"La bellezza non è rara." ( J. Luis Borges)
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Francisco Goya: un visionario della pittura

Francisco Goya: un visionario della pittura

Streghe in aria

Francisco Goya, Streghe in aria, 1797

“Goya è sempre un artista grande e spesso spaventoso.

All’allegria, alla giovialità, alla satira spagnola degli anni di Cervantes, egli unisce uno spirito assai più moderno, o se non altro molto più perseguito nei tempi moderni, l’amore dell’inafferrabile, il sentimento dei contrasti violenti, dei terrori della natura e delle fisionomie umane stranamente deviate dalla circostanze a uno stato di animalità. […] tutte le dissolutezze del sogno, tutte le iperboli dell’allucinazione, e poi tutte quelle spagnole alte e slanciate che certe vecchie perpetue lavano e preparano per il sabba, o per la prostituzione della sera, il sabba della nostra civiltà! […]

Il merito grande di Goya sta nel creare il mostruoso verosimile. I suoi mostri sono nati pieni di vita, di armonia. Nessuno più di lui ha osato nel senso dell’assurdo possibile. Tutti quei contorcimenti, quelle facce bestiali. quei ghigni diabolici, sono pervasi di umanità.”

(Charles Baudelaire, Quelques caricaturistes étrangers, pubblicato in Le Présent del 15 ottobre 1857)

Francisco José Goya y Lucientes nacque a Fuetendos, nella provincia di Saragozza, cuore dell’antico regno di Aragona, il 30 marzo 1746. In questo piccolo villaggio di contadini, Goya trascorse la sua infanzia, quell’età in cui le impressioni vivide non sono ancora corrotte dal ragionamento e tutte le sensazioni quotidiane si sedimentano in modo fluido e spontaneo nella nostra coscienza.

Francisco, quarto di sei fratelli, era figlio di un doratore di origini basche, mentre la madre discendeva da un’antica famiglia aragonose di nobili natali.

lampada del diavolo

Francisco Goya, La lampada del diavolo, 1797

Goya crebbe in una misera casa contadina, un ambiente umile e dimesso dove, durante le lunghe serate invernali, gli abitanti del villaggio solevano riunirsi attorno al desco narrando storie e bevendo del vino.

Il giovane Goya si trovò, dunque, a trascorrere gli interminabili inverni della sua infanzia all’ombra di stanze scure ed odorose, ascoltando racconti popolati di superstizione, diavoli e fantasmi, di cui si nutriva la fantasia popolare.

Dal turbinio delle fiamme del fuoco ardente, si sprigionava una realtà più vera della realtà e più concreta di un sogno: convegni di streghe nella radura, ghigni di fattucchiere sdentate intente nella preparazione di misteriose bevande, voli di streghe pronte ad attaccare le case degli uomini, mostri di ogni genere radunati in luride schiere, caproni dalla lunga barba, asini occhialuti, corvi e pipistrelli.

Questi e molti altri ancora costituiscono i temi di fondo di un’immensa sinfonia popolare, temi che, in forme varie e diverse, ritorneranno poi in modo ossessivo nell’opera pittorica di Goya: una geniale fantasia creativa che si alimentò attraverso le forze, le voci e i colori della vecchia Spagna.

Il cortile del manicomio

Francisco Goya, Il cortile del manicomio, 1794

Tutta la vicenda artistica di Goya fu segnata da questa dimensione onirica e fantastica, ribaltando così l’aspetto della natura da paradiso dell’esteriorità ad inferno dell’interiorità: un ritrattista dell’anima delle cose e delle persone, un indagatore dell’occulto, un pittore dell’irrazionale.

E nell’indagare l’irrazionale, che genera orrore e violenza, Goya si spinse verso una vera e propria critica del potere, un potere spogliato dalla sua immagine ufficiale per rivelare la sua nuda veste fatta di oppressione e di sopruso.

Il sonno della ragione

Francisco Goya, Il sonno della ragione genera mostri, 1797

La serie degli ottanta Capricci, del 1799, rappresentò il culmine della contestazione sociale e politica operata da Goya: il sonno della ragione produce dei mostri fatti di superstizione, religione, autorità, inquisizione, interesse ed errore.

Con quest’opera il pittore riannodò i fili dei ricordi giovanili: le cupe narrazioni ascoltate da bambino riemersero, con prepotenza, in questa produzione oscura e tenebrosa, venata da una forte tensione tragica e crudele.

“L’autore, essendo persuaso del fatto che la censura degli errori e dei vizi umani (benchè propria dell’Eloquenza e della Poesia) possa anche essere oggetto della Pittura, ha scelto come argomenti adatti alla sua opera, tra la moltitudine delle stravaganze e balordaggini che sono consuete a tutte le società civili, e fra i pregiudizi e le menzogne volgari, radicati dall’uso, dall’ignoranza e dall’interesse, quelli che ha creduto più idonei a fornire materia di ridicolo e a eccitare nel tempo stesso l’estro dell’artefice.”

(Francisco Goya, Diario di Madrid, 6 febbraio 1799)

Gran bravura

Francisco Goya, Gran bravura! Con dei morti

Immagini demoniache, sabba di streghe, mostri della terra, anime perverse di uomini, si accavallano e si confondono in queste incisioni che rivelano, tutto ad un tratto, la nudità della bassezza e della disperazione umana.

Tra diavolerie e bizzarrie di ogni genere, le larve umane continuano a dibattersi fino alla morte, fino alla nausea continuano a scandire le note vuote della loro infinita stupidità e vanità.

La furia polemica e dissacrante che Goya riversò nei Capricci, lo portò ad esaurire il suo tempo precipitando, così, di colpo, in mezzo alla realtà e ai problemi della pittura contemporanea.

Il suo animo tormentato, il suo sentire fortemente le ingiustizie, la sua idea fissa della morte e del dolore, la sua vena perversa ed erotica, lo imprigionarono, come fece la sua stessa sordità, e lo isolarono dai suoi contemporanei.

La forza di Goya, centro e fulcro della sua modernità, fu quella di non essere un intellettuale né un teorico, ma, esclusivamente, l’espressione della storia di un popolo, un popolo oppresso e sottomesso agli istinti primordiali.

Goya fu, infatti, l’interprete dell’animo contadino di una Spagna ancora antica e popolare: il grottesco come deformazione caricaturale e morale delle bestialità umane, di tutto ciò che nell’essere umano è meccanismo animale, automatismo, pregiudizio e vizio.

“Goya, incubo colmo di cose ignorate, di feti cucinati nel cuore dei sabba, di vecchie allo specchio e di nude fanciulle che s’accarezzan le calze per tentare i demoni.”

(Charles Baudelaire, Les Phares, Les Fleurs du Mal, 1821-1867)

Il gigante

Francisco Goya, Il gigante, 1810

 

Francisco Goya: un visionario della pittura ultima modifica: 2013-12-22T14:15:07+00:00 da barbara
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