"La bellezza non è rara." ( J. Luis Borges)
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Beato Angelico: la pittura della luce

Beato Angelico: la pittura della luce

“Angelicus pictor quam finxerat ante Johannes, nomine non Jotto non Cimabove minor.”

(Domenico di Giovanni da Corella, Theotokon, 1469)

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Beato Angelico, Annunciazione, prima del 1435

Frate Giovanni da Fiesole, al secolo Guido di Pietro, più comunemente noto come Beato Angelico, nacque in una data compresa tra il 1385 ed il 1400 nei pressi di Vicchio, nel Mugello.

Già pochi anni dopo la sua scomparsa veniva definito Angelicus Pictor, appellativo con cui poi sarebbe passato alla storia, a significare che, come gli angeli, egli vedeva Dio.

Gli aneddoti, soprattutto forniti dal Vasari, che ne esaltavano le doti divine ed il temperamento pacato e mite hanno, per molto tempo, compromesso una lettura critica della sua opera tanto da essere, a torto, considerato solo come “una preziosa reliquia gotica , sopravvissuta nell’età di Masaccio.”

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Beato Angelico, Incoronazione della Vergine, Pala di Sant’Egidio, 1432

Beato Angelico non fu una luccicante rarità, ma si inserì nel contesto storico del tempo dove pietà cristiana ed umanesimo rinascimentale erano termini coesistenti e non inconciliabili.

Ciononostante l’equivoco di un artista antico, vecchio, legato ancora a schemi gotici, si protrasse fino agli inizi del Ventesimo secolo, sostenuto anche da una certa storiografia di stampo cattolico pronta ad idealizzare l’artista come un puro mistico.

Solo recentemente si è recuperata la vera identità dell’opera di questo pittore: un’arte colta, elaborata, frutto di una visione moderna ed aggiornata dell’immaginario religioso.

Un’arte che fu la precisa manifestazione di quell’epoca e delle vicende politiche di una Firenze che, dall’arresto e dall’esilio, portarono al ritorno e alla trionfante ascesa di Cosimo de’ Medici.

Beato Angelico, nella sua veste di artista e di religioso, tentò di dare una soluzione ai difficili e complessi rapporti tra Chiesa e Rinascimento, tra dottrina ed estetica, tra la millenaria tradizione cattolica e la nuova cultura laica.

Con la sua opera egli tese alla ricerca del bello ideale, trascendendo così il dato reale ed individuale: un progressivo avvicinarsi a Dio e alla sua grandezza attraverso l’arte e la bellezza delle cose.

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Beato Angelico, Giudizio universale, dettaglio dei dannati, 1425-1430

Nel 1417, ossia prima di prendere i voti, Giovanni era già indicato come dipintore attivo nella città di Firenze, come osservava il Vasari: “arebbe potuto comodissimamente stare al secolo, e oltre a quello che aveva guadagnarsi ciò che avesse voluto con quell’arti che ancor giovinetto benissimo far sapeva; e nondimeno, per sua soddisfazione e quiete, essendo di natura posato e buono, e per salvar l’anima sua principalmente volle farsi religioso dell’ordine de’ Frati Predicatori.”

La sua formazione artistica fu debitrice al Masaccio, per la ricerca prospettica e volumetrica, unita ad un attento studio della tradizione religiosa domenicana, rinnovata attraverso una lettura degli autori più dotti e moderni dell’osservanza fiorentina.

Il risultato fu un’opera dagli aspetti fortemente spirituali ricondotti, però, ad una visione più aperta ed attenta della realtà a lui contemporanea: un vasto e complesso retroterra culturale che era valso all’Angelico la stima e la committenza degli ambienti laici ed ecclesiastici della città.

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Beato Angelico, Cristo deriso, la Vergine e San Domenico, decorazione della cella numero 7 del convento di San Marco, 1438-1440

Beato Angelico fu uno dei protagonisti della straordinaria opera di ricostruzione del convento domenicano di San Marco, opera che si inseriva in un più ampio progetto di riqualificazione della parte settentrionale della città di Firenze.

La direzione del cantiere fu affidata a Michelozzo di Bartolomeo Michelozzi, mentre all’Angelico fu chiesto di dipingere le vasti pareti, secondo un intervento decorativo coerente ed organico.

L’intera decorazione interessò sia gli spazi collettivi che quelli privati: per la prima volta, in delle celle monastiche, comparvero delle opere pittoriche che vennero a sostituire il tradizionale arredo devozionale.

Gli affreschi, tratti da temi evangelici, dovevano essere spunto per la riflessione e la meditazione dei monaci: parsimonia prospettica ed immediatezza compositiva furono dunque le caratteristiche stilistiche indispensabili per indurre alla contemplazione.

L’Angelico lontano dalla freschezza delle sue cromie, proprio per adattarsi alla destinazione degli ambienti, ridusse la gamma dei colori e smorzò quella lucentezza, tipica della sua pittura celeste e divina insieme.

Un linguaggio, dunque, essenziale e simbolico, spogliato da ogni velleità mondana e superfluità ornamentale.

L’intero ciclo è un tributo all’arte del Trecento, uno sviamento volontario dell’Angelico la cui opera si dibatteva tra la spirituale tradizione gotica ed il nuovo naturalismo rinascimentale.

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Beato Angelico, Annunciazione, decorazione del corridoio nord delle celle del convento di San Marco, 1440

Nel 1447 salì al trono pontificio Niccolò V che contribuì a diffondere un nuovo senso umanistico in seno alla Chiesa e al Vaticano. L’Angelico, chiamato a Roma ad affrescare la cappella Niccolina, saprà interpretare la nuove richieste della Curia papale dando vita ad un ciclo pittorico di chiaro stampo umanistico, così come aveva perfettamente interpretato, a San Marco, l’austerità voluta dall’ordine religioso.

Artista duttile, ma nello stesso tempo fedele a se stesso, fu uno dei più grandi maestri del rinascimento ed il solo ed unico “angelico”: “angelico et vezoso et divoto et ornato molto con grandissima facilità”, come lo definì acutamente il Landino.

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Beato Angelico, San Lorenzo distribuisce l’elemosina, Cappella Niccolina, 1448-1449

Il 18 febbraio 1455, Beato Angelico si spense a Roma nella chiesa di Santa Maria sopra Minerva, la sua sepoltura, nella cappella di San Tommaso, è segnalata ancora oggi con una lastra la cui iscrizione così riporta: “Non mihi sit laudi, quod eram velut alter apelles, sed quod lucra tuis omnia, christe, dabam: altera nam terris opera extant, altera caelo. Urbs me Joannem flos tulit etruriae MCCCCLV.”

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Beato Angelico, Cristo incoronato di spine, 1450

Beato Angelico: la pittura della luce ultima modifica: 2014-03-02T13:53:52+00:00 da barbara
2 Comments
  • Il Convento di San Marco a Firenze: l'apoteosi della bellezza - barbarainwonderlart © Barbara Meletto
    Posted at 14:46h, 11 maggio Rispondi

    […] A differenza di Stendhal, sono stata colta da siffatto malessere visitando il Covento di San Marco, frutto dell’opera combinata della mano architettonica di Michelozzo e dell’arte pittorica di Beato Angelico. […]

  • Fra Bartolomeo: l'arte riformata
    Posted at 22:08h, 18 maggio Rispondi

    […] Sempre secondo il Vasari, egli fece anche parte di quei cinquecento fedeli che si rinchiusero nel convento di San Marco quando l’opinione pubblica si rivoltò contro Savonarola. Terrorizzato dall’eccesso di collera popolare, giurò di prendere i voti se fosse riuscito a sopravvivere; e così fu. Nel 1500 entrò nel convento di San Marco dove diventò direttore della fabbrica, mansione svolta prima di lui da Beato Angelico. […]

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