"La bellezza non è rara." ( J. Luis Borges)
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Narciso: il fatale amore di sé

Narciso: il fatale amore di sé

“Io sono io! L’ho capito, l’immagine mia non m’inganna più!
Per me stesso brucio d’amore, accendo e subisco la fiamma!
Che fare? Essere implorato o implorare? E poi cosa implorare?
Ciò che desidero è in me: un tesoro che mi rende impotente.
Oh potessi staccarmi dal mio corpo!
Voto inaudito per gli amanti: voler distante chi amiamo!
Ormai il dolore mi toglie le forze, e non mi resta
da vivere più di tanto: mi spengo nel fiore degli anni.
No grave non mi è la morte, se con lei avrà fine il mio dolore;
solo vorrei che vivesse più a lungo lui, che tanto ho caro.
Ma, il cuore unito in un’anima sola, noi due ora moriremo.”
(Ovidio, Le Metamorfosi, Libro VIII)

Attribuito a Caravaggio, Narciso, 1597-1599

Attribuito a Caravaggio, Narciso, 1597-1599

Le Metamorfosi di Ovidio costituiscono un compendio delle mutazioni, uno straordinario dizionario mitologico che canta il corpo dell’uomo in cambiamento incarnandolo in figure letterarie.

All’interno di questo corpus, la figura di Narciso è la figura principe della trasformazione, dove la trasformazione si compie entro il nome stesso: un nome che è quello di un fanciullo, che diventa una sindrome, che diventa un fiore, restando disperatamente l’Io che era, perdutamente innamorato di sé.

John William Waterhouse, Eco e Narciso, 1903

John William Waterhouse, Eco e Narciso, 1903

Dalla violenza perpetrata dal dio fluviale Cefiso sulla ninfa Lirìope, venne alla luce Narciso, un bambino di eccezionale bellezza.
La madre preoccupata per il destino del figlio, passibile di incorrere nel peccato di hybris, consultò l’indovino Tiresia, il quale predisse che Narciso avrebbe raggiunto la vecchiaia se non avesse conosciuto sé stesso. Una predizione che sembrò per lungo tempo priva di senso, ma che venne confermata dagli avvenimenti successivi.
Il bambino si fece un bellissimo fanciullo, corteggiato da uomini e donne, ma, tale era la sua superbia, che respingeva qualsivoglia profferta amorosa.

Così viveva Narciso, tranquillo e spensierato, andando a caccia di cervi, fino a che non incontrò la ninfa Eco che, consumatasi d’amore per lui, invocò gli dei per avere giustizia. “Che possa innamorarsi anche lui e non possedere chi ama!”, a queste parole diede soddisfazione Nemesi, che mise lo sprezzante Narciso nelle condizioni di vedere la sua immagine riflessa in una fonte: l’oracolo si dimostrò così inconfutabile.

Sopraffatto dalla bellezza che vide riflessa nelle acque, Narciso si strusse d’amore per sé stesso e, tormentato dall’impossibilità di poter soddisfare questo desiderio, scomparì, lasciando al posto del suo corpo un fiore giallo nel mezzo, circondato da petali bianchi.

Nicolas Poussin, Eco e Narciso, 1628

Nicolas Poussin, Eco e Narciso, 1628

Un mito assai triste che in epoca medioevale, attraverso la moralizzazione dell’opera di Ovidio, si prestò ad interpretazioni diverse, dall’ammonimento contro la vanitas, alla più sofisticata visione neoplatonica che accostava il significato di vanità, ammirazione di sé stessi, a quello di nosce te ipsum, conoscere sé stessi.

Nei circoli neoplatonici l’affermazione di Sant’Agostino secondo la quale Dio è dentro di noi venne arricchita da una visione umanistica: l’uomo sapiente, imitando Dio che è flexus in se ipsum, conosce sé stesso guardandosi dentro.

Benczùr Gyula, Narciso, 1881

Benczùr Gyula, Narciso, 1881

Lo specchiarsi di Narciso alla fonte ha forti attinenze con l’arte che si misura costantemente con il suo doppio, ossia la natura.

Lo stesso Leon Battista Alberti giunse ad affondare le origini della pittura nel mito di Narciso, come derivazione dell’amore del bello e tensione ad abbracciare un’immagine uguale non solo nell’apparenza.
“Perciò usai di dire tra i miei amici, secondo la sentenza de’ poeti, quel Narcisso convertito in fiore essere della pittura stato inventore; ché già ove sia la pittura fiore d’ogni arte, ivi tutta la storia di Narcisso viene in proposito. Che dirai tu essere dipignere altra cosa che simile abracciare con arte quella ivi superficie del fonte?” (Leon Battista Alberti, De pictura, 1436)

Tintoretto, Narciso, 1550-1560

Tintoretto, Narciso, 1550-1560

Una figura sofferente viene dunque posta all’origine dell’arte pittorica, così costantemente pervasa dall’insuperabile percezione di insondabili duplicità, e impossibilitata a colmare quelle distanze che la separano dalla riproduzione di un altro sé.
La malattia di Narciso è quella di ogni uomo che sperimenta la complessità incontrollabile della vita e, diffidando di certezze troppo agevoli, rifiuta le falsificatorie e consolanti strategie di riproduzione del mondo contradditorio che lo ospita: la coscienza dolorosa della tensione tra arte e reale, tra l’idea e il suo simulacro.
Un baratro che non pare incolmabile; all’artista creatore, la cui discendenza viene fatta risalire ad un personaggio poetico, è affidato un linguaggio pari agli dei per dignità, secondo la sequenza di equiparazione del pensiero rinascimentale che riconosce a Dio, al pontefice, all’imperatore e al poeta di poter ens non esse facit, non ens fore, ossia di cancellare ciò che è e di dare realtà a ciò che non è.
Il prezzo da pagare è però un male incurabile: il tormento del vedere.

Salvador Dalì, Metamorfosi di Narciso, 1936

Salvador Dalì, Metamorfosi di Narciso, 1936

“Specchiandosi nell’acqua tornata di nuovo limpida,
non resiste più e, come cera bionda al brillio
di una fiammella o la brina del mattino al tepore
del sole si sciolgono, così, sfinito d’amore,
si strugge e un fuoco occulto a poco a poco lo consuma.”
(Ovidio, Le Metamorfosi, Libro VIII)

Narciso: il fatale amore di sé ultima modifica: 2014-11-21T19:13:53+00:00 da barbara
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