"La bellezza non è rara." ( J. Luis Borges)
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Ferdinando Scianna: un siciliano di Bagheria

Ferdinando Scianna: un siciliano di Bagheria

Ferdinando-Scianna-Venerd-Santo-Enna-1963“La mia storia personale mi ha portato, da quasi mezzo secolo, a vivere fuori dalla Sicilia. Poi, a poco a poco, ho scoperto con gli anni che non si va mai via completamente dalla Sicilia, non si distrugge dentro di sé un’appartenenza così drammaticamente forte.”

(Ferdinando Scianna)

Ferdinando Scianna, porticello, Sicilia, 2001

Ferdinando Scianna, porticello, Sicilia, 2001

La fotografia come via di fuga, fuga dalla sua Bagheria, perennemente in cerca del momento perfetto per uno scatto. Una fuga dell’anima, da una realtà che gli stava troppo stretta, ma che rimane come memoria persistente nelle sue immagini.
Primo italiano ad entrare nella prestigiosa agenzia Magnum Photos, Ferdinando Scianna ha trovato fama e notorietà fuori dalla Sicilia, ma è sempre da quella Sicilia che trae ispirazione, una terra da cui non si può andare via definitivamente.

Le mie foto, ovunque io le faccia, esprimono sempre la stessa drammaticità. Perchè sono rimasto segnato dall’irruenza della nostra luce. Io parto sempre dall’ombra. Le mie immagini sono sempre in ombra, contrariamente a quelle dei fotografi nordici che catturano più luce possibile.

Ferdinando Scianna, Leonardo Sciascia, Racalmuto, Sicilia, 1964

Ferdinando Scianna, Leonardo Sciascia, Racalmuto, Sicilia, 1964

La sua prima mostra, nel 1963, al Circolo di cultura di Bagheria, sul tema delle feste popolari, fu la chiave di svolta per evadere da quel paese, a cui era legatissimo, e per poter fare della sua passione una vera e propria professione.

Coincidenze e situazioni che cambiarono definitivamente un’esistenza che sembrava già scritta, confezionata su misura: dall’incontro con Leonardo Sciascia, alla collaborazione come fotoreporter per L’Europeo, fino alla conoscenza di Cartier-Bresson, suo mito da sempre. Una vita dietro l’obiettivo consapevole del fatto che, se una fotografia non è in grado cambiare il mondo, una cattiva fotografia lo può solo peggiorare.

Ferdinando Scianna, Beirut, Guerra civile, 1976

Ferdinando Scianna, Beirut, Guerra civile, 1976

Nella nostra realtà sopraffatta dai media, dove le immagini inglobano ogni attimo e gesto della quotidianità, Scianna rimane fedele ad un etica fotogiornalistica di vecchio stampo, preferendo la chiarezza e la sincerità a quella superficialità sensazionalistica che tutto rende spettacolo. Anche quando si piegò ai dettami della fotografia di moda, immortalando il momento aureo della Milano di via Montenapoleone con le sue modelle ed i suoi giovani talenti, Scianna si scostò dal tradizionale genere patinato per realizzare una visione più autentica e personale di quel mondo.

Nel 1987 due stilisti emergenti, Domenico Dolce e Stefano Gabbana, gli proposero di realizzare il loro catalogo, Scianna, incuriosito ma anche spaventato dal tradire il momento decisivo dello scatto, decise di portare la moda fuori dallo studio e dalle sue pose artificiose, facendola entrare in contatto con il carattere arcaico e sanguigno della sua terra natia.

Fu così che prese vita un nuovo modo di intendere la fotografia di moda: un incontro tra le memorie del passato e la corrente finalità commerciale, in grado di stravolgere un genere oramai divenuto di maniera.

E così mischiando sapientemente reale ed immaginario, Scianna fu chiamato a lavorare per le più prestigiose testate di moda internazionali, tramutando la finzione in narrazione: la moda come reportage, come traccia di un’esperienza vissuta.

Nel 1987 mi chiama Domenico Dolce perché mi dice che vuole lavorare con un fotografo siciliano per la nuova campagna Dolce&Gabbana; arriva nel mio studio insieme a Stefano Gabbana, spiego loro che non ho mai fatto foto di moda, rispondono che hanno visto le mie foto e che gli va benissimo. Per diciott’anni ho fatto la splendida vita del fotografo di moda, ho portato la top model Marpessa a Santa Flavia ad esempio. Poi ho scoperto che le foto che Dolce e Gabbana avevano visto vent’anni prima non erano le mie.

Un destino ineluttabile come parte della cultura siciliana e come parte integrante della carriera di Scianna che afferma di aver avuto dalla fotografia più di quanto non le abbia dato.

Ferdinando Scianna, Etiopia, 1984

Ferdinando Scianna, Etiopia, 1984

Testimone di scempi e bellezze, di luce e lutto, di nobiltà e miseria, Scianna ha sempre interpretato la fotografia come un mezzo per mettere ordine nel caos delle cose: l’obiettivo scruta e sceglie in base ad un preciso ordine mentale. La foto è dunque il risultato di un’attenta elaborazione intellettuale: un racconto fatto di immagini che conservano intatte la memoria di qualcosa che è esistito in un tempo e in un luogo.

Il fotografo ha la fortuna di poter costruire le immagini ricevendole, il gesto di fotografare consiste nel ricevere, è un modo di leggere il mondo interpretandolo. E’ nella maniera in cui si sceglie i suoi rettangoli o quadrati di tempo e di vita che il fotografo finisce col costruire il suo mondo.

Specchiati in quei cristalli e nell’istessa magnificenza singolar contempla di fralezza mortal l’imago espressa, campeggia nel salone di Villa Palagonia a Bagheria, iscrizione ben presente in tutta l’opera di Scianna che, attraverso la lente del suo obiettivo, ha guardato il mondo riportandolo a nuova luce.

Ferdinando Scianna, Villa Palagonia, Bagheria, Sicilia

Ferdinando Scianna, Villa Palagonia, Bagheria, Sicilia

 

Ferdinando Scianna: un siciliano di Bagheria ultima modifica: 2015-03-28T13:56:59+00:00 da barbara
2 Comments
  • Paola
    Posted at 19:20h, 28 marzo Rispondi

    Mi sembra un altro tempo e un altro mondo, e invece… qualche decina d’anni e una manciata di kilometri. Il bianco e nero mi affascina totalmente. Grazie, stupende foto e articolo. 🙂

    • barbara
      Posted at 12:13h, 29 marzo Rispondi

      La fotografia, come la pittura, è capace di restituirci una realtà completamente soggettiva; sta tutto nell’occhio di chi guarda. Anche a me affascina molto il bianco e nero, vi è una certa tradizione ed un modo di utilizzare la luce che il colore non possiede.
      Grazie 😉

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