"La bellezza non è rara." ( J. Luis Borges)
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Girolamo Savonarola: il falò delle vanità

Girolamo Savonarola: il falò delle vanità

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Fra Bartolomeo, Ritratto di Girolamo Savonarola, 1498

Una città ricca, vivace, aperta al riso e al gioco, teatro di facezie, ma anche centro di una raffinata cultura letteraria ed artistica, questa era Firenze attorno al 1484, anno in cui vi giunse, per la prima volta, Girolamo Savonarola.

La capitale del rinascimento si presentò, agli occhi del frate domenicano, più come il trionfo dell’immoralità e dell’indecenza, che come la culla di una nuova civiltà: una sorta di Sodoma sull’orlo del tracollo.

“Io non credo più al nero ch’a l’azzurro, ma nel cappone…e credo nella torta e nel tortello: l’uno è la madre e l’altro è il suo figliolo; e’l vero paternostro è il fegatello.” Certamente questi versi, scritti dal Pulci per dilettare il suo signore Lorenzo de’ Medici, dovettero suonare alquanto irriverenti e spregiudicati, allo stesso modo in cui dovettero apparire i dipinti, eseguiti per il Magnifico, dal grande Botticelli.

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Sandro Botticelli, Crocifissione, 1502
In quest’opera dell’ultimo periodo è evidente l’influenza delle dottrine savonaroliane nello scontro tra angeli e demoni che si compie nei cieli di Firenze

Una realtà che, secondo la visione del Savonarola, aveva imboccato la via del non ritorno: nell’aprile del 1492, con la morte di Lorenzo de’ Medici, un impeto moralizzatore si riversò su Firenze.

La morte del signore mediceo fu accompagnata dai più sinistri presagi: una pioggia di tempesta e di vento, la cupola di santa Maria del Fiore colpita da un fulmine, lo stemma dei Medici andato in mille pezzi, il medico di Lorenzo trovato morto in fondo ad un pozzo, tutti segnali di un’Apocalisse imminente.

Savonarola, in questo contesto di vuoto di potere, cominciò a lanciare le sue infiammate prediche dal pulpito del duomo di Firenze, censendo la profana arte fiorentina e, nel contempo, denigrando l’aspetto troppo mondano della Chiesa.

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Fra Bartolomeo, Matrimonio mistico di santa Caterina da Siena, 1511

La già fragile situazione politica venne a precipitare nel 1494 con la calata di Carlo VIII e l’accordo stipulato con Cosimo de’ Medici che, per tale motivo, fu presto cacciato dalla città dove venne proclamata la Repubblica.

Spente le risa ed esaurita l’atmosfera goliardica, Firenze si divise tra oppositori e seguaci del Savonarola, tra cui vi figurava Botticelli, colpito da una forte crisi spirituale e religiosa.

“Non si giocava più in pubblico, stavano serrate le taverne, le donne in gran parte lasciati gli abiti disonesti e lascivi…”, scriveva il Guicciardini a proposito dell’atmosfera cupa e opprimente che si respirava a Firenze.

Una Firenze che veniva ad interpretare la sua crisi attraverso la figura di questo frate dai tratti millenaristici, un profeta fanatico e superstizioso che lanciava invettive di rinnovamento senza curarsi dei potenti a cui calpestava i piedi.

Un esaltato, un ciarlatano, che ebbe però l’occasione di passare alla storia attraverso una breccia, sia culturale che politica, che si era venuta a creare attorno a lui.

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Fra Bartolomeo, Cristo con la corona di spine

I toni si fecero sempre più enfatici, le contestazioni assumevano toni demagogici, in cambio di una predicazione più moderata gli fu offerto un cardinalato che non accettò: “io non voglio cappelli, né mitre né grandi né piccole; non voglio se non quello che hai dato ai tuoi santi: un cappello rosso, un cappello di sangue, questo desidero.”

Nel febbraio 1497, Savonarola compì il suo primo gesto esemplare: il falò delle vanità. Presso piazza della Signoria venne innalzato un grande rogo dove furono bruciati gli oggetti più disparati, tutti colpevoli di aver gettato Firenze, e con essa l’intero mondo cristiano, nelle spire della depravazione e della perdizione.

Specchi, profumi, ampolle, strumenti musicali, spartiti, livree, parrucche, giochi di carte, dadi, manoscritti, libri, opere di Dante e di Boccaccio, e poi ancora quadri, disegni e dipinti licenziosi. Si narra che Botticelli, Baccio della Porta e Lorenzo di Credi avessero gettato, di loro iniziativa, alcune delle loro opere.

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Francesco Rosselli, Il supplizio di Girolamo Savonarola, 1498

Savonarola, in preda ad un semidelirio di onnipotenza, cominciò ad attaccare apertamente il papa nelle sue prediche.

Partì immediatamente la scomunica e la situazione pian piano precipitò fino all’inevitabile: dal chiostro, al pulpito per finire sulla forca.

Il frate che si era voluto sostituire a Dio assurgendo a nuovo teocrate di Firenze, subì la giusta pena del contrappasso: il 23 maggio 1498 fu impiccato e poi bruciato come “eretico, scismatico e per aver predicato cose nuova.”

Personalità sconcertante, capace di suscitare odi e fanatismi, amori viscerali e profonde fedeltà, lasciò un’impronta indelebile nel panorama culturale del tempo anche perché, non si deve dimenticare che, oltre che promotore di fuochi distruttori, fu anche committente, assieme ai suoi seguaci, di un nuovo tipo di arte ispirata ai ritrovati principi di purezza e di semplicità.

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Sandro Botticelli, Natività mistica, 1501

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Girolamo Savonarola: il falò delle vanità ultima modifica: 2014-01-28T19:36:15+00:00 da barbara
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