, Convento di San Marco, cella numero 1

Beato Angelico, Noli me tangere, 1438-1440, Firenze, Convento di San Marco, cella numero 1

Dall’Annunciazione, che orna l’ingresso, fino all’ultima delle quarantacinque celle dei monaci, la nostra vista è proiettata in un turbinio di sensazioni conturbanti e perturbanti: manca la terra sotto i piedi, il tempo si arresta, il battito del cuore è solo un sussurro sommesso.

Ci ritroviamo all’improvviso nel passato, testimoni di un’epoca lontana, ma ancora viva e presente attraverso i segni dell’arte. Tutto qui ci parla di un mondo votato alla riflessione religiosa e ne siamo talmente avvolti da perdere la connessione con il presente.

Semplici ed austeri, gli affreschi dell’Angelico assolvono perfettamente la loro funzione meditativa: parole pronunciate nel silenzio, elegie di natura divina.

Beato Angelico, Annunciazione, 1438-1440, Firenze, Convento di San Marco, cella numero 3

Beato Angelico, Annunciazione, 1438-1440, Firenze, Convento di San Marco, cella numero 3

Uscendo dal Convento di San Marco si rimane a lungo storditi, come se il nostro essere si fosse improvvisamente fuso con l’essenza stessa della struttura; una struttura fatta di corpo e di anima, di materia e di spirito, di ombra e di luce. A poco a poco i rumori della città ti riportano nella realtà, strappata a forza da un sogno vissuto con estrema vividezza.

Non posso fare altro che portare quest’esperienza nel mio cuore, in quel recesso profondo del mio animo dove l’Io si riunisce con il Tutto.

“L’arte esiste perché il mondo è imperfetto. L’arte sarebbe inutile se il mondo fosse perfetto.”

(Andrej Tarkovskij)

Beato Angelico, Natività, 1438-1440, Firenze, Convento di San Marco, cella numero 5

Beato Angelico, Natività, 1438-1440, Firenze, Convento di San Marco, cella numero 5

 

Beato Angelico, Trasfigurazione, 1438-1440, Firenze, Convento di San Marco, cella numero 6

Beato Angelico, Trasfigurazione, 1438-1440, Firenze, Convento di San Marco, cella numero 6

 

Per maggiori informazioni sul Convento di San Marco, a Firenze, visitate il seguente link:

http://www.uffizi.firenze.it/musei/?m=sanmarco

Il Convento di San Marco a Firenze: l’apoteosi della bellezza ultima modifica: 2015-05-11T14:46:49+00:00 da barbara
3 Comments
  • Stefano Cardarelli
    Posted at 19:00h, 14 maggio Rispondi

    Abitiamo con tanta assiduità nelle anguste reclusioni giornaliere, ne respiriamo le fuliggini e il catrame, siamo talmente intrisi dei loro miasmi che quando ci troviamo di fronte alla purezza di un capolavoro dell’arte, strumento dello spirito e della bellezza, quasi ne soffochiamo, così come una boccata di terso ossigeno sembra strozzarsi nei bronchi di un fumatore accanito. La bellezza che anche duole per come cozza contro le nostre radicate muraglie. Scaturisce da questo nodo la complessa vertigine dell’assoluto? Una difficile coesistenza di estraneo e familiare che attiene al “perturbante” freudiano?

    • barbara
      Posted at 11:42h, 15 maggio Rispondi

      Scomodare Freud in questo caso mi pare un pò troppo. Certo si rimane con una sensazione di spaesamento, ma è una sensazione piacevole, il ricordo di una visione che, per un momento, ci ha fatto toccare i vertici dell’assoluto. Ma questa è pur sempre un’opinione personale.
      Certo è che di fronte a certi capolavori pare arrestarsi lo spazio ed il tempo: ci troviamo soli di fronte alla bellezza più pura.

  • Stefano Cardarelli
    Posted at 13:22h, 15 maggio Rispondi

    Ma siamo noi a non essere puri, per questo il contatto con il bello è anche stridente. Dopo una lunga detenzione, il primo giorno di libertà per un prigioniero comporta degli scompensi.

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