"La bellezza non è rara." ( J. Luis Borges)
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Pompeo Batoni: l’arte da souvenir

Pompeo Batoni: l’arte da souvenir

Pompeo Batoni, Ritratto di Edmund Rolfe, 1761

Pompeo Batoni, Ritratto di Edmund Rolfe, 1761

Né pittore né scultore né architetto è in grado di produrre opere di qualche significato se non ha compiuto il suo viaggio a Roma, frase che Francisco de Hollanda pronunciò nel 1548, ma che conservò intatta la sua verità fin nel Diciottesimo secolo. I monumenti dell’antichità, del Rinascimento e dell’età barocca uniti ad una vita sociale frizzante e cosmopolita avevano fatto di Roma una capitale capace ancora di attrarre artisti, scrittori ed aristocratici. Città festosa e pittoresca, meta obbligatoria del Grand Tour, Roma nel Settecento era un vero e proprio museo a cielo aperto, come ebbe a dire Montesquieu un tesoro immenso, messo insieme, di cose uniche, dove era usuale incontrare uomini di straordinario talento.

Pompeo Batoni, Ritratto di Sir Wyndham Knatchbull-Wyndham, 1758-1759

Pompeo Batoni, Ritratto di Sir Wyndham Knatchbull-Wyndham, 1758-1759

Sostenuta dalla lungimiranza di due pontefici che furono anche grandi intellettuali, l’Urbe diventò sempre più internazionale: si formarono colonie di artisti stranieri, alimentando così un vivace scambio culturale con i loro paesi di origine.

Quello che i viaggiatori venivano a cercare a Roma, lo diffusero prontamente nella loro patria: da Fragonard a Reynolds, da Fussli a Mengs, da Soane ai fratelli Adam, tutti, chi prima chi poi, contribuirono a divulgare il gusto romano nel resto dell’Europa.

Pompeo Batoni, Ritratto di Edward Augustus Duca di York, 1764

Pompeo Batoni, Ritratto di Edward Augustus Duca di York, 1764

Al numero 25 di via Bocca di Leone, aveva la sua casa-atelier Pompeo Batoni, un grande pittore di storia e di soggetti sacri ma che ben presto si specializzò nel dipingere i ritratti dei grandi protagonisti del secolo: teste coronate, principi tedeschi, intellettuali, nobili inglesi e francesi, tutti desiderosi di portarsi a casa un ricordo importante della città.

Batoni elaborò infatti un particolare tipo di ritratto irresistibile per i viaggiatori: in qualunque formato o posa includeva nello sfondo o in altre parti delle tracce inequivocabilmente romane, fosse il Campidoglio, il Colosseo o una qualche statua antica. Un souvenir prestigioso creato da uno tra i più grandi pittori del suo tempo che condivideva, forse solo con il Canaletto, una fama di calibro internazionale.

Pompeo Batoni, Ritratto di una dama nelle vesti di Diana, 1776

Pompeo Batoni, Ritratto di una dama nelle vesti di Diana, 1776

Nato a Lucca nel 1708, Pompeo Girolamo Batoni apprese dal padre, un affermato orafo, la tecnica del disegno. A soli diciannove anni, già bella speranza dell’arte locale, si trasferì a Roma con il preciso scopo di diventare un grande pittore. Ed in effetti Batoni divenne famoso e ricchissimo, celebrato come il miglior ritrattista del mondo oltre che come il più richiesto e versatile artista di Roma nella seconda metà del Settecento. Fama questa che si spense poco dopo la sua morte: era appena stato sepolto che venne subito dimenticato. Il gusto era mutato: il rigore formale del Neoclassicismo stava prendendo il sopravvento sugli ultimi sussulti del Barocco e sulle piacevolezze del Rococò.
Dotato di abilità pittoriche naturali, Batoni si distinse per una sorprendente padronanza della tecnica ed una magistrale fluidità di tocco. Incontentabile e mai soddisfatto, continuava a rifinire i suoi dipinti completati anche molto tempo dopo, portando i suoi committenti all’esasperazione. La cura nei dettagli e nei particolari, la precisione nelle fisionomie, l’attenzione maniacale nella resa delle vesti, contribuiscono a fare dei ritratti del Batoni delle vere e proprie istantanee di un’epoca: preziose testimonianze utili alla storia della moda e del costume.

Pompeo Batoni, Ritratto del Generale William Gordon, 1765-1766

Pompeo Batoni, Ritratto del Generale William Gordon, 1765-1766

Ritrattista a volte un po’ troppo compiacente, non disdegnava a corteggiare la vanità dei suoi soggetti dotandoli di fascino e bellezza anche quando ne erano totalmente privi: la vanità non andava delusa, soprattutto se si voleva fare dei buoni affari. E i committenti non lesinavano di certo sul prezzo pagando cifre altissime per avere il privilegio di farsi immortalare da Batoni.
Nominato barone da Maria Teresa d’Austria per un ritratto postumo del marito Francesco I, Batoni subì un destino di triste oblio, vittima sacrificale di un’intera epoca che venne ritenuta superata ed obsoleta dal Neoclassicismo ottocentesco.

Pompeo Batoni, Ritratto di John Talbot Conte di Talbot, 1773

Pompeo Batoni, Ritratto di John Talbot Conte di Talbot, 1773

Oggi, seppure non nel nome, tutti conosciamo l’opera di Pompeo Batoni per una sola immagine che è diventata un’icona: l’effigie del Sacro Cuore. Un’immagine che consideriamo un pò kitsch per la mercificazione a cui è stata sottoposta nel tempo, ma che rappresenta, per i cattolici, il prototipo della raffigurazione del Sacro Cuore di Gesù: il Cristo sostiene con la sinistra un cuore fiammeggiante e con la desta fa un gesto d’invito alla confidenza della sua misericordia.

Quando giunsi a Roma gli artisti italiani del tempo non parlavano di nient’altro, non guardavano nient’altro che l’opera di Pompeo Batoni, riconosceva l’americano Benjamin West nel 1760. Ora l’eclettica, variegata e pregiata opera del lucchese è ridotta alla memoria di un gadget che possiamo incontrare in qualsiasi luogo della terra, sulla maglietta di un chitarrista americano, nel cruscotto di un camionista polacco, in un bar equivoco di Timor Est , in un negozio di Lisbona, dovunque.

Sembra essere una specie di contrappasso dantesco la sorte toccata a Pompeo Batoni: un artista da souvenir che ancora celebriamo per un’opera divenuta, suo malgrado, un prezioso souvenir.

Pompeo Batoni, Sacro Cuore di Gesù, 1740

Pompeo Batoni, Sacro Cuore di Gesù, 1740

Pompeo Batoni: l’arte da souvenir ultima modifica: 2015-02-27T12:52:15+00:00 da barbara
4 Comments
  • Paola
    Posted at 15:51h, 27 febbraio Rispondi

    Non conoscevo affatto questo artista, ma l’eleganza dell’abbigliamento e della moda settecentesca mi affascinano tantissimo. Grazie mille per questo piacevolissimo momento nel passato. 🙂

    • barbarameletto
      Posted at 15:44h, 28 febbraio Rispondi

      Grazie a te. In effetti i suoi quadri vengono utilizzati per una ricostruzione della storia dell’abbigliamento. Egli fu infatti testimone di un cambiamento nella moda e nel gusto che ritrasse con grande precisione e meticolosità.

  • Guido Sperandio
    Posted at 16:21h, 27 febbraio Rispondi

    Continuo a imparare, che poi, racconti così bene, senza le solite elucubrazioni e accademie, che le vicende e i quadri vivono abbinati, così che alla fine, c’è anche materia da riflettere, e arte e vita (quella non di ieri solamente, ma anche attuale) si fondono, diventano tutt’uno.
    Applausi e sorrisi q.b.

    • barbarameletto
      Posted at 15:47h, 28 febbraio Rispondi

      Grazie mille. Alla fine l’arte non è qualcosa di così astratto come sembra. L’arte è storia, poesia, filosofia, letteratura, in una parola l’arte è vita, come tu hai ben detto, la nostra vita.

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