"La bellezza non è rara." ( J. Luis Borges)
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Parmigianino: l’angelo caduto della pittura

Parmigianino: l’angelo caduto della pittura

Parmigianino, Madonna dal collo lungo, particolare, 1533

Parmigianino, Madonna dal collo lungo, particolare, 1533

“… Francesco Mazzuoli parmigiano, il quale fu dal cielo largamente dotato di tutte quelle parti che a un eccellente pittore sono richieste, poiché diede alle sue figure, oltre quello che si è detto di molti altri, una certa venustà, dolcezza e leggiadria nell’attitudini, che fu sua propria e particolare. Nelle teste parimente si vede che egli ebbe tutte quelle avvertenze che si dee, intanto che la sua maniera è stata da infiniti pittori immitata et osservata, per aver’egli dato all’arte un lume di grazia tanto piacevole, che saranno sempre le sue cose tenute in pregio, et egli da tutti gli studiosi del disegno onorato.”

(Giorgio Vasari, “Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori italiani, da Cimabue insino a’ tempi nostri”, 1550)

Parmigianino, Autoritratto entro uno specchio convesso, 1524

Parmigianino, Autoritratto entro uno specchio convesso, 1524

Poco più che ventenne si ritrasse in uno specchio convesso: un autoritratto virtuosistico dai connotati fortemente narcisistici. Doveva essere il suo passaporto per Roma, un’efficacie immagine pubblicitaria per poter accedere alla prestigiosa corte di Papa Clemente VII. Un ragazzo dalle fattezze eleganti ed efebiche, così si vedeva il Parmigianino nel 1524: un raffinato dandy ante litteram con “l’aspetto grazioso molto e più tosto d’angelo che d’uomo”.

Francesco Mazzola, detto il Parmigianino, nacque a Parma nel 1503 da una famiglia di artisti. Fu avviato ben presto alla pittura presso la bottega degli zii paterni, Pier Ilario e Michele, dove dimostrò una spiccata personalità stilistica costruita attorno a colori cangianti e ad algide forme allungate. Il giovane, bello e talentuoso, dotato di una grazia quasi femminea, visse dunque un’infanzia agiata e prodiga di insegnamenti.

Parmigianino, Santa Caterina, 1525

Parmigianino, Santa Caterina, 1525

Cresciuto all’ombra del Correggio, Parmigianino sradicò i canoni classici del Bello distillando un’ideale più sofisticato di bellezza, in bilico tra naturalezza ed artificio. Figure dai colli lunghi e torniti, membra flessuose ed affusolate, chiome fulgide e splendenti, movenze ricercate, furono il prodotto di una forzatura dall’interno della finitezza raffaellesca resa, così, più studiatamente leggiadra e squisitamente estenuante.

Quando giunse a Roma, una Roma spensierata ed euforica che si stava avvicinando con frivolezza all’imminente appuntamento del Sacco dei Lanzi, il Parmigianino aveva oramai dato prova del suo talento, presentandosi all’Urbe come una sorta di Raffaello redivivo.

Lo stesso Vasari diceva che nella città si era preso a mormorare di come lo spirito dell’Urbinate fosse “passato nel corpo di Francesco, per vedersi quel giovane nell’arte e ne’ costumi gentile e grazioso come fu Raffaello.” Parmigianino stesso si compiaceva di questa ambiguità: nello stesso ritratto con cui si presentò si ritrasse con un caschetto raffaellesco e un abbigliamento sontuoso da maestro riconosciuto, più che da artista alle prime armi.

L’esperienza romana fu di breve durata: nel 1527, in fuga dal Sacco di Roma, Parmigianino trovò riparo a Bologna e poi nella sua città natale, dove lo attendevano pochi anni di fertile e serena attività. Una fine precoce e sventurata si sarebbe presentata, infatti, di lì a pochi anni.

Parmigianino, Riposo durante la fuga in Egitto, 1524

Parmigianino, Riposo durante la fuga in Egitto, 1524

Nel 1531 fu incaricato di decorare la chiesa di Santa Maria della Steccata: un’impresa destinata a rivelarsi superiore alle sue forze e che contribuì ad alimentare il mito di un Parmigianino dal carattere eccentrico e stravagante, tutto dedito alle pratiche dell’alchimia.

Non vi sono dubbi sugli interessi esoterici dell’artista, testimoniati sia dall’uso originale dei pigmenti sia dal simbolismo delle sue immagini, ma pare esagerata l’ipotesi vasariana di un Parmigianino che perse il senno dietro “ai ghiribizzi di congelare mercurio”. E’ molto più probabile che l’elegante genio dal volto “d’angelo” si sia trovato impantanato in un tale stato d’impotenza creativa, da arrecargli terribili umiliazioni ed ingiuste punizioni.

Un destino funesto insito nella sua indole, eternamente alla ricerca di un ideale di perfezione, tanto da non riuscire a portare a compimento le sue grandissime ed agognate opere.

Imprigionato per inadempienze contrattuali, non finì mai gli affreschi della Steccata che si era impegnato a completare in diciotto mesi, si ritirò in un esilio forzato a Casalmaggiore, dove ritornò a creare tele di suprema ed aristocratica perfezione come la celeberrima Madonna dal collo lungo.

Parmigianino, Madonna e San Zacaria, 1530

Parmigianino, Madonna e San Zacaria, 1530

Il fulgido astro della pittura venne presto risucchiato nel girone della anime dannate: la sua insaziabile sete di perfezione aveva finito col divorarne il corpo e la mente. Una vicenda dai toni caravaggeschi, enfatizzata ancor di più dalla cronaca che imputò la sua morte ad una “febbre grave” e ad un “flusso crudele”, causati da un qualche “pasticcio alchemico.”

Durante l’estate del 1540 l’artista si ammalò, probabilmente di malaria, ed il 24 agosto spirò ponendo “fine ai travagli di questo mondo, che non fu mai conosciuto da lui se non pieno di fastidi e di noie.” Secondo le sue volontà, venne sepolto nella chiesa dei frati Serviti “nudo con una croce d’arcipresso sul petto in alto”, come dall’uso francescano.

Parmigianino, Madonna della rosa, 1530

Parmigianino, Madonna della rosa, 1530

“… avesse voluto Dio ch’egli avesse seguitato gli studii della pittura e non fusse andato dietro ai ghiribizzi di congelare mercurio per farsi più ricco di quello che l’aveva dotato la natura et il cielo, perciò che sarebbe stato sanza pari e veramente unico nella pittura; dove cercando di quello che non poté mai trovare, perdé il tempo, spregiò l’arte sua e fecesi danno nella propria vita e nel nome.”

(Giorgio Vasari, “Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori italiani, da Cimabue insino a’ tempi nostri”, 1550)

Parmigianino, Visione di San Girolamo, dettaglio, 1526-1527

Parmigianino, Visione di San Girolamo, dettaglio, 1526-1527

Parmigianino: l’angelo caduto della pittura ultima modifica: 2014-08-09T12:55:06+00:00 da barbara
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