"La bellezza non è rara." ( J. Luis Borges)
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Venere e Adone: caccia d’Amore

Venere e Adone: caccia d’Amore

“Non stancherò le tue labbra saziandole:
le renderà più avide l’eccesso,
io le farò arrossire e impallidire
in modi sempre nuovi; dieci baci
saranno un bacio, un solo bacio venti.
E’ breve quanto un’ora il giorno estivo
se speso in questi giochi, i più incantevoli.”
(William Shakespeare, “Venere e Adone”, 1593)

Hendrick Goltzius, Venere e Adone, 1614

Hendrick Goltzius, Venere e Adone, 1614

Un sofferto ed estenuante tema amoroso, una caccia inutile all’oggetto del desiderio che a sua volta muore per una caccia animalesca, questa è la storia di Venere e Adone uno dei miti preferiti dall’arte del Rinascimento e del Barocco.
Nel suo decimo libro de Le Metamorfosi Ovidio narra di Adone, un bellissimo giovane, di cui Venere si innamora follemente, non curandosi di altro se non di lui. Adone ricambia tiepidamente il sentimento della dea, preferendo, di gran lunga, i piaceri della caccia. Nonostante gli avvertimenti di Venere, pervasa da un triste presagio, il giovane parte per una battuta di caccia al cinghiale durante la quale viene ferito a morte. Venere, disperata per la perdita di Adone, invoca che dal sangue dell’amato si generi un rosso fiore che lo possa ricordare per sempre, l’anemone.

Paolo Veronese, Venere e Adone, 1580

Paolo Veronese, Venere e Adone, 1580

Adone, nato dal rapporto incestuoso di Smirna nei confronti del padre, subirà, come la madre, una trasformazione metamorfica vegetale: gli dei non perdonano i delitti commessi ed il frutto delle loro aberrazioni, anche se questi sono provocati dagli stessi dei. Smirna si innamorò del padre a causa di un incantesimo di Venere, Adone fu il frutto di questa relazione nata dalla gelosia della dea.

L’Amore, incarnato nella figura di Venere, è dunque la forza primigenia che scatena passioni, azioni e reazioni di portata sconvolgente: l’alchimia della vita, “l’amor che move il sole e l’altre stelle.”

Pieter Paul Rubens, Venere e Adone, 1635-1638

Pieter Paul Rubens, Venere e Adone, 1635-1638

La vicenda, con la sua carica tragica e travolgente, animò la fantasia di letterati, musicisti, pittori e scultori che diedero nuova forma poetica alle parole di Ovidio.
Nel 1593, uno Shakespeare rimasto senza lavoro per la chiusura dei teatri a causa della peste, si dedicò alla composizione di un poemetto dal titolo Venere e Adone.

La penna di Shakespeare trasformerà la dea in un’eroina romantica tutta carne e fuoco, intenta a sedurre l’imberbe e riluttante giovincello che, quasi infantilmente, farà invece prevalere la sua passione per la caccia sui tentativi di seduzione della più bella fra le dee.

“Duro, tenace sei, acciaio, pietra,
più che pietra: la pietra all’acqua cede.
Perché tu, generato da una donna,
non conosci l’amore e i suoi tormenti?
Fosse stata, tua madre, un’insensibile,
sarebbe morta sola, e tu mai nato…
Che idea ti fai di me, che mi disprezzi?
Deturpi le tue labbra, se mi baci?
Parlami, o dolce; ma sii dolce o taci…”
(William Shakespeare, “Venere e Adone”, 1593)

Adone ne risultò così un immaturo grande bambino capriccioso, mentre Venere, degna delle grandi eroine di Shakespeare, diventò la vera grande protagonista dell’opera: femmina, amante e madre, essa racchiude in sé tutte le caratteristiche e le contraddizioni di una donna, così violenta e dolce, carnale e spirituale, plastica ed eterea insieme.

Laurent de la Hyre, Adone morto, 1626

Laurent de la Hyre, Adone morto, 1626

La rivisitazione che maggiormente ispirò la fantasia dei pittori nella realizzazione delle loro opere fu però l’Adone di Giovan Battista Marino. Edito a Parigi nel 1623 e dedicato alla sua mecenate Maria de’ Medici, il poema conobbe un immediato successo anche grazie ai numerosi rinvii della pubblicazione che ingenerarono nella comunità dei letterati una curiosa attesa.
Il tema del giovane cacciatore amato da Venere ebbe una larga diffusione iconografica nel primo cinquantennio del Seicento, soprattutto in ambito francese, dove il poema ovidiano era ritenuto un testo fondamentale per l’educazione degli uomini di cultura elevata. Non si trattò dunque di un caso se il Marino decise di dare alle stampe il suo capolavoro proprio a Parigi.
Fra i dipinti tratti dal testo del poeta napoletano mi limito a menzionare Adone morto di Laurent de la Hyre del 1626, Venere e Adone di Nicolas Poussin del 1627-1628, e le numerose versioni realizzate nel corso degli anni da Alessandro Turchi.

Il Barocco interpretò l’episodio con un misto di sensualità pagana ed estasi mistica, sprofondando il peso del corpo nella sua densità carnosa ed interrogandone, al contempo, il suo stato effimero ed apparente.

Jusepe de Ribera detto lo Spagnoletto, La morte di adone, 1637

Jusepe de Ribera detto lo Spagnoletto, La morte di adone, 1637

Superati i tormenti, i patetismi ed i virtuosismi del Seicento, l’episodio di Venere e Adone troverà, nel primo Settecento, una rappresentazione più leggera e civettuola, legata alla nuova sensibilità del Rococò. Tralascio l’enumerazione delle diverse opere per concentrarmi su un artista in particolare, un artista di cui mi preme parlare in quanto nativo della mia città, Belluno.
Nel 1707 Ferdinando de’ Medici, amatore e collezionista appassionato di arte veneta, affidò a Sebastiano Ricci, uno dei più talentuosi pittori del Settecento europeo, la decorazione dell’anticamera dell’appartamento terreno di Palazzo Pitti.
Il Ricci, affiancato dal nipote Marco e dal quadraturista Giuseppe Tonelli, affrescò nella volta della stanza il Commiato di Adone da Venere, arrangiando una composizione dolce e raffinata, delicata e struggente, avvolta nella freschezza di una pennellata smagliante.
Il Ricci immortalò l’istante in cui il giovane Adone si congeda dalla dea per accingersi alla sua fatale caccia: un momento carico di tensione erotica, enfatizzato dalla mano di Venere poggiata sotto il mento dell’amato.Grazia ed eleganza pervadono l’intera scena: le nubi rosa sono tattili, la materia si sfalda in piccoli tocchi capaci di catturare e rinfrangere la luce in sfumature guizzanti e vibranti.
Il colorismo veneto trovò qui il suo momento di più splendente sensualità.

Sebastiano Ricci, Commiato di Adone da Venere, dettaglio, 1707

Sebastiano Ricci, Commiato di Adone da Venere, dettaglio, 1707

“Adon, seguimi (disse) e vedrai quanto
cortese stella al nascer tuo promise;
prendi la treccia d’or che’n man ti porgo,
né temer di venirne ov’io ti scorgo.
Benché vulgare opinione antica
mi stimi un idol falso, un’ombra vana
e cieca e stolta e di virtù nemica
m’appelli, instabil sempre e sempre insana
e tiranna impotente altri mi dica
vinta talor dala prudenza umana,
pur son fata e son diva e son reina,
m’ubbidisce natura, il ciel m’inchina.”
(Giovan Battista Marino, Adone, 1623)

John William Waterhouse, Il risveglio di Adone, 1900
John William Waterhouse, Il risveglio di Adone, 1900
Venere e Adone: caccia d’Amore ultima modifica: 2015-01-26T20:40:28+00:00 da barbara
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