"La bellezza non è rara." ( J. Luis Borges)
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Albrecht Dürer: il maestro del disegno

Albrecht Dürer: il maestro del disegno

“Pensare a Dürer significa pensare all’amore, al sorriso e al ricordo di sé. Significa conoscenza di ciò che è più profondo e impersonale di quanto si trova al difuori e al disotto dei limiti materiali del nostro io, ma che lo determina e lo nutre.

E’ storia come mito, storia che è sempre materia e tempo presente, poiché noi siamo molto meno individui di quanto speriamo o temiamo di essere.”

(Thomas Mann, Dürer, 1928)

Autoritratto con fiorre di ricino

Albrecht Dürer, Autoritratto con fiorre di ricino, 1493

Albrecht Dürer nacque a Norimberga il 21 maggio 1471. Della sua vita possediamo numerosi e precisi dettagli, arricchiti anche dal suo diario e dal suo epistolario.

La sua formazione fu intimamente legata alla bottega orafa del padre: la sua arte, che si espresse maggiormente nelle incisioni più che nelle opere pittoriche, sarà infatti sempre caratterizzata dalla perizia manuale e dal gusto per il dettaglio, anche il più minuto.

Mani di ragazzo

Albrecht Dürer, Mani di ragazzo, 1506

Come molti altri artisti nordici, anche Dürer, per poter completare la sua esperienza, si sentì fortemente attratto dall’Italia e, nel 1494, a soli ventitre anni, intrprese il cosidetto Grand Tour: un viaggio verso quelli che erano considerati i luoghi deputati della cultura, un viaggio verso la luce del sud, alla ricerca del passato greco e romano, ma anche delle grandi rivoluzioni artistiche a lui contemporanee.

Per il giovane Dürer il viaggio in Italia rappresentò una sorta di esplorazione spirituale, una ricerca scientifica, quasi maniacale, nei confronti della cultura umanistica e dei classici da cui essa aveva preso le mosse: il viaggio dunque non come dimensione di diletto, ma come necessario completamento alla propria formazione di studi.

In Italia si stava allora compiendo quel fenomeno rivoluzionario e straordinario chiamato Rinascimento: un’epoca unica che solo l’Italia conobbe e che fece di questo paese il centro culturale ed artistico privilegiato.

Tutti coloro che ne avevano le possibilità accorrevano in Italia per respirare l’aria nuova di un mondo che, uscito dall’oscurantismo del medioevo, andava a riannodare i suoi legami con la natura.

Castello di Trento

Albrecht Dürer, Castello di Trento, 1494

Dürer in Italia studiò con avidità tutto ciò che di nuovo andava svolgendosi: indagò le ricerche prospettiche condotte da Piero della Francesca, fu ammaliato dal colorismo e dal senso antiquario dei pittori veneti, si stupì di fronte alle bizzarrie degli artisti ferraresi.

E mentre guardava, imparava, sperimentava, egli lavorava alle sue incisioni che furono, a loro volta, motivo di studio e di ricerca da parte degli italiani.

La precisione e la finitezza rappresentativa, l’attenzione ai particolari, sono caratteristiche che animeranno l’opera di molti pittori venuti a contatto con l’artista tedesco.

Attraverso Dürer vi fu, dunque, uno scambio vivace e fecondo tra la cultura teutonica, ancora legata ad una tradizione figurativa gotica, e l’esperienza rinascimentale mediterranea, volta alla riscoperta della natura nella sua dimensione estetica e sensoriale.

La conquista del senso classico della forma, l’equlibrio spaziale della composizione, l’attenzione alla descrizione anatomica del corpo nudo, furono tutte caratteristiche che sganciarono Dürer dal milieu culturale medioevale e lo consacrarono come iniziatore del Rinascimento in Germania.

San Girolamo

Albrecht Dürer, San Girolamo, 1494

Nel 1496 Durer aprì il suo studio a Norimberga conquistandosi un ruolo di primo piano nella scena artistica, tanto che l’elettore Federico di Sassonia il Saggio gli commissionò due pale d’altare per la Schlosskirche di Wittemberg, incarico di estremo prestigio e riconoscimento sociale.

A questi anni risalgono alcuni fra i più notevoli ritratti eseguiti dall’artista: l’iconografia tradizionale del personaggio inquadrato a mezzo busto, venne ravvivata da Dürer attraverso un’attenzione riservata all’analisi psicologica del personaggio.

Autoritratto

Albrecht Dürer, Autoritratto, 1498

Nell’autoritratto del 1498, Dürer si rappresentò con certa una dose di narcisismo e di autocompiacimento, insolita per un autore nordico, ma perfettamente in linea con il suo ruolo di artista affermato: l’artista uscì, così, dal ruolo tradizionale di semplice artigiano al servizio dei potenti, per rivendicare la sua autonomia di intellettuale, di uomo di pensiero, e quindi degno di essere il protagonista della propria opera.

Egli si raffigurò, infatti, come un raffinato gentiluomo, negli abiti mondani del suo tempo, senza pennelli, tavolozze o colori che potessero indicare il ruolo artigianale e meccanico del pittore.

Autoritratto

Albrecht Dürer, Autoritratto,1500

Nel successio autoritratto del 1500, Dürer si spinse oltre la sua personale autoaffermazione, immortalandosi nella posa tradizionale di Cristo del Salvator Mundi.

In questa immagine Dürer si rivolse a celebrare, non tanto la volontà di paragonarsi a Cristo, quanto l’umanità di cristo stesso: Cristo è tutti gli uomini ed è uomo singolarmente, ha dunque senso dargli il proprio volto piuttosto di ritrarlo in modo fantasioso ed immaginario.

Vi è dunque presente una forte dose di idealismo che convive con l’estremo realismo dell’esecuzione: una cura estrema per i dettagli, tipica del suo lavoro come incisore, che si traduce in una solidità quasi metallica dell’immagine.

Ritratto di giovane veneziana

Albrecht Dürer, Ritratto di giovane veneziana, 1505

Al 1504 risale il secondo viaggio in Italia di Dürer: “là, cioè nella mia patria io sono un parassita, qui sono un signore”, ebbe a dire in una lettera indirizzata all’amico Pirckheimer, alludendo all’accoglienza ricevuta e al senso di benessere che aleggiava attorno a lui durante questo felice soggiorno.

A Venezia gli venne commissionata dai mercanti tedeschi la Pala della Festa del Rosario per la loro parrocchia di San Bartolomeo.

L’opera, ultimata nel settembre 1506, suscitò grande ammirazione tra i veneziani e una forte di invidia tra i colleghi che ne copiarono molti dei motivi.

Nella traduzione pittorica dei personaggi, ma soprattutto nell’uso del colore, è evidente l’entusiamo provato da Dürer nei confronti dell’opera di Giovanni Bellini che egli definì come “il miglior pittore di tutti”, nonostante i giovani che si stavano facendo strada nell’ambiente artistico veneziano.

All’età di trentaquattro anni, Dürer era un artista affermato in patria, dove era diventato il pittore preferito dai potenti, e in Italia, divenuta la sua patria adottiva, dove la sua arte suscitava grandi lodi e un grande spirito di emulazione.

“Quando tornai a Venezia per la seconda volta, nel 1506, ero diventato il pittore preferito del nostro amato Federico di Sassonia e mi presentavo nuovamente in quella città orgogliosa con la spavalderia che proprio lì mi avevano insegnato.

Il vecchio Bellini era ancora un leone, ma c’era un gruppo di giovani, fra cui un cadorino di nome Tiziano e un altro che chiamavano Giorgione, che era pronto a sbranarselo e sgomitava per prendere il posto del grande patriarca.

Bellini, da signore qual era, venne a farmi visita e comprò un mio lavoro, ma per il resto stavo ben attento a non mangiare e bere con gli altri pittori: temevo infatti di essere avvelenato.

Quando però, dopo soli cinque mesi, ho portato sull’altare di San Bartolomeo la pala con la Madonna del Rosario, si sono zittiti anche quelli che ancora dicevano che ero buono solo per il bulino e che non sapevo trattare i colori.

Così, a 34 anni, ero il più grande artista tedesco e Raffaello mi mandava i suoi disegni in cambio delle mie incisioni.”

(Albrecht Dürer, lettera del 20 dicembre 1525)

Nostra Signora del Rosario

Albrecht Dürer, Nostra Signora del Rosario, 1506

In Italia Dürer ebbe modo di approfondire, con i teorici dell’epoca Luca Pacioli e Jacopo de’ Barbari, i principi delle prospettiva segreta e lo studio delle proporzioni del corpo umano: interessi teorici che ebbero immediata traduzione pittorica nell’opera del tedesco, ma che fruttarono anche l’elaborazione di importanti trattati.

Nel 1507, rientrato a Norimberga, Dürer fu letteralmente sommerso di importanti commissini e, nel contempo, continuò a sviluppare la sua attività di incisore che produsse, tra il 1513 ed il 1514, i suoi tre capolavori, ossia le Meisterstiche, le incisioni maestre, culmine ed apice della suo opera di bulino.

Il cavaliere, la Morte e il Diavolo, Melencolia I, San Gerolamo nello studio, sono le tre grandi opere incisorie del tedesco, esse costituiscono una sorta di trittico allegorico dei tre tipi di virtù, tema che deriva dalla tradizione letteraria e filosofica classica. Sono opere di difficile e complicata comprensione per i non iniziati: miti classici imbevuti di significati cristiani, allusioni alchemiche, riferimenti dotti ed eruditi, sono distillati in immagini formalmente equilibrate, ove lo spazio ed il volume si fondono armonicamente attraverso l’effetto vibrante ed avvolgente prodotto dalla luce.

Melancolia I

Albrecht Dürer, Melancolia I, 1514

Seguirono per Dürer anni di vita ufficiale alla corte di Massimiliano I fino a che, nel 1519, alla morte di quest’ultimo, egli partì per un viaggio che lo portò nei Paesi Bassi: un diario illustrato con numerosi disegni di paesaggi e di personaggi che incontrava sulla sua strada, fra cui anche Erasmo da Rotterdam, rimase come testimonianza di questo suo girovagare.

Gli ultimi anni della sua vita furono caratterizzati da una forte severità morale che giunse a toccare momenti di vera e proporia drammaticità: il clima religioso suscitato in Germania dalla Riforma aveva profondamente influenzato lo spirito di Dürer.

Il 6 aprile 1528, indebolito da una febbre malarica forse presa in Olanda quando si avventurò nelle paludi per vedere la cattura di uno squalo, Albrecht Dürer morì.

la Morte e il Diavolo

Albrecht Dürer, Il cavaliere, la Morte e il Diavolo, 1513

“A trent’anni credevo di poter definire la bellezza universale attraverso il compasso e la squadra, i numeri e le proporzioni; ma a quaranta ho inciso la Melanconia che, sconfitta, ha abbandonato a terra gli strumenti per misurare e costruire.

Ora so che la verità di ciò che vive viene rivelata dalla vita stessa della natura: bisogna osservarla diligentemente, non abbandonarla illudendosi di far meglio da soli poiché l’arte è nella natura e viene da Dio.

E forse Dio, nella sua immensa saggezza, mi ha già punito.

Il travaso di bile nera che anni fa mi ha colpito alla milza continua a deprimermi l’umore e mi porta a soffrire di melanconia.

Ho accumulato ricchezze e fama e tuttavia non ho ancora smesso di tormentarmi sul senso di questa vita: come il cavaliere solitario che ho inciso, impavido miles christianus, procedo insidiato dal tempo e dal demonio.

Erasmo da Rotterdam mi è stato di aiuto in questo percorso, ma egli, come i cattolici di Roma, crede nel libero arbitrio.

Non fa per me. Preferisco Lutero.”

(Albrecht Dürer, lettera del 20 dicembre 1525)

Cristo uomo della sofferenza

Albrecht Dürer, Cristo uomo della sofferenza, 1493


Albrecht Dürer: il maestro del disegno ultima modifica: 2013-11-17T15:09:13+00:00 da barbara
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