"La bellezza non è rara." ( J. Luis Borges)
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Alberto Burri: l’arte nel sacco

Alberto Burri: l’arte nel sacco

Alberto Burri, Sacco e oro, 1953

Alberto Burri, Sacco e oro, 1953

“La materia è memoria” diceva Henri Bergson, un’affermazione che pare riassumere perfettamente l’opera di Alberto Burri, poeta della materia, lirico instancabile dei materiali poveri elevati a forme di suprema bellezza.

Nato nel 1915 a Città di Castello, nel 1940 si laureò in medicina, facendo la sua prima esperienza come medico proprio durante la seconda guerra mondiale.

Nel 1943 fu catturato in Tunisia dagli Alleati e trasferito in un campo di prigionia nel Texas, dove iniziò a dipingere, scoprendo così la sua vera vocazione. L’arte fu dunque per Burri una tarda epifania, una sorta di necessità ed un balsamo lenitivo di fronte agli orrori della guerra.

“La mia vita è il mio messaggio”, con queste parole testimoniava la sua urgenza espressiva che lo accomunò a molti artisti del suo tempo.
Tornato in Italia, Burri abbandonò la medicina per dedicarsi completamente alla pittura: in un paese lacerato e frustrato dalla sconfitta, egli si immerse eroicamente nella materia dei propri quadri, cercando nel processo creativo l’autenticità di un’origine che la vita normale non poteva dare.

Alberto Burri, Sacco nero e rosso, 1955

Alberto Burri, Sacco nero e rosso, 1955

Fin dall’inizio la sua ricerca si svolse nell’ambito di un linguaggio astratto: non rappresentò, ma fece, non concedendo assolutamente nulla al figurativo in senso tradizionale.

La scoperta della materia fu un processo graduale; essa prese le mosse dalla stessa materia pittorica e dall’esigenza di attribuirle una consistenza più corposa, densa, grumosa, mescolandola talvolta al catrame, al vinavil o alla cementite.

Burri sentiva l’urgenza di intensificare il rapporto con il coagulo pittorico, inscenando una sorta di confronto fisico con la materia rappresa ed incrostata.

Con gli anni Cinquanta ecco affacciarsi la grande novità: alla materia fluida e spalmabile viene sostituita, o accostata, una materia oggettuale e non plasmabile, una materia-detrito che diviene protagonista dell’opera.

L’incastro tra elementi pittorici ed inserti materici si realizzò come per incrostazione, in un magma indistricabile ed indivisibile: movimenti di segni e di forme, accumulati in complessi movimenti labirintici.

Alberto Burri, Rosso plastica, 1966

Alberto Burri, Rosso plastica, 1966

La tela di sacco ed il lacerto di stoffa diventarono così elementi inevitabili della composizione, assumendo un ruolo di primo piano nella “grande famiglia” materica di Burri.

Di qui il passo verso la successiva evoluzione fu breve: spezzati oramai i legami con la struttura canonica del quadro, Burri farà della materia l’oggetto della sua arte.

La notorietà per Burri giunse, infatti, con quei famosi sacchi attraverso i quali viene universalmente identificato: come Morandi fu “quello delle bottiglie”, Fontana “quello dei tagli”, così Burri divenne tale in quanto “quello dei sacchi”.

Immagini fuorvianti e, spesso, riduttive, ma che denotano la forte coesione tra arte e vita presente in questi tre grandi artisti, la cui immagine finì col sovrapporsi a quella dei loro soggetti più noti.

“Un paio di calzini non sono meno adatti a fare un dipinto di legno, chiodi, trementina, olio e stoffa”, la celebre affermazione del 1959 di Rauschenberg, arrivò con circa un decennio di ritardo rispetto all’esperienza di Burri, autore d’inventiva inesauribile ed anticipatore di espressioni artistiche che, in seguito, si affermeranno come nuovi linguaggi codificati.

Alberto Burri, Sacco e rosso, 1956

Alberto Burri, Sacco e rosso, 1956

I sacchi, in particolare, sono da annoverare come le opere di più alto livello del secondo dopoguerra per intensità tematica ed emozionale: la tela grezza del sacco corrotta, bruciata e drammaticamente espressiva, racconta un universo fatto di individualità e di scavo prospettico. Burri fu in grado di elevare la materia ad elemento filosofico: attraverso la destrezza del suo ingegno unì reliquie corrose e miserabili , sottraendole al nulla della quotidianità.

Raggiunta la notorietà a livello internazionale con i sacchi, Burri non si adagiò sugli allori, continuando a sperimentare sempre nuovi materiali, in una sublimazione poetica dei rifiuti, residui solidi dell’esistenza cosmica.

La ricerca di nuovi materiali si affiancò a quella di nuove tecniche: dalle plastiche alle combustioni, dove l’usura che segna i materiali non è più quella della vita, ma un’energia esterna che assume un valore metaforico primordiale.

La cedevolezza del medium e l’uso ad essa appropriato del fuoco sembrano animare la materia di un significato attivo: una sorta di teatro astratto della violenza, generatore di inferni corrosi e deteriorati.

Alberto Burri, Combustione, 1964

Alberto Burri, Combustione, 1964

Nella visione di Burri è sempre presente, come un sottile filo rosso che unisce la sua arte, il concetto di consunzione che raggiungerà la sua manifestazione universale nella serie dei cretti.

In queste opere, realizzate con una mistura di caolino, vinavil e pigmento fissata su cellotex, raggiunse i vertici della purezza espressiva.

Nelle serie in nero ed oro, ad esempio, egli riuscì a dare una vitalità arcana, quasi spiritata, all’intera rappresentazione, toccando le vette della lirica metafisica e della sintesi formale.

Alberto Burri, Nero e oro, 1993

Alberto Burri, Nero e oro, 1993

Per Burri la materia non fu altro che un equivalente del colore, un colore particolare che ha un peso tutto suo proprio, un peso che è prova della sua identità. La materia è colore, ma anche ricordo: la materia ci parla di un prima, di un suo passato utilizzo prima di essere immortalata nella fissità dell’opera d’arte.

L’arte, con Burri, perse definitivamente la funzione mimetica della realtà: l’arte non illustra la vita, ma è vita essa stessa e, come tale, possiede un suo proprio spirito che depone sacchi, accosta frammenti di collages, intreccia i fili delle imbastiture, brucia plastiche, salda ferri, in una metamorfosi continua ed inarrestabile.

Alberto Burri, Bianco, 1952

Alberto Burri, Bianco, 1952


Alberto Burri

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Alberto Burri: l’arte nel sacco ultima modifica: 2014-03-31T18:36:41+00:00 da barbara
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