"La bellezza non è rara." ( J. Luis Borges)
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Scatti d’artista: Richard Avedon

Scatti d’artista: Richard Avedon

Richard Avedon, Dovima in abito da sera Dior al Cirque d'Hiver, Parigi, 1955

Richard Avedon, Dovima in abito da sera Dior al Cirque d’Hiver, Parigi, 1955

Sognava di diventare un poeta, da adolescente scrisse un gran numero di versi segnati da una profonda solitudine esistenziale.

Dopo il suo primo scatto, fatto con una Kodak Brownie regalatagli dal padre, iniziò ad appassionarsi al linguaggio fotografico che gli consentiva di “parlare un po’ meno di se stesso e un po’ più degli altri.”

Divenuto celebre come fotografo di moda, coltivò sempre la sua passione per il ritratto che riuscì ad elevare a forma di racconto dell’anima.

Richard Avedon, Ritratto di Pablo Picasso, Baulieu, 16 aprile 1956

Richard Avedon, Ritratto di Pablo Picasso, Baulieu, 16 aprile 1956

Nato nel 1923 a New York da una famiglia ebrea di origine russa, Richard Avedon iniziò la sua carriera arruolandosi come fotografo della Marina Militare: assegnato alle autopsie e alle foto d’identità, si esercitava anche fotografando i suoi compagni di camerata.

In poco tempo comprese che la sua vera vocazione era quella di immortalare i volti ed i corpi delle persone che incontrava ogni giorno.

Abbandonata definitivamente la Marina, Avedon venne scoperto da un art director di Harper’s Bazar, ma rifiutò sempre di vincolarsi con un’esclusiva.

Il mondo patinato del fashion system gli tributò fama e gloria anche se, nel profondo, egli si sentiva pur sempre un ritrattista: “la moda è quel che faccio per vivere, e mi piace”, diceva, continuando in parallelo la sua personale indagine sulle persone e sui loro volti.

Richard Avedon, Ritratto di Bertrand Russel, Wales, 1963

Richard Avedon, Ritratto di Bertrand Russel, Wales, 1963

La ricerca ossessiva e meticolosa della purezza, e la sincerità del dettaglio con cui riusciva a ritrarre i personaggi, lo resero presto noto a molte celebrità del tempo che presto cominciarono a commissionargli dei ritratti.

“Grazie terribile e meraviglioso specchio”, disse al fotografo Jaen Cocteau dopo essere stato immortalato dal suo obiettivo lucido e impietoso.

L’onestà raggiunta dai suoi ritratti nasceva dalla capacità di far sentire a proprio agio i soggetti, cercando di andare oltre la superficie. L’accuratezza del suo lavoro derivava dalla convinzione che uno scatto fosse il frutto di uno studio attento ed accurato: “tutti gli artisti del ritratto devono pensare a cosa fare delle mani. Non è affatto vero che il ritratto è una specie di momento catturato all’interno di un flusso di gesti.”

Richard Avedon, Ritratto di Anna Magnani, New York, 17 aprile, 1953

Richard Avedon, Ritratto di Anna Magnani, New York, 17 aprile, 1953

La posizione del soggetto e i suoi gesti rappresentavano, per Avedon, la sua psicologia ed i suoi sentimenti e, come tali, erano particolari di notevole importanza.

Avedon non si limitò a fotografare celebrità, egli rivolse la sua macchina anche verso persone comuni, normali, sempre attento al rapporto tra immagine ed interiorità: i suoi ritratti non si esaurivano nell’esibizione di un abito o di un costume ma cercavano di mettere in luce la personalità dei soggetti.

L’io segreto, quello più intimo, l’essere oltre la maschera, questo era ciò che Avedon cercava nei suoi volti. Egli, con la sua lente implacabile, spogliò le persone dai loro ruoli relegandoli in malattie, confusione, catastrofi ed oblio.

Ed ecco allora apparire Henry Miller infelice, Andy Warhol a cui viene tolto anche il volto ridotto ad una cicatrice, Francis Bacon ridimensionato in un ritratto e mezzo: le illusioni spariscono, svaniti i lustrini rimane solo una cruda realtà.

Richard Avedon, Ritratto di Francis Bacon, Parigi, 11 aprile 1979

Richard Avedon, Ritratto di Francis Bacon, Parigi, 11 aprile 1979

“La giovinezza non mi ha mai ispirato”, in aperta opposizione con le sue foto di moda così piene e barocche, Avedon scattò dei ritratti nudi, crudi nella loro semplicità, dove il rapporto si giocava tra chi guarda e chi è guardato: uno scontro a due ed una sola arma, la macchina fotografica.

Per Avedon, infatti, la fotografia aveva il compito di svelare l’imperfezione dolorosa e fatale dell’umanità, anche di quella celebre e ben vestita: non vi è imparzialità nell’obiettivo, “tutte le fotografie sono precise, nessuna è la verità.”

Richard Avedon, Ritratto di Robert Mitchum, Montecito, 8 gennaio 1994

Richard Avedon, Ritratto di Robert Mitchum, Montecito, 8 gennaio 1994

Non il viso che lo specchio riflette e la gente conosce, Richard Avedon sapeva cogliere un altro sé, nascosto, temuto o desiderato.

Nel suo studio spoglio e minimale, nella Settantacinquesima Est di New York, egli accoglieva i suoi soggetti un po’ intimiditi di fronte a tutto quel vuoto: nessuno sfondo, nessun oggetto, nessun contesto scenografico, solo la persona da ritrarre nel bianco della stanza, il palcoscenico dove metteva in scena il suo personale dramma umano.

“Tutti recitiamo. E’ quello che facciamo tutto il tempo, deliberatamente o inconsciamente. E’ un modo di raccontare di noi nella speranza di essere riconosciuti per quello che vorremmo essere.”

Richard Avedon, Ritratto di Marilyn Monroe, New York, 6 maggio 1957

Richard Avedon, Ritratto di Marilyn Monroe, New York, 6 maggio 1957

Le sedute fotografiche di Avedon costituivano una sorta di viaggio psicanalitico in territori non ancora esplorati: il guizzo del ballerino, lo slancio dell’attore, la superbia del divo, l’eccellenza dell’artista, la magia che rende bella la bruttezza e crudele il dolore dell’anima, la luce speciale che fa di una persona una celebrità o che ne smaschera il genio.

“Mi fido delle mie intuizioni e faccio in modo che le cose accadano.”

Avedon sapeva essere impaziente, spietato, generoso ed ossessivo, ma non riusciva a lavorare con chi non gli piaceva: “non ha altro interesse che se stessa e l’effetto che fa sugli altri”, diceva di Sharon Stone, di cui aveva colto l’egocentrismo esasperato e il totale amore di sé.

Avedon cercava, nei suoi scatti, quell’attimo fugace, ma attentamente studiato, in cui la persona si spoglia delle sue certezze e si lascia andare a se stessa, trovandosi, a volte, anche di fronte alla propria vacuità.

“La mia è un’arte triste. E’ già scomparsa, ma rimane.”

Richard Avedon, Natassja Kinski con il serpente, Los Angeles, giugno 1981

Richard Avedon, Natassja Kinski con il serpente, Los Angeles, giugno 1981

Scatti d’artista: Richard Avedon ultima modifica: 2014-04-08T17:42:16+00:00 da barbara
5 Comments
  • stupendizia
    Posted at 20:58h, 08 aprile Rispondi

    Di certo gli scatti sono umanizzati con i personaggi in questione: Marlyn è timida e ritrosa per niente vamp e via dicendo…

    • barbarameletto
      Posted at 18:14h, 09 aprile Rispondi

      E questa infatti era l’intenzione di Avedon: immortalare la persona nel momento in cui si spoglia delle sue difese.
      A questo proposito, quando Avedon incontrò Ezra Pound era appena uscito dal manicomio criminale dopo dodici anni di dentenzione per tradimento ed antisemitismo. Avedon lo accolse con queste parole: “credo che lei debba sapere che io sono ebreo.” Il ritratto che gli fece lo mostra a torso nudo, visto dal basso, mentre grida tutto il suo dolore e il suo tormento.

  • Fabrizio Guerrini
    Posted at 07:23h, 10 aprile Rispondi

    L’ha ribloggato su Base d'Asta.

  • Scatti d’artista: Cecil Beaton | barbarainwonderlart © Barbara Meletto
    Posted at 18:11h, 24 aprile Rispondi

    […] si affacciarono all’orizzonte le nuove leve della fotografia, quali Richard Avedon e Irving Penn, Beaton rimase per un po’ sconcertato tanto che arrivò a scrivere nel Journal: […]

  • Lillian Bassman: la moda come stile - barbarainwonderlart © Barbara Meletto
    Posted at 18:05h, 12 agosto Rispondi

    […] da Richard Avedon ed Irving Penn, la Bassman seppe rinnovare le tradizionali immagini di moda introducendo un estro […]

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