"La bellezza non è rara." ( J. Luis Borges)
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Joan Mirò: la calligrafia dell’immaginazione

Joan Mirò: la calligrafia dell’immaginazione

Joan Mirò, Villaggio di Prades, 1917

Joan Mirò, Villaggio di Prades, 1917

“Ciò che mi interessa è la calligrafia di un albero, delle tegole di un tetto, foglia per foglia, ramo per ramo, filo d’erba per filo d’erba.”

(Joan Mirò)

Joan Mirò, Orto con asino, 1918

Joan Mirò, Orto con asino, 1918

Fantasia e rigoroso lavoro, accortezza e generosità, immaginazione e severo controllo sono caratteristiche proprie della mentalità catalana e costituiscono utili indizi per spiegare l’opera e la personalità di Joan Mirò.

Un’opera piacevole allo sguardo, capace d’incantare adulti e bambini, ma che cela, nella sua apparente semplicità, la complessità di un mestiere forgiato nella dura lavorazione dei metalli. Figlio di un orologiaio e nipote di un fabbro, Mirò per molto tempo equiparò il proprio stile alla creazione fisica della materia: una disciplinata composizione di intarsi, intrecci e incastri policromi.

Joan Mirò, Pieve di Sant Johan d'Horta, 1917

Joan Mirò, Pieve di Sant Johan d’Horta, 1917

Nelle sue prime prove si può scorgere l’occhio di un uomo innamorato della sua città; esse parlano dei ferri battuti, dei cancelli e dei balconi di Barcellona, ammiccando alle decorazioni bizantine e alla tradizione romanica imperante.
Fino ai primi anni Venti del Novecento le composizioni di Mirò paiono emergere come colate laviche induritesi nelle forme, più che dipinte sembrano essere sbalzate, smaltate, tornite, presenze solide e granitiche ricomposte in una lucida e cristallina stilizzazione.

Joan Mirò, La chiesa e il paese di Montroig, 1919

Joan Mirò, La chiesa e il paese di Montroig, 1919

“Se vuoi venire a Parigi a combattere, allora è un grosso errore lasciare passare il tempo, per indolenza, e credere che domani le cose andranno meglio. Il domani, me ne frego: quello che mi interessa è l’oggi. In altre parole preferisco mille volte, te lo dico con tutta sincerità, essere assolutamente un fallito, mortalmente fallito a Parigi, piuttosto che galleggiare sulle acque putride di Barcellona.”

(Joan Mirò)

Joan Mirò, Paesaggio catalano, 1923

Joan Mirò, Paesaggio catalano, 1923

Nel 1920 Mirò si trasferì a Parigi dove conobbe Picasso, Max Jacob, Ernst, Tzara, Artaud, Prévert e i poeti surrealisti Breton, Eluard, Breton.

Qui Mirò cominciò a sviluppare lo stile che lo rese noto al grande pubblico, una sintassi fatta di vocaboli stralunati e fantastici, un repertorio di invenzioni frutto di un inconscio sereno e senza macchia.

La pittura di Mirò sprigiona lievità e candore, lontana dagli abissi paurosi e dalle intenzioni filosofiche, essa si muove leggera come un verso poetico, vibrando come un brano musicale nelle corde del nostro animo.

Joan Mirò, carnevale di Arlecchino, 1924

Joan Mirò, carnevale di Arlecchino, 1924

Alambicchi, pentagrammi squassati, aquiloni, palloni, fiori, maschere, buffi mostri, un bestiario giocoso popolato di pesci, gatti, mucche uccelli, e poi ancora fiocchi, maschere, scale, stelle, strisce, scritte, micro e macro organismi: note figurate di una grandiosa ed equilibrata sinfonia compositiva.

Con straordinaria armonia le immagini si dispiegano nello spazio, occupando ognuna il posto che le è proprio di diritto: capricci che si librano e si incontrano, si spandono e si chiamano l’un l’altro, festeggiando carnevali continui.

Joan Mirò, Interno olandese, 1928

Joan Mirò, Interno olandese, 1928

“Mirò era la grande libertà. Qualcosa di più aereo, di più libero, di più leggero di tutto quanto avessi visto. In un certo senso era assolutamente perfetto. Non poteva fare un punto senza farlo cadere nel punto giusto. Egli era talmente pittore che gli bastava lasciar cadere tre macchie di colore sulla tela, perché essa esistesse e costituisse un quadro.”

(Alberto Giacometti)

Joan Mirò, Paesaggio, 1924

Joan Mirò, Paesaggio, 1924

Forme organiche e biologiche ispirate, prima ancora che dal clima surrealista, dalla sua origine umile e campagnola, dall’attaccamento alla terra, a quell’ambiente rurale della località catalana di Montroig dove Mirò trovò la sua prima ed autentica vocazione all’arte. Lontano dall’impegno politico, anche di fronte all’orrore della guerra civile spagnola, Joan Mirò con paziente meticolosità e la dedizione di un miniatore, sviluppò un talento insito in una stupenda e celeberrima generazione spagnola, tanto ardente quanto malinconica. Rifugiatosi nei meravigliosi meandri della sua fantasia, egli rimase in quello stato di grazia pura, preservando l’ingenuità del suo immaginario e toccando l’intatta bellezza di quei colossali verdi, arancioni, rossi e profondissimi blu.

Joan Mirò, Composizione, 1933

Joan Mirò, Composizione, 1933


Joan Mirò, dipinto, 1933

Joan Mirò, dipinto, 1933

“Più del quadro in sé conta quel che esso emana e diffonde. Se viene distrutto non importa. L’arte può anche morire, ma quel che conta è che abbia sparso semi sulla terra.”

(Joan Mirò)

Joan Mirò, La canzone dell'usignolo, 1940

Joan Mirò, La canzone dell’usignolo, 1940


Joan Mirò, Costellazione, 1941

Joan Mirò, Costellazione, 1941

“Davanti a un albero sento una violenta emozione, come qualcosa che respira, che parla. In un certo senso anche l’albero è umano.”

(Joan Mirò)

Joan Mirò, La fattoria, 1921-1922

Joan Mirò, La fattoria, 1921-1922

Joan Mirò: la calligrafia dell’immaginazione ultima modifica: 2014-12-10T19:50:49+00:00 da barbara
4 Comments
  • Alessandra
    Posted at 20:39h, 10 dicembre Rispondi

    Grande Mirò, mi è sempre piaciuto tanto. Ma la sua arte si potrebbe considerare a cavallo tra surrealismo e astrattismo?

  • barbarameletto
    Posted at 13:05h, 14 dicembre Rispondi

    Diciamo che al Surrealismo Mirò può essere accostato per la dimensione onirica e per una sorta di automatismo pittorico fatto di una calligrafia minuta e fantastica. Allo stesso modo, le opere più tarde, sono riconducibili all’astrattismo per la loro dimensione non figurativa. Comunque sono sempre delle categorie molto labili che noi utilizziamo più per fare una sorta di chiarezza, ma, si sà, le categorie non sono assolute e hanno confini molto labili. Mirò è stato un artista autonomo nella sua ricerca, non fece mai parte di gruppi o di movimenti, il suo fu un percorso alquanto individuale che lo portò a spaziare nell’uso dei materiali e delle tecniche.
    La tua osservazione è comunque giusta nel senso comune che noi diamo ai termini Surrealismo ed Astrattismo. 😉

  • Jan Steen: il disordine del quotidiano | barbarainwonderlart © Barbara Meletto
    Posted at 19:23h, 21 gennaio Rispondi

    […] ebbe alcun apprendista, ma i suoi quadri ispirarono numerosi artisti nel corso dei secoli. Perfino Joan Mirò, quando nel 1928 si recò al Rijksmuseum, fu suggestionato dall’opera di Steen che divenne un […]

  • Il Surrealismo: l'ultima delle avanguardie artistiche del Novecento
    Posted at 16:56h, 01 maggio Rispondi

    […] Tristan Tzara, Pablo Picasso, René Magritte, Victor Brauner, Benjamin Péret, Gui Rosey, Joan Miró, E.L.T. Mesens, Georges Hugnet, Man […]

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