"La bellezza non è rara." ( J. Luis Borges)
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Rogier van der Weyden: il pittore delle emozioni

Rogier van der Weyden: il pittore delle emozioni

Ritratto di donna

Rogier van der Weyden, Ritratto di donna, 1455

“Jan van Eyck è un esploratore, mentre Rogier è un inventore”, con questo lapidario giudizio Max Friedländer definì la pittura dei due grandi maestri fiamminghi del Quattrocento, individuandone il carattere e la natura completamente diverse. L’opera di van Eyck, infatti, si spinse a descrivere cose che, fino ad allora, nessuno aveva mai colto ed osservato nella realtà: una minuzia descrittiva dei particolari unita ad una personale ricerca sui mezzi pittorici, fecero di van Eyck l’innovatore della pittura fiamminga.

L’arte di Roger van der Weyden non fu così prepotentemente rivoluzionaria, ma ebbe la capacità di esprimere emozioni e sensazioni che, prima di lui, non erano state afferrate ed immortalate su di una tela.

L’opera di van der Weyden fu, dunque, meno sconvolgente e più introspettiva rispetto a quella di van Eyck, ma ebbe il pregio di aprire le porte all’indagine dei recessi dell’animo umano.

Con Rogier i soggetti religiosi si animarono di vita e di profondità emozionale: alla tradizionale ieratica staticità dei personaggi rappresentati, egli sostituì espressioni non convenzionali, universalmente riconosciute e riconoscibili.

Maddalena mentre legge

Rogier van der Weyden, Maddalena mentre legge, 1445

La vita e l’opera di Rogier van der Weyden sono avvolte in un alone di mistero: fino a quasi due secoli fa la maggior parte dei dipinti dell’artista era attribuita ai suoi due maestri riconosciuti, Jan van Eyck e Robert Campin.

Anche i dati biografici in nostro possesso sono scarsi e contradditori: sappiamo con certezza che nacque a Tournai attorno al 1400 dal coltellinaio Henry de la Pasture, che nel 1435 prese dimora a Bruxelles e che, attorno al 1450, compì un importante viaggio in Italia alla scoperta delle novità figurative del primo Rinascimento.

La difficoltà di datazione e la confusione nella paternità dei dipinti privi, per lo più, di firma autografa, furono alla base della trascuratezza di questo artista che, esaltato dai suoi contemporanei come “maximus pictor”, come ebbe a definirlo Nicola Cusano, per lungo tempo si perse nell’oblio dei secoli.

Il corpus di opere che oggi possiamo attribuire con certezza a Rogier, ci pone di fronte ad un artista di straordinarie qualità pittoriche e compositive, un artista che, nel panorama dell’arte fiamminga del Quindicesimo secolo, trova la sua collocazione precisa e distintiva rispetto ai suoi contemporanei.

Trittico di Bladelin

Rogier van der Weyden, Trittico di Bladelin, particolare del pannello centrale, 1450

Van der Weyden visse nell’epoca che venne definita come autunno del medioevo: a quel tempo sotto la raffinata corte di Borgogna si stavano unificando molti territori della Borgogna stessa e dei Paesi Bassi, compresi l’Artois, lo Hainaut ed il Lussemburgo.

Le esperienze della miniatura francese, della scultura borgognona e della pittura fiamminga si trovarono così riunite promuovendo uno stile cortese che divenne un modello di eleganza per la nobiltà europea.

L’opera di van der Wayden riassunse in sé i caratteri contradditori di una cultura ancora in bilico fra medioevo ed umanesimo: un’aristocrazia fastosa, i primi grandi capitalisti, un’austera borghesia cittadina e la massa dei contadini miserabili creavano un ambiente sociale composito e vario.

Adorazione dei Magi

Rogier van der Weyden, Adorazione dei Magi, 1460

Rogier si affermò come artista borghese capace di evolversi socialmente grazie al suo genio: divenne il pittore ufficiale della municipalità di Bruxelles, frequentò e lavorò per i duchi di Borgogna senza, però, mai diventarne il pittore di corte, cosa che fece invece van Eyck.

Egli fu dunque un borghese, che si arricchì con i proventi del suo pennello, anche se la sua arte fu sempre destinata, non tanto ai borghesi, quanto al patriziato formato dai nuovi ricchi e all’alta nobiltà di lunga tradizione.

Nel 1426 il van der Weyden è menzionato a Tournai con il titolo di maestro: seppur operava ancora presso la bottega del Campin, egli era oramai un artista già formato, in possesso di tutti gli strumenti e le conoscenze necessarie al pittore di historie.

Solo nel 1435, con il trasferimento a Bruxelles, Rogier divenne un maestro autonomo, giungendo ad elaborare uno stile proprio e distintivo rispetto alla bottega del Campin.

Trittico dell'Annunciazione

Rogier van der Weyden, Trittico dell’Annunciazione, 1440

L’Annunciazione del Louvre pare essere una delle opere più antiche riferibile a Rogier come magister: l’evento sacro è riprodotto, come in un analogo dipinto del Campin, in un ambiente borghese del Quattrocento, ma nella composizione del van der Weyden si nota già una maggiore attenzione all’unitarietà dello spazio in cui si svolge la sacra rappresentazione.

Il nitore compositivo, la luminosità diffusa, la libertà formale delle figure sono certamente da ricondursi ad un’attenta lettura dell’opera del van Eyck.

Possiamo dire che, con la sua tela di esordio ufficialmente riconosciuta, van der Weyden elaborò quanto di meglio poteva trovare nell’opera dei suoi due grandi ispiratori, van Eyck e Campin, secondo una sua visione del tutto peculiare ed originale: la ricercatezza dei particolari, tipica del mondo nordico, si unì ad una nuova concezione unitaria dello spazio e ad una nuova ricerca espressiva delle passioni umane.

Trittico dell'Annunciazione

Rogier van der Weyden, Trittico dell’Annunciazione, particolare del pannello centrale, 1440

Al 1450 risale il noto viaggio di van der Weyden in Italia: alla metà del Quattrocento, la fama internazionale dell’artista era consacrata ed in forte espansione, commissioni di prestigio gli giungevano dalla Spagna e anche dalle signorie italiane.

A Firenze egli eseguì importanti opere per i Medici e, nel contempo, venne a diretto contatto con le rigorose ricerche prospettiche che allora si stavano compiendo.

L’arte di van der Weyden fu solo marginalmente influenzata da queste scoperte: accettare la prospettiva scientifica significava accettare e comprendere anche il contesto culturale da cui essa prendeva le mosse.

Il Rinascimento italiano basava, infatti, la sua visione sulla concezione di un mondo compiuto e statico da rendere, in pittura, nel modo più fedele possibile; per van der Weyden, invece, la realtà era qualcosa di dinamico e frammentario, pervaso da forze dinamiche, a volte, contrastanti.

Le soluzioni spaziali adottate da van der Weyden, furono dunque approssimative e diverse a seconda della specifica opera, tuttavia egli riuscì perfettamente a creare, attraverso il disegno ed il sapiente utilizzo della luce, un insieme armonico di linee e di forme senza rinunciare alla verosimiglianza complessiva dell’immagine.

Polittico del Giudizio Universale

Rogier van der Weyden, Polittico del Giudizio Universale, particolare dell’Inferno e del Paradiso, 1443-1451

Con il Polittico del Giudizio Universale, un’immensa tavola eseguita su commissione del cancelliere Rolin, van der Weyden pare fare un passo indietro verso un’arte più fortemente arcaica e bizantineggiante: l’iconografia è fortemente semplificata e si concentra su pochi fatti essenziali della narrazione.

L’apparente antinaturalismo della narrazione rappresenta, in verità, un superamento del naturalismo stesso e la consacrazione di una maturità stilistica e concettuale che sfiora esiti astratti: la grande pittura realista di soggetto religioso, con van Eyck, aveva oramai toccato l’apice di una descrizione naturalistica, il sacro dunque poteva di nuovo entrare come simbolo senza rapporto con la realtà fisica.

Non si trattò quindi di un ritorno al passato, ma una precisa riflessione sulle antiche iconografie bizantine per creare una tipologia del tutto nuova e, al contempo, fortemente espressiva di opera devozionale.

Con questa operazione egli restituì coinvolgimento emotivo, senza uscire dai canoni dell’ortodossia religiosa, a formule oramai trite e stereotipate.

Polittico del Giudizio Universale

Rogier van der Weyden, Polittico del Giudizio Universale, particolare, 1443-1451

Il medesimo principio di semplificazione che ispirò quest’opera, fu applicato da van der Weyden anche ai numerosi ritratti che egli eseguì: van Eyck, anche in questo caso, era giunto ad un livello di insuperabile precisione descrittivo naturalistica. Attraverso un progressivo processo di selezione dei tratti fisici e psicologici salienti, van der Weyden arrivò a ricondurre le caratteristiche dell’individuo ad un tipo ideale e stereotipato, in grado di dichiararne l’appartenenza al ceto aristocratico.

Ritratto di uomo

Rogier van der Weyden, Ritratto di uomo, 1460

Negli ultimi anni della sua vita, come accadde a molti altri artisti della sua epoca e non, Rogier accentuò la sua vena spirituale e mistica: le sue opere di carattere religioso si fecero sempre più volutamente astratte, rivelando un aperto ritorno alle forme tardo gotiche al fine di contrastare un eccesso di laicizzazione che egli vedeva nell’interpretazione della realtà.

L’8 giugno 1464, Rogier va der Weyden si spense a Bruxelles, il suo corpo fu sepolto a Santa Gudula davanti all’altare della corporazione dei pittori.

“Crederesti infatti di veder respirare, quasi fossero vivi, i volti che egli ha voluto rappresentare viventi; e il defunto appare del tutto simile a un morto; e certo crederesti che i veli e i manti multuicolori, le vesti di porpora e d’oro dipinte con arte egregia, i prati verdeggianti, i fiori, gli alberi, i colli frondosi e ombrosi, i portici ornati e le porte, in cui l’oro è simile all’oro e le gemme e le perle sono simili a quelle vere, e tutte le altre cose, siano opera non di un artefice umano, ma della stessa natura che tutto genera.”

(Ciriaco d’Ancona a proposito della Deposizione di Ferrara)

Compianto su Cristo davanti al sepolcro

Rogier van der Weyden, Compianto su Cristo davanti al sepolcro, 1450-1455


Rogier van der Weyden: il pittore delle emozioni ultima modifica: 2013-11-25T20:13:12+00:00 da barbara
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