"La bellezza non è rara." ( J. Luis Borges)
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Scatti d’artista: Josef Koudelka

Scatti d’artista: Josef Koudelka

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Josef Koudelka, Praga, 1968

A chi gli chiede quale sia la cosa più importante per un buon fotografo, Josef Koudelka risponde “un buon paio di scarpe”.

Camminare per il mondo con un sacco a pelo ed uno zaino scattando per ore è, infatti, la sua pratica costante: percorrere traiettorie geografiche e mentali con la macchina al collo e gli occhi ben aperti.

Nato nel 1938 a Boskovice, in Moravia, decise ben presto di abbandonare una promettente carriera di ingegnere per dedicarsi alla fotografia, documentando la dura vita dei “cikani”, come vengono chiamati i gitani in lingua ceca. Nomadi, senza patria, con i quali Koudelka condivise momenti e spazi quotidiani nei campi della Slovacchia orientale.

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Josef Koudelka, Praga, 1968

Ma una ben più tragica vicenda si stava preparando all’orizzonte: rientrato a Praga appena due giorni prima dell’invasione sovietica del 1968, Koudelka si trovò ad essere il testimone fotografico di questo evento sanguinario e doloroso.

“La prima cosa che vedo è un’automobile d’epoca con il tetto scoperto che suona senza sosta il clacson per svegliare la città, a bordo ci sono tre ragazzi e una ragazza con la bandiera ceca. Gridano la stessa frase che ho sentito al telefono: i russi sono arrivati.”

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Josef Koudelka, Praga, 1968

Una macchina in corsa che percorre Avenue Stalin è la prima foto scattata da Koudelka in quel tragico 21 agosto del 1968, la prima di quello che sarà uno dei più grandi reportage della storia.
Duecento rullini che costeranno vent’anni di esilio al giovane Koudelka, ma che lo porteranno nell’olimpo della fotografia, vincendo il premio Robert Capa ed entrando, così, nelle fila della prestigiosa agenzia Magnum.

All’epoca dei fatti solo poche fotografie, uscite clandestinamente dal paese, vennero pubblicate dai giornali di tutto il mondo con la firma P.P., praguese photographer, per tutelare nell’anonimato Koudelka che ancora si trovava a Praga.

Fu un evento terribile e devastante che segnò la fine delle speranze e l’affermazione incontrastata della brutalità del potere.

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Josef Koudelka, Praga, 1968

Koudelka era lì, in mezzo alla folla, pronto a sfidare i carri armati del nemico, per immortalare, con le sue immagini in bianco e nero, questa ferita collettiva inferta agli ideali di un intero popolo.

Giovani, ragazzi, ragazze, uomini, donne, anziani, armati solo di bandiere, si riversarono nelle strade per contrastare gli invasori: una resistenza passiva e pacifica che ebbe un epilogo drammatico.

Dal 1970 Koudelka, esule dalla Cecoslovacchia, cominciò a sperimentare la vita nomade di quei cikani che anni prima aveva fotografato con tanto interesse. Abbandonate le certezza di una casa e la sicurezza di una patria, Koudelka diventò il grande apolide della fotografia, l’esploratore solitario del mondo e del caos dell’esistenza umana.

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Josef Koudelka, Gipsies, 1975

Da queste esperienze nacquero due celebri raccolte Gipsies (1975) ed Exiles (1988), dove le immagini raccontano, in modo sincero e privo di retorica, la realtà di altri senza patria, esuli dell’esistenza e sradicati della vita. Zingari, gitani, rom, tutti sono visti dallo sguardo amico del fotografo che sa di avere di fronte a sé dei compagni di strada, come lui caratterizzati da un eterno girovagare.

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Josef Koudelka, Gipsies, 1975

“E’ una storia, una storia di persone, di me con queste persone la cui musica mi ha attirato e m’incanta tuttora. Erano le stesse persone di cui si diceva: chiudete le porte arrivano gli zingari e ruberanno le galline.”

Pian piano dalle sue foto verrà a scomparire la figura umana, focalizzandosi sulle visioni di quei paesaggi, segnati dal suo incessante vagabondare. Valli, montagne, campagne e città emergono come una sorta di panorami astratti, liberi dalle loro caratterizzazioni, come delle icone immortali.

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Josef Koudelka, Torino, 2006


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Josef Koudelka, Torino, 2006

Dopo tanti anni trascorsi a stretto contatto il duro mondo dei diseredati, verso la fine degli anni Ottanta, Koudelka cercò riposo ai suoi tormenti interiori nella contemplazione dell’orizzonte espanso della natura. Un orizzonte che rappresenta la storia che non si vive, ma che si riceve come un dono: la vera ed autentica patria dell’umanità.
Non ci sono foto recenti di zingari perché, per Koudelka, l’importante è non ripetersi, pur continuando a fotografare.

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Josef Koudelka, Exiles, 1988

“E’ una generazione che non esiste più. Quando sono tornato a Praga nel 1991, sono andato a vedere. Sono sempre lì, le condizioni in cui vivono oggi sono un po’ migliorate, ma poco, e la maggior parte di quelli che conoscevo sono morti. Ho pensato che non avrebbe avuto senso ricominciare. Oggi è un altro mondo e prima o poi qualcuno farà un lavoro formidabile a colori su di loro. L’importante è continuare a fotografare, perché ho la fortuna di averne ancora voglia e di poterlo fare.”

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Josef Koudelka, Vestiges, 1991-2012


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Josef Koudelka, Vestiges, 1991-2012


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Josef Koudelka, Vestiges, 1991-2012

Scatti d’artista: Josef Koudelka ultima modifica: 2014-05-15T11:23:48+00:00 da barbara
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