"La bellezza non è rara." ( J. Luis Borges)
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Antoon van Dyck: aristocratico per vocazione

Antoon van Dyck: aristocratico per vocazione

Antoon van Dyck, Autoritratto, 1620

Antoon van Dyck, Autoritratto, 1620

“Grande per la Fiandra era la fama di Pietro Paolo Rubens, quando in Anversa nella sua scuola sollevossi un giovinetto portato da così nobile generosità di costumi e da così bello spirito nella pittura che ben diede segno d’illustrarla ed accrescerle splendore.”
(Giovanni Pietro Bellori, Le Vite de’ pittori, scultori et architetti moderni, 1672)

Ricerca di successo e di affermazione sociale animarono la vita e l’opera di Antoon van Dick, uno dei più grandi e più amati ritrattisti delle corti del Seicento.
Una vita breve quella di van Dick, durata appena quarantuno anni, ma tutta protesa nella conquista della propria affermazione artistica. Borghese di nascita, ma nobile per vocazione, l’artista fiammingo spese la sua esistenza tra le varie corti europee, rielaborando quel genere di ritratto alla veneziana che, un secolo prima, aveva imposto Tiziano come ritrattista prediletto dall’aristocrazia.

Antoon van Dyck, Ritratto dei tre figli di Carlo I, 1634

Antoon van Dyck, Ritratto dei tre figli di Carlo I, 1634

Nato ad Anversa il 22 marzo 1599 , approdò molto giovane nella bottega di Rubens che intuì già le doti di Antoon, tanto da definirlo “il mio migliore discepolo”.
Anversa, Londra, Genova, Roma, Venezia, Firenze, Mantova, Palermo, e poi ancora Londra dove morì nel 1641, sono le città dove van Dyck, pian piano, conquistò la fiducia dei circuiti religiosi, mercantili ed aristocratici del tempo, distinguendosi per abilità pittorica e signorilità dei costumi.

Antoon van Dyck, Autoritratto con girasole, 1632

Antoon van Dyck, Autoritratto con girasole, 1632

L’Autoritratto con girasole può essere a buon diritto considerato come il manifesto dell’opera e della personalità di van Dyck: il riconoscimento sociale dell’artista unito ad una compiaciuta e narcisistica celebrazione di sé. Il pittore volge uno sguardo sprezzante ed altero allo spettatore, la mano sinistra a stringere una catena d’oro, e la mano destra ad indicare un grande girasole.

La catena è un chiaro attributo mondano e, secondo le notazioni dell’epoca, una descrizione degli ornamenti che soleva portare Antoon, mentre il girasole indica il legame tra suddito e monarca (come il girasole segue l’andamento del sole, così il suddito segue il suo monarca), ma anche il rapporto inscindibile che esiste tra natura e pittura (come il girasole segue il cammino del sole, così la pittura segue la bellezza della natura).

La pittura, nell’interpretazione di van Dyck, è dunque quell’arte che dà voce e forma al potere temporale.

“Erano le sue maniere signorili più tosto che di uomo privato, e risplendeva in ricco portamento di abito e divise, perché assuefatto nella scuola del Rubens con uomini nobili, ed essendo egli di natura elevato e desideroso di farsi illustre, perciò oltre li drappi si adornava il capo con penne e cintigli, portava collane d’oro attraversate al petto, con seguito di servitori.

Sicché imitando egli la pompa di Zeusi, tirava a sé gli occhi di ciascuno: la qual cosa, che doveva riputarsi ad onore da’ pittori fiamminghi che dimoravano in Roma, gli concitò contro un astio ed odio grandissimo: poiché essi, avvezzi in quel tempo a vivere giocondamente insieme, erano soliti, venendo uno di loro nuovamente a Roma, convitarsi ad una cena all’osteria ed imporgli un soprannome, col quale dopo da loro veniva chiamato.

Ricusò Antonio questi baccanali; ed essi, recandosi a dispregio la sua ritiratezza, lo condannavano come ambizioso, biasimando insieme la superbia e l’arte.”

(Giovanni Pietro Bellori, Le Vite de’ pittori, scultori et architetti moderni, 1672)

Antoon van Dyck, Ritratto di Rijckaert, 1630

Antoon van Dyck, Ritratto di Rijckaert, 1630

Dalla descrizione del Bellori abbiamo piena conferma della diversità di van Dyck rispetto agli artisti del suo tempo: un fiammingo fuori dalla norma non solo per scelte stilistiche, ma anche e soprattutto, per rango ed aspetto.

Noto a livello internazionale, van Dyck mal si adattò alla quotidianità della ristretta cerchia della Schildersbent, la corporazione di artisti nederlandesi a Roma, tanto è vero che fu da loro visto con sospetto e distacco, ma senza alcun rimpianto da parte sua.

Antoon, Anton, Antonie, Anthonis, Anthony, Antonio, tanti furono i nomi che gli avvalsero la fama, quante le città che registrarono la sua attività: segno evidente della sua natura cosmopolita, che riprende il modello comportamentale inaugurato con successo dal suo maestro Rubens.

Antoon van Dyck, Signora con figlia, 1628

Antoon van Dyck, Signora con figlia, 1628

I numerosi ritratti di van Dyck, atti a fornire lustro all’aristocrazia, furono d’esempio per altri artisti e, nel contempo, registrarono, con meticolosità, i mutamenti di gusto e di mode in atto nella società.

Nonostante la fedeltà nei dettagli, per molti soggetti risulta arduo indentificare il reale protagonista, questo perché van Dyck tese a restituire un’immagine idealizzata ed aulica dei personaggi rappresentati: un processo che dal particolare giunge all’astrazione.

Antoon van Dyck, Ritratto della regina Henrietta Maria, 1633

Antoon van Dyck, Ritratto della regina Henrietta Maria, 1633

Il Ritratto della regina Henrietta Maria, moglie di Carlo I d’Inghilterra è esemplare in tal senso. La piccola figura della sovrana, che conosciamo da altre fonti, nel ritratto di van Dyck si cristallizza in una figura slanciata ed imponente, come una sorta di raffinata trasfigurazione dell’immagine del potere che essa rappresenta.

Nello stesso tempo, però, le notazioni descrittive sono altamente realistiche, nella resa dell’abbigliamento, infatti, van Dyck testimonia un passaggio di gusto importante accaduto in Inghilterra: dalla rigida gorgiera elisabettiana all’uso del colletto di pizzo di ascendenza francese.

Attenzione al dettaglio, come dalla più tipica tradizione pittorica fiamminga, e tensione all’esaltazione ideale della persona sono i connotati che caratterizzano i ritratti di van Dyck, tanto da consacrarlo nell’empireo dei più ricercati ed ambiti ritrattisti del secolo Diciassettesimo.

“Contrastava egli con la magnificenza di Parrasio, tenendo servi, carrozze, cavalli, suonatori, musici e buffoni, e con questi trattenimenti dava luogo a tutti li maggiori personaggi, cavalieri e dame, che venivano giornalmente a farsi ritrarre in casa sua.

Di più trattenendosi questi, apprestava loro lautissime vivande alla sua tavola, con ispesa di trenta scudi al giorno.”

(Giovanni Pietro Bellori, Le Vite de’ pittori, scultori et architetti moderni, 1672)

 

 

 

 

 

 

 

 

Antoon van Dyck: aristocratico per vocazione ultima modifica: 2014-05-24T12:35:04+00:00 da barbara
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