"La bellezza non è rara." ( J. Luis Borges)
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La Porta Magica: la porta della conoscenza

La Porta Magica: la porta della conoscenza

“Si compiacquero gli antichi Filosofi ragguagliarci o confusamente , o sotto la corteccia di favolose Poesie, ed oscurissime Enimme la lor’ opinione sopra il Magistero Alchimico.”

(G. Grimaldi, Dell’Alchimia, 1645)

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Giovanni Stradano, Il laboratorio dell’alchimista, ottavo decennio del XVI secolo

Nella tradizione alchemica occidentale, dall’antichità pagana ai tempi moderni, il linguaggio alchemico dell’immagine ha svolto una doppia funzione: quella di tramandare l’insegnamento dottrinario, e quella di far meglio intendere tale insegnamento.

Le immagini, da sole o connesse ad un testo o ad un monumento, guidano il fruitore nell’intelligenza dei contenuti rappresentati.

Il linguaggio alchemico, a differenza degli altri linguaggi, reca una caratteristica distintiva e particolare: non è un lessico chiaro e letterale, ma esso si configura attraverso l’uso di enigmatiche metafore ed arcani simboli.

La segretezza è, infatti, ciò che configura il lemma alchemico, come è segreta la ricerca deglia alchimisti volta alla decifrazione e alla conoscenza delle leggi nascoste della Natura.

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Rembrandt van Rijn, Il dottor Faust nel suo studio, 1652

Il misterioso vocabolario alchemico ha percorso un lungo cammino risalendo, in Occidente, ai cicli illustrativi contenuti nei codici tardomedievali.

A questi vanno poi aggiunti, come fonti dell’iconografia alchemica europea, quelli egizio-ellenistici e i trattati alchemico-neoplatonici arabi, che non erano altro che delle versioni delle antiche opere greche e siriache sull’argomento.

Nei secoli XVII e XVIII, infine, l’iconografia ermetica si arricchirà di immagini simboliche tratte sia dal mondo del neopaganesimo rinascimentale sia dalla sintesi formale proposta dai libri di emblemi e di imprese.

Nel Seicento abbiamo abbiamo a nostra disposizione un complesso linguaggio dove, nell’iconografia alchemica, assistiamo al saldarsi di due elementi essenziali della tradizione: la ricerca filologica di stampo umanistico sulle immagini geroglifiche ed ermetiche e la rivisitazione dei miti pagani; fenomeno, questo, che portò alla realizzazione di numerose opere dove il carattere mitologico, emblematico e geroglifico farà da padrone nella sperimentazione rappresentativa di numerosi artisti, in un contesto sempre però rispettoso del contenuto alchemico.

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Una testimonianza singolare ed esemplare della fusione tra arte, iconologia e pratiche segrete è rappresentata dalla Porta Magica di Roma.

Fatta erigere dal marchese Massimiliano Savelli Palombara tra il 1677 ed il 1680, essa rappresenta un’esplicita testimonianza plastica del Magistero alchemico.

Chi si recasse oggi a Piazza Vittorio a Roma, potrebbe vedere, in completo stato di degrado, le vestigia di questa porta che, originariamente, faceva da corollario a villa Palombara.
Per uno studio accurato di questo prezioso monumento risulta, quindi, più utile consultare vecchie fotografie o antiche incisioni, non mancando di far notare come le nostre amministrazioni pubbliche tengano in così poco conto il patrimonio culturale della collettività.

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Porta Magica, incisione del 1806

La porta costituiva l’ingresso secondario di villa Palombara e faceva parte dell’architettura generale dell’articolato giardino.

Il marchese Massimiliano, poeta, alchimista, rosacrociano, nella sua villa aveva un laboratorio dove conduceva i suoi personali esperimenti per conseguire la Pietra Filosofale lavorando, a volte, a fianco della regina Cristina di Svezia, appassionata cultrice di scienza e di alchimia.

Secondo una leggenda la porta magica fu edificata proprio a seguito di un esperimento alchemico: una riuscita trasmutazione avvenuta nel laboratorio di Palazzo Riario, sede di un’accademia di alchimisti ed esoterici del tempo, di cui, oltre a Cristina di Svezia e al marchese Palombara, facevano parte personaggi come l’erudito Athanasiu Kirchner (ben noto anche per le sue dotte frequentazioni con il Cavaliere Cassiano dal Pozzo), il medico esoterico Giuseppe Francesco Borri e l’astronomo Giovanni Cassini.
Al di là ed oltre una traduzione precisa della simbologia e dell’iconografia della Porta, cosa facilmente rinvenibile dai testi scritti, è degno di nota l’entusiasmo che si era creato al tempo attorno all’alchimia tra dotti, eruditi, aristocratici, prelati e potenti: una vera e propria corte di iniziati che, attraverso queste pratiche, mirava alla conquista dei misteri supremi della Natura.

Storie di viaggi nel tempo, leggende sull’immortalità, personalità dai tratti occulti come Cagliostro, processi per eresia e per stregoneria, popolano i racconti di un’epoca densa di occulto, della quale è importante dare una seria e ragionata lettura storica, scevra da qualsiasi pregiudizio o condanna morale.

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Particolare del tondo sovrastante l’architrave della Porta Magica, simbolo del tutto e dell’unità

Il giardino di villa Palombara, in tal senso, rappresentava l’hortus conclusus, il luogo edenico per eccellenza dove trovava perfetta fusione l’identità dell’uomo con Dio, attraverso il medium della Natura: come la porta magica con le sue iscrizioni rappresenta una sorta di architettura misteriosa costruita dal segreto linguaggio dell’uomo, così il giardino, a cui la porta introduce, è il vero mistero quello dalla Natura progettata da Dio stesso.

E proprio il giardino costituiva il teatro delle pratiche alchemiche del marchese: una scenografia adeguatamente curata per la speculazione intellettuale e filosofica, un microcosmo atto ad estendere i suoi legami con l’universo, attraverso le pratiche misteriche.

In questo contesto, dunque, si dovrebbe immaginare il prezioso manufatto, lasciato ora abbandonato, senza nessuna cura, affiancato da due statue di epoca romana del dio egizio Bes, che nulla hanno a che fare con l’opera e con il suo autentico senso.

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Villa Palombara in un antico affresco, a destra si può scorgere la Porta Magica

“La Natura altro non è che simbolo dell’onnipotente Fattore”, sosteneva il Palombara che, sia con i riti che con la costruzione della sua residenza, intese celebrare la grandezza di Dio a cui l’uomo si può avvicinare attraverso l’indagine della Natura.

Tale concezione quasi religiosa della Natura è un aspetto fondamentale del sapere alchemico, poiché accompagna il filosofo ermetico nella sua pratica conoscitiva, senza che egli si senta il padrone, ma semplicemente il custode, di questo universo naturale voluto da Dio e dove microcosmo e macrocosmo si trovano in perfetta simbiosi.

L’integrazione tra uomo e Natura diviene, così, un elemento chiave del sapere ermetico, in grado di preservare l’uomo da qualsiasi scissione tipica dell’età moderna.

La Porta Magica faceva dunque parte di un complesso sistema costruttivo dove uomo e Natura, attraverso le pratiche alchemiche, ritrovavano la loro originaria pace ed arcadica armonia, come si evince da una epigrafe fatta erigere nella villa: luogo mitico e mitizzato, dove si poteva raggiungere la suprema forma di simbiosi cosmogonica.

“Questo bosco, un boschetto, conserva sempre il medesimo aspetto, e senza artificio nascono viti, peri e incontaminati frutti.

Vicino al bosco vi è un laghetto, dove non il lupo ma la lepre gioca spesso, senza molestare le miti pecore né gli uccelli.

Il cane, custode fra gli innocenti agnelli, mette in fuga le fiere; solo l’aria di questa campagna è vera salute per il malato, e riempie di verzure le vie della città.

I solchi seminati danno coppe di vino per la sete. Entra, uomo che non cerchi le cose vane, fuori stia Venere, e a voi, ladri, chiudo le porte. Purificato da ogni vizio, lieto, liba il mare di vino genuino, secondo il costume di Bacco.

Esulta, se vuoi, tra le uve e liberamente attingi a ciò che desideri.

A te preparo, con cuore puro, qualunque cosa tu voglia chiedermi.

Qui le api producono la chiara ricchezza del dolce miele sempre molle.

Ora, se leggerai queste iscrizioni, tu che piangi, starai bene, qui, all’ombra della selva, dove l’estate si sposa alla primavera.

Mai piangeresti con la fonte mesta se rimanessi tra i fiori, né resteresti in lacrime, mentre qui spirano mormorii del vento…”

Un sottile ed erudito connubio tra arte ed alchimia, ricerca filosofica ed esoterica, tensione divina e profana animò dunque l’opera del marchese, sottolineando, ancora una volta, l’importanza di saper leggere e collocare storicamente un certo linguaggio criptico-simbolico, di valenza non solo ed esclusivamente estetica.

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M. Maier, L’alchimia segue le orme della Natura, da Atlanta Fugiens, 1618

La Porta Magica: la porta della conoscenza ultima modifica: 2014-03-25T19:00:04+00:00 da barbara
2 Comments
  • Colombo
    Posted at 13:25h, 27 marzo Rispondi

    Buongiorno ,
    Dott.ssa.Barbara Meletto , volevo avere informazioni riguardo l’artista Fritz Bleyl , ho ereditato un’opera 70×50 , olio su tela tecnica mista , mi interessava sapere una stima e l’eventuale possibilità di venderla .
    Cordiali saluti
    Colombo
    Isabellacosta69@hotmail.it
    Ps non ho ho trovato la sua mail per inviarle le foto dell’opera.

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