"La bellezza non è rara." ( J. Luis Borges)
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Edward Hopper: l’arte di vivere chiamata abitudine

Edward Hopper: l’arte di vivere chiamata abitudine

“Non dipingo quello che vedo, ma quello che provo.”

(Edward Hopper)

Edward Hopper, I nottambuli, 1942

Edward Hopper, I nottambuli, 1942

Tavole calde, stazioni di servizio, camere d’albergo, cinema, uffici, ambienti della più ruvida provincia americana che, nella pittura di Hopper, divengono silenziosi teatri della commedia umana; luoghi non luoghi, sospesi in uno spazio e in un tempo indefinito che è quello scandito dalle sensazioni interiori.

Donne seminude davanti ad una finestra o intente a leggere un libro, donne stese su di un letto o sedute ad un caffè, da sole o con avventori occasionali, stazioni di servizio, architetture urbane: ritratti della desolazione della vita, voci di disperazione che emergono da una totale mancanza di rumore.

Edward Hopper, Mattino in città, 1944

Edward Hopper, Mattino in città, 1944

In un epoca in cui in Europa prendevano vita le avanguardie artistiche con la loro azione devastante sulla tradizionale composizione figurativa, Edward Hopper optò per una pittura realistica, di un realismo fotografico dalla nitidezza esemplare.

Egli scelse di raccontare i quotidiani incubi dell’esistenza attraverso l’uso di colori brillanti e di un disegno iperrealistico: la luce capace di illuminare i lati più oscuri della realtà.

Edward Hopper, Cinema a New York, 1939

Edward Hopper, Cinema a New York, 1939

Nato nel 1882 a Nyack, un paese nel nulla tra il fiume Hudson e New York City, Edward dimostrò una precoce attitudine al disegno che venne prontamente assecondata dalla famiglia benestante. Frequentò la New York School of Art e, dopo aver appreso la tecnica, decise di compiere un viaggio a Parigi, nel 1906, per venire a contatto con gli sviluppi più innovativi dell’arte europea.

“A Parigi la luce è diversa da tutti gli altri posti. Persino le ombre sono luminose.”
Per Hopper Parigi fu una rivelazione, la scoperta, sia attraverso la pittura degli impressionisti, sia attraverso il contatto diretto con la città, di un nuovo modo di dipingere imprigionato nella luce.

Dopo questo viaggio, Hopper tornerà a Parigi nel 1910 e, a parte un giro in Messico, mai più viaggi: il suo viaggio sarà sempre un viaggio interiore verso il cuore delle cose.

 

Edward Hopper, Stanza a New York, 1932

Edward Hopper, Stanza a New York, 1932

Silenziosamente e lentamente, senza clamore o prepotenza, Edward Hopper ha guardato all’America e ne ha rivelato i suoi lati più alienanti e tenebrosi, offrendoci l’immagine di un mondo così lontano, ma così vicino. Un mondo che ci appare familiare perché racconta la storia universale della solitudine dell’uomo moderno, l’ombra che ognuno di noi porta dentro di sé.

Interni ed esterni cittadini narrano silenti storie di vite incomplete, brani di vita quotidiana che nascondono tutto l’orrore insito in quelle stesse esistenze, tinte dei colori vividi dei sogni e pervase dalla gelida luce di un perenne inverno dell’animo.

Edward Hopper, Sera d'estate, 1947

Edward Hopper, Sera d’estate, 1947

Anche l’esistenza di Hopper, come quella dei suoi anonimi personaggi, si svolse sui binari di una tranquilla normalità: i drammi li celava nel profondo sempre parco nel rivelare le sue emozioni ed i suoi sentimenti.

Nel 1913 affittò una casa studio all’ultimo piano del numero tre di Washington Square, che sarà il suo domicilio per sempre: pochi mobili, niente disordine, un cavalletto dove lavorare, disegnato e costruito con le sue stesse mani.

Nel 1924 prese in moglie Josephine Nivison, che sarà la sua donna per sempre: la sola compagna di vita e l’unica modella delle sue opere, declinata innumerevoli volte in pose ed atteggiamenti diversi.

La medesima donna e lo stesso indirizzo per sempre, tutto concentrato entro i confini della propria esistenza che è anche quella degli isolati protagonisti dei suoi quadri: nomadi della vita, spettri anonimi di un mondo alienato.

Edward Hopper, Chop Suey, 1929

Edward Hopper, Chop Suey, 1929

“Tutto quello che voglio è dipingere il tramonto sulla facciata di una casa”, rispondeva, con il suo usuale riserbo, a chi tendeva a psicanalizzare il suo lavoro.

Inconsapevole o meno, il messaggio dell’opera di Hopper si trova lì, nell’assoluta nitidezza della sua opera, nelle atmosfere ansiogene ed impietrite dei suoi frammenti esistenziali.

Pare che tutto sia come sospeso nell’attesa di quella parola, di quel gesto o di quello sguardo che i suoi personaggi non riescono a scambiare fra di loro, così immersi nelle loro isole affettive.

La vita e l’arte di Hopper si esauriscono in pochi temi, in scarni spazi e luoghi abitati dalla gente della sua terra: la malinconia inconsolabile di un eterno gelo, scaldato solamente dalla luce fredda, asettica  ed impietosa dei neon urbani.

Edward Hopper, Persone al sole, 1960

Edward Hopper, Persone al sole, 1960

 

Edward Hopper, Gas, 1940

Edward Hopper, Gas, 1940

Edward Hopper: l’arte di vivere chiamata abitudine ultima modifica: 2014-05-20T17:39:41+00:00 da barbara
7 Comments
  • New York: la capitale mondiale dell’arte nel ventesimo secolo | barbarainwonderlart © Barbara Meletto
    Posted at 17:48h, 20 maggio Rispondi

    […] Edward Hopper, Second Story Sunlight, 1960 […]

  • Culturefor
    Posted at 17:54h, 20 maggio Rispondi

    Le opere di Hopper sono…inquietanti….belle ma inquietanti….

  • dbd
    Posted at 15:32h, 22 maggio Rispondi

    Si torna al colore , dopo tanto ( e bellissimo ) bianco & nero .
    Ma esiste arte fotografica degna di nota a colori ? ( e viceversa , pittura in B/N ) .
    Se concetto di pittura in B/N è un aberrazione , la fotografia invece
    sembra non voler uscire da questo Sentiment .

    Ancora complimenti per l’ ottimo lavoro documentale .

    bye

    • barbarameletto
      Posted at 11:42h, 23 maggio Rispondi

      Non è una domanda banale, anzi si presta a molti spunti di riflessione. Diciamo che il concetto di pittura in bianco e nero è una contraddizione in termini, se parliamo di bianco e nero in arte, altre sono le tecniche adottate.
      Per quanto concerne la fotografia, certo che esiste fotografia artistica a colori, diciamo che la selezione pecca del mio gusto personale: per me la fotografia in bianco e nero riflette di più la capacità tecnica ed espressiva del fotografo, ma è, come ti dicevo, una mia idea. Comunque torneremo su quest’argomento quando ritornerò dalle ferie, sarò sicuramente più attenta nella risposta. 😉

  • dbd
    Posted at 14:15h, 23 maggio Rispondi

    che dire allora ?
    B U O N E F E R I E 🙂

  • William Eggleston: il pioniere del colore
    Posted at 14:30h, 06 aprile Rispondi

    […] lo stesso Kubrick ne fu ispirato per la realizzazione di Shining. Ma è soprattutto alla pittura di Edward Hopper che Eggleston deve essere assimilato: entrambi scelsero dei soggetti normalmente inusuali per […]

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