"La bellezza non è rara." ( J. Luis Borges)
Tag

Edipo: l’ineluttabilità del destino

Edipo: l’ineluttabilità del destino

“Sono un re e un mostro in un solo corpo”

(Hugo von Hofmannsthal, Edipo e la sfinge, 1906)

Gustave Moreau, Edipo e la Sfinge, 1864

Gustave Moreau, Edipo e la Sfinge, 1864

Sigmund Freud immaginava se stesso come un novello Edipo e sognava un suo busto, all’Università di Vienna, recante il famoso verso di Sofocle colui che risolse il famoso problema e fu un uomo dei più potenti, desiderio che poi realizzerà nel 1905.

Nella sua casa, ubicata nel palazzo di Bergasse 19 nel nono distretto di Vienna, il padre della psicanalisi esibiva la celebre riproduzione del quadro di Ingres Edipo interroga la Sfinge, dove l’eroe è impegnato a risolvere quesiti che gli condizioneranno l’esistenza.

Emblema del pensiero freudiano, archetipo dell’assenza di certezze, il mito di Edipo è un mito senza tempo che racconta la fatica umana di misurarsi con l’interrogazione e, in particolare, quella del dolore senza colpa, della sofferenza senza spiegazione. Figura tragica della consapevolezza, caricata da Freud di significati molto più profondi, la storia di Edipo è, prima di tutto, la storia di un ragazzo, poi diventato uomo, e della sua ricerca disperata e funesta della verità.

Salvador Dalì, Complesso di Edipo, 1930

Salvador Dalì, Complesso di Edipo, 1930

SFINGE: C’è un enigma nella tua vita: qual è?
EDIPO: Non lo so, non voglio saperlo […]. Non voglio vederti, non voglio vederti,
non voglio ascoltarti. (cerca di precipitarla giù)
SFINGE: È inutile, è inutile, l’abisso in cui mi spingi è dentro di te.

(Pier Paolo Pasolini, Edipo Re, 1967)

Giorgio de Chirico, Edipo e la Sfinge, 1968

Giorgio de Chirico, Edipo e la Sfinge, 1968

Immagine assai presente nell’antichità in sculture e pitture vascolari, con una certa predilezione per la raffigurazione della Sfinge, la rappresentazione di Edipo ha conosciuto una notevole diffusione a partire dal XIX secolo, dapprima con il Simbolismo e poi, durante il Novecento, attraverso il Surrealismo e la rilettura in chiave psicanalitica della vicenda.

Da Moreau a Dalì, da De Chirico ad Ernst, da Munch a Savinio, da Khnopff a Bistolfi, gli artisti moderni furono irresistibilmente attratti da quest’uomo accecato all’interno del suo mondo, ma disperatamente ostinato nel voler sciogliere i nodi della sua esistenza.

Fernand Khnopff, L’arte (o La sfinge; o Le carezze), 1896

Fernand Khnopff, L’arte (o La sfinge; o Le carezze), 1896

Nel 1983 Francis Bacon decise di confrontarsi con quell’opera di Ingres tanto amata da Freud, catturando, in modo del tutto nuovo, il momento decisivo della tragedia: dopo aver ucciso il padre Laio, ignorandone l’identità, Edipo risponde esattamente al quesito postogli dalla Sfinge; la vittoria sul mostro che sancisce definitivamente il tracollo del tebano.

“[…] Il mostro spinge con le zampe
sul petto di Edipo –
ma lui s’è ripreso in fretta, e ora non ha più paura
del mostro. Ha pronta la risposta,
e la vittoria è sua. Ma non è contento
di questa vittoria. I suoi occhi
pieni di malinconia non guardano la Sfinge,
ma lontano, lungo l’angusta via che porta a Tebe,
e di là fino a Colono.
L’anima gli dice chiaramente
che la Sfinge gli parlerà di nuovo laggiù
con enigmi più difficili e grandi,
che non hanno soluzione.”
(Kostantinos Kavafis)

Jean Auguste Dominique Ingres, Edipo interroga la Sfinge, 1808-1827

Jean Auguste Dominique Ingres, Edipo interroga la Sfinge, 1808-1827

Nella tela di Ingres sembra che sia il giovane ad interrogare il mostro: il volto indagatore proteso verso l’oggetto della sua curiosità, la mano sprezzante rivolta con gesto interrogativo.

Il gusto neoclassico di Ingres ammantò il mito di una sorta di serena calma e di nobile bellezza: nulla turba la scena, nemmeno la figura che erompe sullo sfondo con un’espressione di angoscia sul volto. Tutto pare compiersi in una perfetta ed elegante armonia.

Francis Bacon, Edipo e la Sfinge, 1983

Francis Bacon, Edipo e la Sfinge, 1983

Bacon prese le mosse dalla rappresentazione di Ingres per stravolgerla completamente: qui la Sfinge si erge su di un piedistallo con l’occhio puntato verso lo spettatore, quasi in segno di sfida. Lontana dal rifugiarsi sconfitta nel suo antro buio, è colpita in pieno dalla luce rivendicando, così, tutto il suo potere e la sua carica vitale.

Il dito indagatore e vittorioso di Edipo lascia il posto, nel centro della scena, al suo piede trafitto: trofeo putrescente del trauma subito nella primissima infanzia. In fondo, tenuta a stento a bada da una protezione trasparente, s’intravede minacciosa la furia vendicatrice con le fauci imbrattate di sangue.

Il sovvertimento gerarchico è totale. Non ci troviamo più di fronte ad un bellissimo eroe fiero del suo intelletto e delle sue capacità cognitive, qui il re è nudo di fronte a se stesso e alla violenza dei mostri che lo assediano.

Spogliato di tutta la sua aurea trionfale, Edipo, nelle vesti di un moderno pugile, soccombe sconfitto di fronte alla forza del destino che lo travolge, che è poi il destino dell’uomo: un destino ineluttabile a cui non ci è dato scampo.

“Non è Creonte il tuo danno; tu sei danno a te stesso.”

(Sofocle, Edipo Re)

Max Ernst, Edipo Re, 1922

Max Ernst, Edipo Re, 1922

Edipo: l’ineluttabilità del destino ultima modifica: 2015-02-17T19:02:05+00:00 da barbara
2 Comments

Post A Comment