"La bellezza non è rara." ( J. Luis Borges)
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Johannes Vermeer: il poeta del silenzio

Johannes Vermeer: il poeta del silenzio

Johannes Vermeer, Ragazza addormentata, 1656-1657

Johannes Vermeer, Ragazza addormentata, 1656-1657

“Soltanto grazie all’arte, anziché vedere un solo mondo, il nostro, lo vediamo moltiplicarsi, e quanti più sono gli artisti originali, tanti più mondi abbiamo a disposizione, diversi gli uni dagli altri più di quelli che girano nell’infinito, e che, molti secoli dopo che si è estinto il focolare da cui emanavano, si chiamassero Rembrandt o Vermeer, ci inviano ancora il loro caratteristico raggio di luce.”

(Marcel Proust)

L’arte di Vermeer si offre come un enigma complesso: sotto l’apparente facilità e piacevolezza delle sue immagini si celano, infatti, significati che sfidano la nostra capacità di comprensione.

E’ un pittore silenzioso ,che presenta sempre qualcosa di misterioso oltre quel velo di silenzio da cui affiorano le sue opere. Per questo motivo la sua personalità è caduta, per lungo tempo, nell’oblio, per venire riscoperta solo nell’Ottocento, sostenuta in seguito da appoggi appassionati di molti letterati, primo fra tutti, Marcel Proust.

Johannes Vermeer, Ragazza che legge una lettera, 1657-1659

Johannes Vermeer, Ragazza che legge una lettera, 1657-1659

Johannes Vermeer nacque a Delft nel 1632, il padre Reynier Vos era un tessitore di seta e, nel contempo, esercitava anche la professione di mercante d’arte: probabilmente questa familiarità con la pittura porterà il giovane ad avviarsi alla carriera artistica.

Nulla sappiamo del suo apprendistato e della sua formazione: nel 1653 era già iscritto nella Gilda di San Luca e godeva di ampia considerazione nell’ambiente artistico della città, tanto da essere eletto per ben due volte come presidente dell’associazione.

Nonostante ciò, Vermeer non divenne mai ricco e affiancò la sua attività a quella di mercante e di esperto d’arte.

Della sua esistenza abbiamo poche notizie e anche le sue opere, di cui ci rimangono pochi pezzi, sono avvolte nell’incertezza circa la loro datazione e la loro originale denominazione.

Johannes Vermeer, Fantesca che porge una lettera, 1667

Johannes Vermeer, Fantesca che porge una lettera, 1667

Ciò che colpisce maggiormente nell’opera di Vermeer è la luce: una luce vellutata e sottesa che circola e serpeggia nelle sue composizioni di straordinario rigore ed elegante compostezza, erede dell’illustre tradizione fiamminga del XV secolo, che vide nei fratelli van Eyck i suoi epigoni, ma anche di un certo caravaggismo nordico privo, però, dei suoi aspetti più chiassosi e ridanciani.

La pittura di Vermeer prende forma attraverso le modulazioni luminose che rivelano, pian piano, tutta la profondità e ricercatezza della composizione: particolari inattesi, minuzie descrittive, dettagli improvvisi, si manifestano, così, all’occhio di chi sa guardare.

Una pittura arcana ed introversa, priva di grandi guizzi od estri compositivi, ma in grado, nella sua immota compostezza, di scandagliare i recessi più profondi dell’animo umano.

Johannes Vermeer, Veduta di Delft, 1660

Johannes Vermeer, Veduta di Delft, 1660

Senza dubbio Marcel Proust dovette aver avvertito questa grande affinità e sintonia con l’olandese, tanto da ritenere La veduta di Delft come il quadro più bello del mondo” e da citarlo nella Recherche come termine di paragone per la perfetta scrittura: “è così che avrei dovuto scrivere … I miei ultimi libri sono troppo secchi, avrei dovuto stendere più strati di colore, rendere la mia frase preziosa in sé, come quel piccolo lembo di muro giallo.”

Era questa capacità e dedizione che Proust amava in Vermeer tanto da fargli “ricominciare venti volte qualcosa che susciterà un’ammirazione così poco importante per il suo corpo divorato dai vermi, come il lembo di muro giallo dipinto con tanta sapienza e raffinatezza da un artista per sempre ignoto, identificato appena sotto il nome di Vermeer.”

Una caparbia abnegazione al mestiere del pittore, fatto di tecnica, precisione ed attenzione, un mestiere accurato e certosino, frutto di studio accanito e di amorevole passione.

Johannes Vermeer, La mezzana, 1656

Johannes Vermeer, La mezzana, 1656

La prima opera datata di Vermeer è La mezzana del 1656, alla quale succederà nel 1668 L’astronomo: entro quest’arco di tempo si svolse il periodo più felice dell’attività dell’artista che, successivamente, venne a perdere quel suo caratteristico incanto per raggelarsi in una sorta di realismo fotografico.

La tipica poesia veermeriana si sprigiona, infatti, dal fascino delle scene domestiche, dalla seduzione degli oggetti quotidiani che, così fermi ed immoti nel loro essere, svelano una lirica immortale, al di là dello spazio e del tempo: la vita silenziosa di ciò che non conosce azione alcuna.

Vermeer è una sorta di memorialista fedele della cultura del suo paese: una ragazza che scrive una lettera, che fa della musica, un piccolo concerto tra amici, una visita in salotto o una veduta della città, sono tutti soggetti osservati e ritratti fino a discernerne le più intime e sottili bellezze.

Johannes Vermeer, Lezione di musica, 1662

Johannes Vermeer, Lezione di musica, 1662

Come diceva Borges “di bellezza non è rara”, basta solo essere in grado di vederla e di scoprirla, come fece Vermeer, anche nelle cose più banali: momenti unici ed irripetibili della quotidianità vengono così consegnati all’eternità.

A Vermeer non interessarono le scene eroiche, storiche, religiose o mitologiche, ma la realtà così come la vedeva e così come la sentiva attraverso la sua sensibilità di artista: per la prima volta nella storia dell’arte occidentale l’oggetto del quadro divenne il nudo oggetto della visione, senza filtri o compromessi di nessun genere.

Non vi sono implicazioni simboliche o psicologiche nelle tele di Vermeer, ma solo la visione lucida della realtà da cui scaturisce una muta poesia, che è la poesia intrinseca delle cose familiari: un reale senza veli dischiuso attraverso il nitore della luce e vagliato attraverso le inclinazioni del suo animo.

Johannes Vermeer, La lattaia, 1659

Johannes Vermeer, La lattaia, 1659

Nella sua fedele aderenza alla realtà, il maestro di Delft trovò così quell’imparzialità dello sguardo capace di penetrare nell’apparenza più lirica delle cose: dalla carta geografica appesa alla parete alla brocca, dal volto di una fanciulla alla trama di uno stoffa, da una crepa nel muro ad uno strumento musicale.

Una magia che erompe da fotogrammi di realtà, una magia calibrata e silente, questa è la pittura di Vermeer, un’artista che fu in grado di raggiungere una dimensione di eternità attraverso la narrazione della realtà del suo mondo e del suo tempo: istantanee della memoria che affiorano attraverso le sottili vibrazioni della luce.

Johannes Vermeer, Fanciulla col turbante (recentemente ribattezzata Ragazza con l'orecchino di perla), 1665

Johannes Vermeer, Fanciulla col turbante (recentemente ribattezzata Ragazza con l’orecchino di perla), 1665

Johannes Vermeer: il poeta del silenzio ultima modifica: 2014-02-10T19:50:03+00:00 da barbara
7 Comments
  • antheathecharis
    Posted at 21:24h, 10 febbraio Rispondi

    Stupendo! Uno dei miei artisti preferiti

    • barbarameletto
      Posted at 18:32h, 11 febbraio Rispondi

      Sono lieta che ti sia piaciuto.
      Io, a dire il vero, ho riscoperto Vermeer con il tempo, anche perchè rivedo in lui quella poesia morandiana delle piccole cose.

  • dbd
    Posted at 10:13h, 12 febbraio Rispondi

    ed hai evitato enfasi sulla fanciulla col turbante , tanto di moda in questi giorni …

    • barbarameletto
      Posted at 19:28h, 12 febbraio Rispondi

      Hai utilizzato il termine giusto: moda. Moda e gusto molto spesso non vanno d’accordo e, secondo il mio gusto, questa specie di nevrosi collettiva che si sta scatenando attorno all’opera di Vermeer, La ragazza con il turbante (prima ed originaria denominazione, dato che all’epoca di Vermeer l’orecchino di perla ce l’avevano tutte le fanciulle), mi pare del tutto esagerata ed ingiustificata.
      Un’opera divenuta famosa ai più tramite un bestseller (e forse ancora di più attraverso l’interpretazione cinematografica di Scarlett Johansson), e che ora viene adorata come una sorta di icona ed oggetto taumaturgico da una ridda di fedeli.
      La mostra Show (che pare sopperire all’assenza del Motor Show), in corso a Palazzo Fava a Bologna, non fa altro che confermare le grandi capacità promozionali del “nostro grande businessman”, peccato, però, che i suoi happening non siano mai un serio punto di partenza per una vera crescita culturale, attraverso l’educazione delle persone ad un approccio ambientale e contestuale dell’opera d’arte.
      L’esposizione di Bologna non fa così che ribadire una tendenza molto in voga nel campo dell’arte: esibire dei feticci, dimenticando che ogni opera nasce e prende vita da una relazione più ampia.
      Mi chiedo inoltre quanti tra i visitatori della mostra (e mi riferisco anche agli abitanti della città), tutti frementi ed eccitati, abbiano, non dico visto, ma almeno consapevolezza del patrimonio artistico che offre tutto l’anno Bologna: dalle tele di Morandi alle sculture di Jacopo della Quecia, dai quadri di Guido Reni alle opere dei Carracci, solo per citarne alcuni.
      Ma qui sto divagando, questo è un discorso di gusto, di mio gusto, che tocca le corde della qualità, o piuttosto della mancanza di qualità, di questo modo di fare cultura a spot.
      p.s. scusa se ho divagato, ma l’occasione era troppo “ghiotta”. 😉

  • dbd
    Posted at 09:25h, 13 febbraio Rispondi

    onorato di questo “assist” 🙂

    • barbarameletto
      Posted at 10:25h, 13 febbraio Rispondi

      Direi che mi hai piazzato un’ottima “palla”, mi è stato impossibile non sfruttare l’occasione 😉

  • Jan Steen: il disordine del quotidiano | barbarainwonderlart © Barbara Meletto
    Posted at 19:23h, 21 gennaio Rispondi

    […] vita l’opera di Jan Steen, un nome sconosciuto ai molti, sopraffatto dalla fama dei più celebri Vermeer o Rembrandt, ma che fu uno dei più popolari pittori nell’ Olanda del XVII secolo. Nato a Leida […]

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