"La bellezza non è rara." ( J. Luis Borges)
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Il paesaggio mediterraneo: una creazione artistica

Il paesaggio mediterraneo: una creazione artistica

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Giorgione, La tempesta, 1505-1508

Il paesaggio mediterraneo, uno dei luoghi comuni della cultura occidentale, più che essere un dato reale e concreto è, in verità, un’idea astratta, frutto di diverse elaborazioni culturali.

La concezione moderna, che vede nel paesaggio mediterraneo un paesaggio naturalmente bello, è infatti il prodotto di una visione ottocentesca, erede di un sentimento romantico nordico, che esaltò il paesaggio del sud come il luogo prediletto della poesia e di una mitica età dell’oro.

Già parlare di paesaggio mediterraneo significa parlare di un concetto del tutto artificioso: l’uniformità del paesaggio mediterraneo non è altro che il risultato di una stratificazione artistica collettiva, forgiata nel tempo, dal gusto e dall’uso degli uomini.

Anche la credenza del paesaggio mediterraneo come ambiente naturale ed incontaminato non è che una creazione favolosa: non vi è nulla, infatti, di più adulterato di questo territorio, dove la natura, da sempre, è stata modellata dagli uomini secondo principi ideali di bellezza e di armonia.

Un paesaggio dunque plasmato e snaturato fin dalle sue radici: le piante che vi si trovano sono, infatti, per la gran parte estranee al bacino originario.

Un universo visivo pregnante, che ebbe una grande influenza sulla cultura figurativa, ma di cui è necessario comprendere l’essenza fondamentalmente archetipa ed immaginaria: un topos letterario più che una realtà esistente.

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Beato Angelico, Annunciazione, 1435

L’immissione di alcune piante o la diffusione di una certa pianta, per moda o per necessità, influenzarono la percezione visiva delle varie epoche e degli artisti che vi operarono.

Un evento straordinario, che sconvolse la tradizionale percezione della realtà, fu, senza dubbio, la scoperta del Nuovo Mondo: il pensiero rinascimentale si aprì così ad una frantumazione policentristica.

Si trattò in effetti di una vera e propria rivoluzione che mutò la prospettiva del mondo e contribuì a forgiare la coscienza moderna del paesaggio: agli inizi del Cinquecento nacque infatti il paesaggio come genere pittorico autonomo, diretta conseguenza della percezione della realtà materiale come un universo a sé stante rispetto a quello divino e spirituale, in cui l’uomo è uno dei tanti abitanti.

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Polidoro da Caravaggio, Noli me tangere, 1526

A Polidoro da Caravaggio, allievo di Raffaello, dobbiamo i primi paesaggi “puri”: egli ridusse la scena sacra nella composizione fino a farla divenire un dettaglio casuale dello scenario naturale.

Sull’esempio di Polidoro si forgerà una schiera di pittori cinquecenteschi, soprattutto fiamminghi, che intesero il paesaggio romano come una dimensione incantata e fiabesca, popolata di vegetazione selvaggia e di ruderi antichi.

Proprio in questi anni si formò quell’idea di paesaggio mediterraneo dove Roma, capitale del Grand Tour, ne fu la coprotagonista: si trattò di un paesaggio sostanzialmente culturale, intriso di sognante ricerca edenica, ma allusivo ad uno spirito ben preciso che, con il tempo, da Roma si allargò all’Italia fino a comprendere l’intero bacino del mediterraneo.

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Annibale Carracci, Paesaggio con la fuga in Egitto, 1604

Da Polidoro da Caravaggio, passando da Annibale Carracci, fino a Claude Lorrain, si diffonderà questo clichè di paesaggio mediterraneo ove la vegetazione è sprofondata tra tempi classici: un’immagine bucolica e nobile, nello stesso tempo, che farà dell’Italia il luogo prediletto, sede delle memorie più eroiche e della natura più felice.

Tutta la pittura di paesaggio del Cinquecento è ricca di queste visioni immaginarie di ruderi e architetture: si diffuse così un gusto ben preciso dove antichità classica e rigoglio botanico trovarono un connubio affascinante.

Gli artisti fecero scuola e non fu più l’indagine diretta della realtà a suggerire le visioni del paesaggio, bensì un’interpretazione fantasiosa divenuta oramai uno stilema interpretativo: una pittura che crea dunque un universo ideale, rifiutando l’esplorazione di quello reale.

Dopo molti secoli in cui la natura aveva suggerito all’arte una sempre diversa percezione del mondo, ora è la pittura che piega, con determinazione, il paesaggio al suo gusto: le opera d’arte acquisirono infatti tanta pregnanza da modellare il paesaggio reale, influenzandone la costruzione e la composizione.

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Claude Lorrain, Visione immaginaria di Tivoli, 1642

La lezione di Claude Lorrain rimarrà indelebile per tutto il Settecento: il gusto della natura lussureggiante immersa nelle rovine, imbevuta nelle luci dei tramonti romani, divenne parte di una riproduzione seriale di grande successo.

Alle soglie del XIX secolo questa immagine mitica di paesaggio mediterraneo si era oramai estesa in tutta la penisola, amplificata e rivisitata attraverso gli occhi degli innumerevoli viaggiatori stranieri avidi di visioni mediterranee: una mediterraneità alla moda, oscillante tra partecipazione emotiva e ragione esplicativa.

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Claude Lorrain, Noli me tangere, 1681

Un Mediterraneo sognato come paradiso terrestre, che vedeva nel suo equilibrio naturale un esempio miracoloso: il dato culturale, nella mente degli artisti, si sovrappose così a quello puramente percettivo.

Il misterioso fascino del Sud continuò a farsi strada anche nella coscienza romantica, più prettamente estetica: immagini evocative che ritrassero un luogo dello spirito, una pienezza primigenia, che si riteneva immutata fin dall’inizio dei tempi.

Nel Novecento il Mediterraneo divenne puro colore e solarità, luce e calore: la Provenza di Bonnard, il Marocco di Matisse, raccolsero ancora quell’Eden perduto e ricercato con intensa nostalgia.

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Pierre Bonnard, Lorage a Vernouillet, 1908

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Henri Matisse, Gioia di vivere, 1906

Il paesaggio mediterraneo: una creazione artistica ultima modifica: 2014-02-04T19:49:23+00:00 da barbara
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