"La bellezza non è rara." ( J. Luis Borges)
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Jean-Auguste-Dominique Ingres: il cantore della borghesia

Jean-Auguste-Dominique Ingres: il cantore della borghesia

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Jean-Auguste-Dominique Ingres, La bagnante di Valpinçon, 1808

“Il disegno è la probità dell’arte”, sosteneva Ingres, affermando così l’essenzialità del disegno, la matrice primigenia da cui prende vita l’opera pittorica. Ingres si preparava infatti con meticolosità e dedizione alla stesura di una tela, di ciò abbiamo testimonianza dagli oltre quattromila e cinquecento fogli che sono pervenuti fino a noi.

Disegni a matita, a penna, ad acquerello documentano l’attenzione maniacale dell’artista per la composizione e rivelano tracce importanti della sua cultura, dei suoi pensieri, dei suoi sentimenti e delle sue predilezioni di gusto.

L’arte di Ingres, nella storica dicotomia classico-romantico, si volse ad una ricerca costruttiva e scultorea: la sua pittura procede per torniture e contorni, erede di una tradizione rinascimentale fiorentina.

Una cultura figurativa alquanto particolare in un’epoca che si stava aprendo alle scapigliature romantiche, tant’è che, quando Ingres vide il Pifferaio, non potè che definire Manet “un pittore da carte da gioco”.

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Jean-Auguste-Dominique Ingres, Edipo e la Sfinge, 1808

Ingres rimase sempre fedele al classicismo anche quando la nuova generazione di artisti gli voltò le spalle: non si lasciò mai influenzare dalla nuova sensibilità luministica e vibratile, anelando a quel Bello Ideale promosso da Winckelmann e dal Conte de Caylus, che ne fu mentore in Francia.

Per queste sue qualità Ingres fu il protagonista della pittura borghese dell’Ottocento e, per questo stesso motivo, i suoi ritratti sono da considerarsi come icone indelebili del secolo.

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Jean-Auguste-Dominique Ingres, Autoritratto a ventiquattro anni, 1804

Jean-Auguste-Dominique Ingres nacque nel 1780 a Montauban, nel 1797 lasciò la Francia meridionale per Parigi dove divenne allievo di David.

Tra il 1806 ed il 1819 visse a Roma e, dal 1835 al 1841, vi ritornò nella prestigiosa veste di direttore dell’Accademia di Francia. Già al rientro dal suo primo soggiorno romano, Ingres fu assai richiesto come ritrattista al punto da lamentarsene: “maledetti ritratti! Essi mi impediscono di andare verso le cose importanti.” Per Ingres, come per molti suoi contemporanei, il ritratto era un genere minore che veniva assunto esclusivamente per denaro: “Ecco che ne ho rifiutati sei, o cerco d’evitarli, perché non li posso soffrire. Eh mica son tornato a Parigi per dipingere ritratti, io debbo dipingere Dampierre e la Chambre di Parigi!”

Nonostante la mal disposizione di Ingres nei confronti dei ritratti, furono proprio questi a tributargli fama e prestigio.

“Con il magnifico ritratto di Monsieur Bertin, Ingres mostra d’essere l’unico uomo in Francia capace di far ritratti”, scrisse Charles Baudelaire a proposito dell’opera esposta al Salon del 1845; un riconoscimento questo, che confermò la grandezza oramai raggiunta da Ingres come ritrattista della nuova classe dirigente francese.

Una classe sociale alla quale l’artista stesso apparteneva e che fu in grado di dipingere con estrema genuinità ed onestà, purezza e sincerità: ideali estetici atti a rispecchiare gli ideali etici di quella stessa classe borghese.

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Jean-Auguste-Dominique Ingres, Contessa d’ Haussonville, 1845

I ritratti di Ingres rimandano, per la grandezza compositiva e l’eccellenza d’esecuzione, alla grande tradizione rinascimentale italiana e, per la meticolosità descrittiva e la sapienza d’introspezione, alla tradizione fiamminga: ciascun ritratto esprime una forza d’ispirazione unita ad un’insuperata felicità tecnica.

Gli anni tra il 1804 ed il 1806 furono assai felici in questo genere: il ritratto di Desmarets, i tre Rivière, Napoleone sul trono imperiale, costituiscono, per quanto diversi siano i soggetti, un tutt’uno omogeneo per stile e composizione pittorica.

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Jean-Auguste-Dominique Ingres, Ritratto di monsieur Rivière, 1805

Assai noti sono i ritratti dei coniugi Rivière e della figlia.

Monsieur Philibert Rivière, figura ambigua negli anni della rivoluzione, all’epoca in cui Ingres lo immortalò, era un importante personaggio pubblico e si autodefiniva un “uomo di legge”.

Il suo ritratto doveva essere un’esaltazione delle sue ambizioni intellettuali, si fece dunque ritrarre da Ingres in una tenuta elegante e raffinata: una mise di panno nero, con istoriati bottoni d’argento, all’anulare un cammeo con testa di Medusa, un ciondolo dorato sporge dal taschino; l’atteggiamento è sicuro e fiero, con la mano che poggia sul bracciolo della seggiola a forma di testa di leone, simbolo di forza.

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Jean-Auguste-Dominique Ingres, Ritratto di Madame Rivière, 1805

Il ritratto della signora Rivière ci offre la rappresentazione di una donna dell’alta borghesia: l’abito sfarzoso, i velluti e i gioielli, ne esaltano le ambizioni mondane e salottiere.

L’immagine della consorte d’appendice: una bellezza alquanto insignificante che si rifugiava nel benessere materiale per compensare le facili e frequenti scappatelle del marito.

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Jean-Auguste-Dominique Ingres, Ritratto di M.lle Rivière, 1806

Il più celebre dei tre ritratti è certamente quello della figlia, che si spense prematuramente nel 1807, l’anno dopo che le fu dipinto il ritratto.

Un ritratto che colpisce e cattura l’occhio, sia per lo sguardo penetrante della fanciulla, sia per le evidenti sproporzioni compositive.

Una creatura dalla testa troppo grande su un corpo esile, le spalle minute che reggono un abito bianco, cinto da un vistoso ermellino: la borghesia dei nuovi ricchi esibisce sempre qualcosa di troppo anche se, come in questo caso, si tratta di un’adolescente.

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Jean-Auguste-Dominique Ingres, Napoleone sul trono imperiale, 1806

Passando per il monumentale e retorico ritratto di Napoleone, degno di nota è il ritratto di Louis-François Bertin, direttore del Journal des Débats, una delle testate più anticonformiste ed influenti del Secondo Impero.

Una sorta di leone, un gigante assiso nella sua poltrona, che fissa spavaldo gli occhi dell’osservatore; pare esibire la sua indole di combattente impavida che non teme niente e nessuno.

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Jean-Auguste-Dominique Ingres, Ritratto di monsieur Bertin, 1832

“Ingres ha scelto Bertin per riassumere un’epoca; ne ha fatto il Budda della Borghesia, solido, potente, trionfante”, riconosceva, a ragione, Manet.

Nel 1832, quando Ingres gli fece il ritratto, Bertin era un influente e stimato esponente della società letteraria e del mondo giornalistico: simbolo della nuova Francia borghese, che Ingres seppe interpretare al meglio con tutte le sue sfumature psicologiche e comportamentali.

Nelle opere di Ingres si sente fremere la vita del tempo.

I suoi capolavori esprimono il modo di sentire e di pensare di una società alla quale, però, l’artista, con il suo amore per Raffaello e per i classici, si sentiva totalmente estraneo: il cantore aristocratico di un ceto dirigente la cui utopia si era venuta pesantemente a scontrare con la realtà quotidiana.

Ingres si rifugiò dunque nella poetica del Bello Ideale, come estremo tentativo di allontanamento da una natura percepita come ostile e nemica: “un conservatore di buone dottrine e non un novatore”, come lui stesso amava definirsi.

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Jean-Auguste-Dominique Ingres, La grande odalisca, 1814

Jean-Auguste-Dominique Ingres: il cantore della borghesia ultima modifica: 2014-02-08T14:57:38+00:00 da barbara
3 Comments
  • dbd
    Posted at 10:16h, 10 febbraio Rispondi

    Ma la Contessa d’ Haussonvillenon somiglia vagamente a qualcuno ?
    Scherzi a parte , il tuo blog si fa leggere sempre con piacere . Bravò! .

    • barbarameletto
      Posted at 18:51h, 10 febbraio Rispondi

      La somiglianza è negli occhi di chi guarda: svelami l’arcano, suvvia!
      Grazie mille, sono lieta che che per te il mio blog sia una piacevole lettura e non spam 😀

  • Edipo: l’ineluttabilità del destino | barbarainwonderlart © Barbara Meletto
    Posted at 19:02h, 17 febbraio Rispondi

    […] tela di Ingres sembra che sia il giovane ad interrogare il mostro: il volto indagatore proteso verso l’oggetto […]

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