"La bellezza non è rara." ( J. Luis Borges)
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Scatti d’artista: Margareth Bourke-White

Scatti d’artista: Margareth Bourke-White

Margaret Bourke White, Chrysler Building, 1934

Margareth Bourke-White sul Chrysler Building, 1934

Alle sue foto fu dedicata la prima copertina della rivista Life, fu la prima corrispondente di guerra donna ed il primo fotografo ad avere il permesso di scattare in U.R.S.S., temeraria e determinata nella sua professione, non esitava ad avventurarsi nelle terrazze dei grattacieli di New York per fare una buona ripresa.
Margareth Bourke-White, con le sue immagini drammatiche e ricche di poesia, fissò i momenti più significativi della storia del Novecento: dai diseredati della Grande Depressione ai campi di concentramento in Europa, dal Sudafrica delle miniere all’India verso la libertà di Gandhi
Fra guerre, dittature, povertà, sfruttamento, lavoro ed incredibile forza di sopravvivenza quotidiana, riuscì a trovarsi sempre nel posto giusto documentando tragedie ed orrori che sentiva di dover raccontare a qualsiasi costo, sospinta dall’ansia di informare senza tralasciare l’umanità di chi scatta e quella di chi viene ritratto.

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Margareth Bourke-White, Niagara Falls Power Company, 1928

Margareth Bourke-White nacque a New York, nel Bronx, il 14 giugno 1904, avviata agli studi di biologia, si appassionò ben presto alla fotografia che divenne, così, il suo più grande amore.

Poco più che ventenne cominciò la sua carriera professionale scattando foto industriali.
Pesanti macchinari che sbuffano tra ciminiere ed operai scamiciati, le fonderie, oppure l’acciaio lucente dei grattacieli, le città sconfinate, le strade senza fine delle metropoli, questi furono i suoi primi soggetti, le più spettacolari e rappresentative immagini della società industriale.

Una società di cui Margareth catturò la poesia degli splendidi skyline di Manhattan ma anche la dura vita delle fabbriche: luci ed ombre del grande sogno americano.

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Margareth Bourke-White, New York City, 1939

 “L’industria è il vero luogo dell’arte”, disse, e ne diede prova con il suo lavoro dove i drammatici effetti di luce e l’attenzione alla composizione la accomunano, per certi versi all’arte cubista e agli sviluppi del coevo cinema espressionista, basti pensare agli sfavillanti grattacieli di Metropolis che hanno la stessa magica intensità degli scatti della Bourke-White.

“I ponti, le navi, le officine hanno una bellezza inconscia e riflettono lo spirito del momento”, uno spirito che Margareth cercò di catturare offrendo alla sua nazione una nuova epopea romantica fondata sulla fiducia nella tecnologia e nel progresso.
Ambiziosa e volitiva, per scattare sorvolava le città in aeroplano, si inerpicava sui cornicioni più alti dei grattacieli, si spingeva nelle zone più pericolose degli stabilimenti, incurante delle alte temperature degli altiforni e sopportando lunghe ore di lavoro in ambienti scomodi e malsani.

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Margareth Bourke-White, Opere idrauliche alla diga di Fort Peck, Montana, 1936

Non le bastava essere la migliore o la più apprezzata e versatile, lei voleva essere la prima in assoluto su tutto e su tutti.
La vita metropolitana ed industriale cominciò, pian piano, a diventarle stretta, sentiva la necessità di nuove sfide e di nuovi teatri dove posizionare il suo obiettivo.

“Mi svegliavo al mattino pronta ad ogni sorpresa che il giorno mi avrebbe portato. Amavo il ritmo veloce degli assignments di Life, la felicità di attraversare sempre nuovi territori. Tutto poteva essere conquistato. Niente era troppo difficile e se avevi tempi stretti, tanto meglio: dicevi di sì alla sfida e costruivi una storia, provando gioia e un senso di realizzazione.”

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Margareth Bourke-White, Operaio di un’acciaieria di Stalingrado, 1931

Nel 1939 Margareth partì per la sua nuova avventura: la Germania, l’Austria e la Cecoslovacchia furono le regioni nelle quali la sua macchina si aggirò per informare dell’avanzata del nazismo e della guerra incombente.

E poi ancora l’Unione Sovietica, nel 1941, dove si trovò ad essere l’unica fotografa straniera al primo attacco aereo tedesco nella capitale. “Subito dopo l’inizio delle ostilità, le autorità militari emisero un ukase che proibiva le fotografie: chiunque veniva colto con una macchina fotografica correva il rischio di essere arrestato. Io mi trovavo lì, di fronte al più importante scoop della mia vita: il paese più grande del mondo entrava nella guerra mondiale e io ero l’unica fotografa sul posto.”

Con audacia e determinazione Margareth giunse perfino ad assicurarsi un’intera sessione fotografica con Stalin.

b0a1f_MargaretBourke-White02Ed ancora foto di scuole, ospedali e fabbriche, i gioielli della rivoluzione socialista.

Rientrata negli Stati Uniti, dopo questa prova trionfale, Margareth osò e pretese di più: fu così accreditata dall’esercito americano come fotografa di guerra sulle prime linee del fronte.

“Nella tarda primavera del 1942, quando venni accreditata, fu disegnata per me la prima uniforme per una corrispondente di guerra donna.”

Una novità che Margareth seppe gestire con ardore e riguardo, partecipando alle operazioni di pattugliamento dei cieli, impegnandosi negli ospedali da campo e dormendo nelle trincee, sempre pronta a carpire attimi e momenti di un periodo pieno di orrore e violenza.

I campi di battaglia, i bombardamenti, i momenti di riposo, e poi ancora la tragica esperienza dei lager, i volti straziati dietro il filo spinato, i forni crematori, le baracche: un’agghiacciante verità rivendicata dalla pregnanza storica delle sue foto.

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Margareth Bourke-White, Buchenwald, 1945


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Margareth Bourke-White, Buchenwald, 1945

A guerra finita Margareth non si concesse alcun riposo e continuò a fotografare il mondo ed i grandi avvenimenti che vi accadevano.

La ritroviamo così a documentare la nascita della nuova India: “arrivai nel 1946 quando l’India aveva appena acquistato l’indipendenza e fui testimone di quel rarissimo evento nella storia delle nazioni, la nascita di due paesi gemelli. Avevo un dramma storico da fotografare, con un cast di personaggi estremamente ricco, e uno degli uomini più santi che sia mai vissuto. E quando il santo fu martirizzato, ero lì.”

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Margareth Bourke-White, Mahatma Gandhi,1946

Un Mahatma Gandhi magrissimo, dall’espressione malinconica e incredibilmente serena, appena coperto da una veste bianca è una delle sue ultime immagini, catturata con sorprendente umanità dalla Bourke-White.

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Margareth Bourke-White, Mahatma Gandhi, 1946

E poi ancora il Sudafrica, con la politica dell’apartheid e la dura vita delle miniere, e la Corea, a testimoniare la guerriglia e i disordini dopo la firma dell’armistizio.

“Mi resi conto che c’era un’area importante che nessuno aveva raccontato: il popolo coreano stesso. Certamente con la guerra che tempestava da una parte all’altra il loro paese, la gente doveva essere molto provata. Che facevano i coreani? Che cosa dicevano o pensavano?”
Un’esistenza indomita, votata alla fotografia sentita come etica esistenziale, nella ferma convinzione che uno scatto potesse salvare la democrazia mondiale e risollevare dall’oppressione i più deboli.

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Margareth Bourke-White, DC-4 sopra Manhattan, 1939

Un’esistenza irrefrenabile ed inarrestabile che venne improvvisamente piegata dalla malattia. Al 1957 risale l’ultimo lavoro di Margareth per Life, il morbo di Parkinson mise la parola fine alla sua grande avventura.

“La mia misteriosa malattia cominciò lentamente e facevo fatica a credere che ci fosse qualcosa che non andava. Compresi a malapena che era l’inizio movimentato di un periodo della mia vita in cui avrei dovuto aggiungere una parola al mio vocabolario – incurabile.”

Una parola sicuramente dura da digerire per una donna che sfidò limiti e convenzioni, bombe e divieti, massacri e stermini, per illuminare la tragica realtà del nostro mondo.

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Ritratto di Margareth Bourke-White, 1954

Scatti d’artista: Margareth Bourke-White ultima modifica: 2014-05-03T13:25:09+00:00 da barbara
14 Comments
  • Misterkappa
    Posted at 15:13h, 03 maggio Rispondi

    Bel post, mi piace 🙂

  • bellaballo
    Posted at 22:12h, 03 maggio Rispondi

    letto….articolino affascinante, grazie al bel binomio parole+foto, di un’altrettanto affascinante artista!

    • barbarameletto
      Posted at 12:47h, 04 maggio Rispondi

      Grazie … “articolino affascinante” pare più una buffa definizione 😉 Grazie 😀

      • bellaballo
        Posted at 16:35h, 04 maggio Rispondi

        motivo la definizione per non essere frainteso…”articolino” perchè si legge brevemente senza difficoltà (poi visualizzato sullo smartphone risulta a piccoli caratteri) + “affascinante” perchè racconta una storia di una persona che ha vissuto facendo una vita ricca di esperienze facendo un lavoro che la appassionava (ammiro chi fa ciò…)

        • barbarameletto
          Posted at 17:55h, 05 maggio Rispondi

          Ammiro pure io chi riesce a fare un lavoro che l’appassiona, a chi non piacerebbe 😉 non era una critica la mia figurati, grazie mille per l’apprezzamento 😀

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