"La bellezza non è rara." ( J. Luis Borges)
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Arcimboldi: la pittura delle meraviglie

Arcimboldi: la pittura delle meraviglie

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Giuseppe Arcimboldi, Il libraio, 1566

La fama di Giuseppe Arcimboldi è da sempre legata alle sue straordinarie invenzioni: nature morte di fiori, frutti, animali e altri oggetti, assemblati a ricomporre profili di figure ambigue, oscillanti tra la meraviglia ed il grottesco. Una sorta di gioco che corre tra l’irreale ed il fantastico e che trovò, in Arcimboldi, soluzioni compositive di elevata qualità e pregnanza concettuale.

L’idea dell’artista non era nuova, ma del tutto inusuale ed originale si rivelò la sua capacità di trasformare una trovata ingegnosa in una composizione ad alto valore simbolico.

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Giuseppe Arcimboldi, L’avvocato, 1566

Numerose copie, susseguitesi nel tempo, hanno ostacolato una seria e rigorosa lettura della sua opera: Arcimboldi è un pittore raro come è rara la finezza adamantina delle sue teste.

Già Gregorio Comanini, primo critico del pittore, si lamentava delle imitazioni che circolavano sull’onda dell’entusiasmo generale per una trovata d’effetto che, in un certo momento, divenne una moda: “… et quante per le botteghe di molti pittori se ne veggono assai rozzamente composte tutte sono imitationi e semplici ruberie delle sue cose.”

Attualmente le teste autografe dell’Arcimboldi risultano essere una dozzina circa: la piacevolezza ottica ed il divertissement della sua arte hanno prodotto una quantità di contraffazioni da cui, talvolta, è difficile riuscire a districarsi.

Anche la formazione artistica di Arcimboldi è avvolta in un manto di confusione e di mistero: la sua origine milanese denuncia una probabile educazione sull’onda della cultura locale, che vedeva in Leonardo e Bramantino i caposaldi di una tradizione figurativa consolidata.

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Giuseppe Arcimboldi, Terra, 1570

Decisamente più nota e documentata è l’attività di Arcimboldi presso la corte asburgica, sotto l’egida di Massimiliano II, prima, e di Rodolfo II, poi, dove oltre che pittore fu anche ideatore di spettacoli, giochi, costumi e tornei, un eclettico fantasista al servizio dei capricci dei potenti.

E proprio considerando l’ambiente imperiale in cui operò, possono trovare nuova ed esaustiva lettura le teste raffiguranti le Stagioni e gli Elementi: una celebrazione del potere imperiale sulle stagioni, sugli elementi e sul microcosmo naturale che a essi è sottoposto. Secondo questa interpretazione anche l’antropomorfizzazione degli elementi naturali acquisisce nuovo valore: non un mero artificio spettacolare, ma la manifestazione del dominio della casa d’Austria sull’universo e sul tempo, attraverso la persona del sovrano reggente.

Molti particolari dei dipinti divengono allora più chiari (il pavone asburgico, l’aquila bicipite, i simboli del Toson d’Oro e così via) ed è altresì più comprensibile l’architettura generale sottesa a queste tele.

Tutti i ritratti hanno infatti sul capo una sorta di corona e sono stati ideati per fronteggiarsi a coppie: un’allegorica catena di corrispondenze che, secondo una visione ippocratea, associa stagioni, umori, temperamenti, elementi ed età dell’uomo.

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Giuseppe Arcimboldi, Fuoco, 1566

Un’ulteriore chiave esegetica può inoltre aiutarci ad approfondire queste opere e la cultura magica che pervadeva la capitale dell’Impero: Praga all’epoca era una vera e propria fucina per la genesi e la diffusione di teorie mistiche e teosofiche; si sa per certo che lo stesso Arcimboldi entrò in contatto con numerosi esponenti della società dei Rosacroce.

Non pare quindi troppo azzardato scorgere anche un substrato alchemico nell’opera del milanese: le sue otto tavole allegoriche rimanderebbero così al principio ermetico della corrispondenza fra microcosmo e macrocosmo attraverso la scomposizione e ricomposizione della materia, mezzo supremo per raggiungere la perfezione spirituale e materiale.

Ecco che, in questo modo, l’opera di Arcimboldi si manifesta in tutta la sua complessità intellettuale, un vero e proprio manifesto dell’arte e della cultura del suo tempo, ben lungi dalla banalizzazione a cui venne sottoposta nel corso dei secoli.

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Giuseppe Arcimboldi, Primavera

Al di là ed oltre un’analisi simbolica e letteraria delle teste composite di Arcimboldi, un altro elemento che desta interesse è la tradizione formale su cui l’artista si innescò, giungendo a risultati di straordinaria qualità stilistica e compositiva.

Dalla grottesche alla tradizione fiamminga, dalle pitture di Pompei alle anamorfosi, tutta una complessa e variegata cultura figurativa contribuì allo svolgimento dell’opera di Arcimboldi, che ebbe il merito di essere sintesi suprema tra le infinite forme della natura ed il tutto del visibile: un virtuosismo consapevole che unificò idea compositiva e scelta stilistica.

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Giuseppe Arcimboldi, Aria, 1566

Il tentativo supremo della pittura di Arcimboldi fu appunto quello di riunificare il molteplice sfuggente e frammentario delle cose nell’Uno: illusione estrema di poter ancora conchiudere, in una prospettiva ordinata e logica, una realtà che andava svelandosi con tutte le sue tensioni, disarmonie e contraddizioni alle soglie del secolo diciassettesimo.

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Giuseppe Arcimboldi, Acqua, 1566

Per un approffondimento dell’alchimia nell’arte si veda:

“La simbologia alchemica nell’arte”

http://barbarainwonderlart.com/2013/03/10/la-simbologia-alchemica-nellarte/

“La tradizione alchemica nell’arte moderna: il Grande Vetro di Marchel Duchamp”

http://barbarainwonderlart.com/2013/03/15/la-tradizione-alchemica-nellarte-moderna-il-grande-vetro-di-marcel-duchamp/

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Giuseppe Arcimboldi, Vertumnus, 1590

Arcimboldi: la pittura delle meraviglie ultima modifica: 2014-02-20T19:35:12+00:00 da barbara
2 Comments
  • Aithne
    Posted at 08:51h, 26 febbraio Rispondi

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  • Aithne
    Posted at 08:51h, 26 febbraio Rispondi

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