"La bellezza non è rara." ( J. Luis Borges)
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Diane Arbus: l’occhio dell’altro

Diane Arbus: l’occhio dell’altro

Diane Arbus, Autoritratto

Diane Arbus, Autoritratto

“Una fotografia è un segreto che parla di un segreto. Più essa racconta, meno è possibile conoscere”
(Diane Arbus)

Diane Arbus

Diane Arbus

Il 28 luglio 1972 Marvin Israel entrò nell’appartamento di Diane Arbus a Westbeth, la comunità di artisti poveri dove la fotografa risiedeva da qualche tempo. Lo spettacolo che si trovò dinanzi agli occhi lo lasciò senza parole: nella vasca da bagno, con le vene recise, giaceva il corpo completamente vestito della donna. Diane era morta da due giorni, una nota sul suo diario: ultima cena, 26 luglio.

Con questo tragico epilogo si chiudeva un’esistenza cominciata come una favola in una lussuosa casa a Central Park West. Un suicidio che contribuì a gettare nuova luce sul lavoro della Arbus: la sua capacità di scovare il malessere nella società del benessere non era altro che il riflesso del suo stesso male di vivere.

Diane Arbus, Ragazzo che legge una rivista, New York City, 1956

Diane Arbus, Ragazzo che legge una rivista, New York City, 1956

Nata da una ricca famiglia di commercianti ebrei di origine russa, Diane Nemerov crebbe tra agi e ricchezze, allevata da nannies ed istitutrici. Un mondo inviolato, protetto dalle brutture e dalle miserie, è la sofferenza segreta di essere tenuta incontaminata. Ben educata ed istruita, frequentò le scuole più prestigiose, dimostrando una certa predisposizione per la pittura ed il disegno. A diciott’anni uscì da questo mondo ovattato per sposare Allan Arbus, commesso in un negozio della famiglia, dal quale imparerà il mestiere di fotografa.
Con il marito fondò la “Diane & Allan Arbus”, uno studio che si dedicava alla fotografia di moda. Una collaborazione che durò circa tredici anni, fino al 1956, quando, proprio mentre il suo matrimonio entrava in crisi, sostenuta dalla fotografa austriaca Lisette Model, Diane iniziò a scattare le sue prime foto da sola, guardando improvvisamente il mondo con altri occhi.
Abbandonata la realtà patinata, Diana intraprese un viaggio che la portò a toccare i margini di quella che viene considerata la normalità: nani, giganti, travestiti, omosessuali, nudisti, ritardati mentali, ma anche gente comune colta in situazioni ed atteggiamenti incongrui. Reagendo alla falsificazione proposta dalla pubblicità e alle rassicuranti convenzioni borghesi, la Arbus scelse di schierarsi con i disadattati, gettando in faccia all’America tutto l’orrore di qualcosa che non voleva vedere.

“I fenomeni sono qualcosa che ho fotografato a lungo. Sono stati una delle prime cose che ho fotografato e sentivo una specie di terrificante eccitazione. Ero abituata ad adorarli. Ancora oggi adoro alcuni di loro. Con ciò non voglio affermare che essi siano i miei migliori amici, ma essi mi fanno sentire un insieme di vergogna e soggezione. In loro c’è come una qualità di leggenda. Come una persona in una fiaba che ti ferma e ti chieda di rispondere ad un indovinello. La maggior parte delle persone attraversa la vita temendo d’avere esperienze traumatiche. I fenomeni sono nati con i loro traumi. Essi hanno già superato il loro test nella vita. Essi sono aristocratici.”

(Diane Arbus)

Diane Arbus, Cora Pratt, 1961

Diane Arbus, Cora Pratt, 1961

Senza alcun moralismo, ma con una sincera partecipazione emotiva, Diane scovò i suoi soggetti nelle crepe della città, in quelle pieghe amare dove anche lei si calò, allontanandosi sempre di più da uno stile di vita ordinario e rassicurante.

Un contatto non solo visivo, ma soprattutto personale, fu quello che Diana instaurò con le persone fotografate: la condivisione di uno stato di anomalia rispetto al sentire comune.

Le sue foto, altamente costruite, pensate, organizzate, ci riconsegnano alla nostra diversità, una diversità che è propria di tutti gli uomini solo per il fatto di essere altri nei confronti del prossimo.

Diane Arbus, Signora ad un ballo in maschera, New York City, 1967

Diane Arbus, Signora ad un ballo in maschera, New York City, 1967

Già a partire dagli anni Sessanta Diane Arbus trovò favorevoli riscontri tra i critici, i collezionisti e le istituzioni. Le sue fotografie più famose si fecero spazio sulle pareti di musei e gallerie. Ma con l’accrescere della notorietà anche il suo stato di depressione e di tormento interiore si andavano acuendo. Alternando droghe e antidepressivi, stati di coscienza e forme di affettività non convenzionali, Diane Arbus giunse a quel fatidico 26 luglio quando decise di porre fine alla sua vita, proprio alle soglie della sua consacrazione alla Biennale di Venezia del 1972.
Di lei ci rimane la sua straordinaria opera, in bilico tra apparenza e ricerca di identità, che racconta un rapporto unico con i diversi e, per mezzo di loro, la disarmonia con il sogno americano che ha fatto della bellezza e della felicità le sue uniche ragioni d’essere.

“La fotografia mostra tutte quelle cose che nessuno riesce a vedere prima che siano fotografate.”

(Diane Arbus)

Diane Arbus: l’occhio dell’altro ultima modifica: 2015-04-12T13:40:04+00:00 da barbara
5 Comments
  • Guido Sperandio
    Posted at 14:17h, 12 aprile Rispondi

    Inquietante.
    Un dito nell’occhio alla mia rassicurante tranquillità borghese.
    Ma forse occorrerebbe più pietà per se stessi e la specie umana.

    • barbara
      Posted at 11:46h, 13 aprile Rispondi

      Ti rispondo con una citazione di Nietzsche: “Chi lotta contro i mostri deve fare attenzione a non diventare lui stesso un mostro. E se tu riguarderai a lungo in un abisso, anche l’abisso vorrà guardare dentro di te.”
      Questo può essere un pericolo, certo è che il mostruoso è dentro di noi e fuori di noi, bisogna solo cercare di esserne più consapevoli.
      Ribaltando l’affermazione di Nietzsche, credo sià più mostruoso colui che dimostra una quieta indifferenza verso tutto ciò che viene comunemente indicato come anormale o diverso.

      • Guido Sperandio
        Posted at 14:23h, 18 aprile Rispondi

        Non ho capito la tua risposta.
        Concludi: “credo sià più mostruoso colui che dimostra una quieta indifferenza verso tutto ciò che viene comunemente indicato come anormale o diverso.”
        Non so. Perchè io dicendo “forse occorrerebbe più pietà per se stessi e la specie umana” intendevo, appunto, esprimere tutt’altro che indifferenza ma comprensione per la precarietà e i limiti di ogni genere che ci caratterizzano tutti, belli e brutti, con tutte le nostre infinite precarietà.

  • gialloesse
    Posted at 16:34h, 13 aprile Rispondi

    Un incanto. Ho guardato, letto molto e ho respirato quest’aria pulita e leggera. Tanto profumo di cose belle e importanti dette così, con tanta semplicità senza l’irritante pedantesco professorale. Ho gioito tanto , ma mi sono anche commosso con Pollock, che voglio bene da sempre, e con Francesca Woodman che snobbavo un poco. Grazie con tanto cuore, ora siete in due: tu e Sky Cult.

    • barbara
      Posted at 17:19h, 13 aprile Rispondi

      Grazie mille veramente. Mi hai fatto un gran complimento; sai sono convinta che essere chiari e semplici significa avere padronanza della materia, di solito chi poco ne capisce si nasconde dietro a parole pompose… 😀
      La mia intenzione è quella di far conoscere a chi sa, a chi non sa e a chi ha solo voglia di aprire un pò i propri orizzonti e se, come dici tu, riesco nel mio intento non posso che esserne soddisfatta.
      Grazie anche per il paragone con Sky Cult, parli con una persona che non possiede (per scelta) la tv, ma immagino che sia un programma di livello. 😀
      Grazie ancora

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