"La bellezza non è rara." ( J. Luis Borges)
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Artemisia Gentileschi: l’arte della rivalsa

Artemisia Gentileschi: l’arte della rivalsa

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Artemisia Gentileschi, Giaele e Sisara, 1620

Una Giuditta sanguinaria che, senza alcuna pietà, taglia la gola al despota, il generale assiro Oloferne; una Sisara, dalle robuste braccia, che ficca a martellate un grosso chiodo nella tempia di Giaele addormentato; una scaltra Dalila che si accinge a tagliare i riccioli bruni di Sansone; personaggi maschili a cui Artemisia Gentileschi dedicò tutto il suo furore pittorico.

Assassine spietate che infieriscono sulle loro vittime, donne crudeli attraverso le quali Artemisia continuò a rivivere la sua straziante storia di dolore.

Un’implacabile sete di vendetta anima l’opera di questa pittrice che, nell’arte, ritrovò alfine la sua rivalsa su un’esistenza precocemente segnata dalla violenza.

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Artemisia Gentileschi, Artemisia con la sua ancella, 1625-1627

Nata a Roma nel 1593, orfana di madre, Artemisia fu allevata dal padre Orazio, artista alla moda, che divenne anche pittore di corte di Carlo I, quel famoso sovrano a cui, come ad Oloferne, fu mozzata la testa.

Un padre padrone fu Orazio per Artemisia: suo maestro e suo tiranno , violento ed iroso, ma anche lascivo ed ambiguo nei suoi atteggiamenti.

A questo ambiente familiare androcentrico, privo del calore e dell’affetto materno, venne poi ad aggiungersi una vicenda terribile accaduta ad Artemisia nel fulgore della sua giovinezza.

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Artemisia Gentileschi, Autoritratto, 1615

Nel maggio del 1611, quando Artemisia aveva solo diciassette anni, Agostino Tassi, amico e collega del padre Orazio, stuprò la fanciulla che, in seguito, fu vittima di un penoso processo durante il quale fu esposta al pubblico ludibrio.

Dinanzi a giudici severi ed arcigni, tutti di sesso maschile, fu più volte interrogata e torturata mediante lo schiacciamento dei pollici, pratica che veniva utilizzata per accertarsi della sincerità dell’imputato e che avrebbe potuto rovinare per sempre la sua carriera di pittrice.

Il Tassi, essendo già sposato, non poté intervenire con un matrimonio riparatore e così Artemisia fu costretta a prendere come marito un certo Pierantonio Stiattesi, un uomo da poco, che contribuì ad accrescere la sua acredine nei confronti dell’altro sesso.

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Artemisia Gentileschi, Susanna e i vecchioni, 1610

Il complesso rapporto, si parla addirittura di incesto, che legò Artemisia al padre e ad Agostino Tassi rivive nella sua prima tela, Susanna e i vecchioni: i vecchioni che esercitano la loro pressione, fisica e psicologica su Susanna, hanno le fattezze di Orazio e di Agostino, i suoi carnefici.

Ed ecco allora che la figura di Artemisia ricompare in Susanna, Cleopatra, Sisara, Giuditta, Dalila, donne forti, donne armate, donne pronte a combattere la loro battaglia contro i maschi torturatori, infierendo, su di loro, senza alcuna pietà.

Una violenza cieca e una collera feroce traspare in tutti i meravigliosi dipinti di Artemisia, spesso illuminati da un tono di blu acceso ottenuto dal prezioso lapislazzulo per cui la pittrice si indebitava.

E poi ancora quella calda e rassicurante complicità tra donne, per lei che non l’aveva ma provata, come quella che lega Giuditta alla sua serva: l’eroina, a macello compiuto, elegantissima negli abiti e nel portamento, senza alcun orrore regge in mano la testa di Oloferne o l’affida alla sua fidata serva, compagna nella sua battaglia.

Atti criminali ma venati da un calore e da un’abitudine domestica, famigliare, come l’atto di trinciare un pollo o quello di affettare un pezzo di carne.

Neppure il grande amore ricambiato per il nobiluomo Francesco Maria Maringhi servì a riconciliarla con l’universo maschile: abbandonato il marito a Firenze, Artemisia si spostò a Napoli dove dipingeva nella solitudine della sua stanza.

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Artemisia Gentileschi, Giuditta che decapita Oloferne, 1612-1613

Roma, Firenze, Venezia, Napoli e Londra furono le città dove Artemisia lasciò il segno della sua arte: in un mondo dominato dall’arroganza degli uomini, Artemisia si affermò per l’originalità della sua pittura, potendo vantare prestigiose committenze tra le principali corti europee.

Una vita segnata da continui spostamenti, dovuti alla fama crescente, e da numerosi amanti; una vita dove con gli onori ristabilì, in parte, il torto subito in gioventù.

Donna affascinante e sensuale, misteriosa ed intrigante, sgrammaticata e colta, alternava momenti di passione a periodi di forte tormento interiore, mai paga mai soddisfatta, errabonda di se stessa.

Dopo la sua morte, avvenuta a Napoli nel 1652, Artemisia venne relegata nel dimenticatoio, di lei si persero le tracce, come avvenne per tante donne di talento che il pensiero patriarcale dominante faticava ad accettare.

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Artemisia Gentileschi, Danae, 1612

Vivide e presenti sono, però, le sue tele che richiamano, con straziante verità, quel fatale giorno che la rese pienamente cosciente della vulnerabilità dell’umano destino.

“Serrò la camera a chiave e dopo serrata mi buttò su la sponda del letto dandomi con una mano sul petto, mi mise un ginocchio tra le cosce ch’io non potessi serrarle et alzatomi li panni, che ci fece grandissima fatiga per alzarmeli, mi mise una mano con un fazzoletto alla gola et alla bocca acciò non gridassi e le mani quali prima mi teneva con l’altra mano me le lasciò, havendo esso prima messo tutti doi li ginocchi tra le mie gambe et appuntendomi il membro alla natura cominciò a spingere e lo mise dentro.

E li sgraffignai il viso e li strappai li capelli et avanti che lo mettesse dentro anco gli detti una stretta al membro che gli ne levai anco un pezzo di carne.”

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Artemisia Gentileschi, Susanna e i vecchioni, 1622

Artemisia Gentileschi: l’arte della rivalsa ultima modifica: 2014-04-21T12:43:57+00:00 da barbara
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