"La bellezza non è rara." ( J. Luis Borges)
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Elisabetta Sirani: la virtuosa del pennello

Elisabetta Sirani: la virtuosa del pennello

Prodigio dell’arte, gloria del sesso donnesco, gemma d’Italia, sole d’Europa, l’Angelovergine che dipinge da homo, ma anzi più che da homo.”

(Carlo Cesare Malvasia)

Elisabetta Sirani, Autoritratto, 1658

Elisabetta Sirani, Autoritratto, 1658

Dipinse la sua prima importante opera pubblica poco più che ventenne e, in soli sette anni della sua breve ma fulminante carriera, diventò una delle pittrici più celebri del tempo.

Un prodigio, senza dubbio, anche perché Elisabetta Sirani era una donna che, con la sua maestria, seppe affermarsi in un campo dominato dall’ego maschile: la perfetta dimostrazione di essere in grado d’impugnare con “destra di femina pennelli maschili”.

Elisabetta Sirani, Giuditta con la testa d'Oloferne, 1658

Elisabetta Sirani, Giuditta con la testa d’Oloferne, 1658

Nata a Bologna nel 1638, Elisabetta era figlia d’arte: suo padre, Giovanni Andrea Sirani, affermato pittore bolognese, era stato allievo del grande Guido Reni.

La prima educazione artistica le giunse dunque dalla scuola paterna, una bottega di sole donne della quale facevano parte anche le due sorelle di Elisabetta. Una straordinaria scuola di pittura tutta al femminile, che riuscì ad aggiudicarsi prestigiose commissioni dalle famiglie aristocratiche bolognesi e dalle case regnanti di mezza Europa.

Nell’arco della sua brevissima vita, morì ad appena ventisette anni, la Sirani dipinse quasi duecento opere, testimonianza del fuoco creativo dal quale era arsa. “Dipinge da homo”, anzi “più che da homo”, diceva di lei il Malvasia colpito dalla prontezza d’ esecuzione e dal virtuosismo del suo pennello.

Elisabetta Sirani, Porzia che si ferisce alla coscia, 1664

Elisabetta Sirani, Porzia che si ferisce alla coscia, 1664

Una travolgente produttività e una rapidità compositiva davvero fuori dal comune animavano lo spirito di Elisabetta che, così infiammata dall’estro creativo, finì per consumarsi in poco tempo: una fine talmente repentina e precoce che destò perfino sospetti di avvelenamento, sfociati in un regolare processo alla cameriera.

Oggi sappiamo che la Sirani morì di morte naturale, seppur prematura, causata da un’ulcera perforata: contesa da clienti di ogni ceto e rango sociale Elisabetta si ammazzò di lavoro.

La sua produzione spaziava dalle rappresentazioni di carattere sacro o di natura allegorica, alle scene di carattere mitologico. Numerosi inoltre i quadri ispirati alle eroine bibliche e letterarie, dove, al pari di Artemisia Gentileschi, Elisabetta dimostrò una notevole felicità espressiva.

Elisabetta Sirani, Timoclea uccide il capitano di Alessandro Magno, 1659

Elisabetta Sirani, Timoclea uccide il capitano di Alessandro Magno, 1659

Porzia che si ferisce la coscia per dimostrare il proprio coraggio al marito Bruto, Timoclea che getta in un pozzo il soldato di Alessandro Magno che l’aveva violentata o Giuditta che stringe vittoriosa la testa mozzata di Oloferne: donne coraggiose ed intelligenti nelle quali Elisabetta sembrò proiettare la sua personale rivalsa di pittrice emancipata dalle tradizionali occupazioni “cortesi” riservate alle donne.

Rispetto alla serena pacatezza del padre, Elisabetta si distinse per una prorompente vitalità inventiva nelle inquadrature: i temi classici furono reinventati, attraverso la sua tipica sensibilità femminile, in originali novità iconografiche. Le sue Madonne sono cariche di affettività e di sensualità sentimentale, tanto da apparire più delle donne concrete che delle sante mitizzate.

Elisabetta Sirani, Ritratto di Beatrice Cenci, 1662

Elisabetta Sirani, Ritratto di Beatrice Cenci, 1662

Colta e raffinata, Elisabetta Sirani fu consapevole dell’eccezionalità del suo essere donna di successo in un epoca in cui, non solo la professione di pittore, ma anche lo stesso concetto di successo, era reputato un attributo tipicamente maschile.

Come le sue eroine bibliche, Elisabetta fu una singolarità rispetto ad un modello maschile consolidato che, proprio per la straordinarietà del fenomeno, risultava così rafforzato. L’atteggiamento comune fu quello di trasformare questa anomalia in un prodigio della natura che, a volte, sconfinava nella curiosità morbosa: più delle qualità pittoriche fu la donna pittrice, sorta di mostro ibrido, ad attrarre l’interesse del pubblico.

Il 29 agosto del 1665 Elisabetta Sirani si spense tra atroci sofferenze. Oltre alla sua preziosa opera, Elisabetta lasciò una profonda eredità culturale che contribuì a creare a Bologna un ambiente fecondo per numerose donne di talento.

Elisabetta Sirani, La Giustizia, la Carità e la Prudenza, 1664

Elisabetta Sirani, La Giustizia, la Carità e la Prudenza, 1664

Elisabetta Sirani: la virtuosa del pennello ultima modifica: 2014-07-31T22:21:46+00:00 da barbara
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