"La bellezza non è rara." ( J. Luis Borges)
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Tiziano Vecellio: il pittore del potere

Tiziano Vecellio: il pittore del potere

“ […] Tizian ch’onora non men Cador, che quei Venezia e Urbino.”

(Ludovico Ariosto, Orlando furioso, 1532)

Tiziano Vecellio, Ritratto di Paolo III con i nipoti, 1543

Tiziano Vecellio, Ritratto di Paolo III con i nipoti, 1543

Tiziano, al pari di Raffaello, fu una sorta di faro che guidò i più grandi pittori europei fino alle soglie del diciannovesimo secolo.

Nel mare incerto della navigazione artistica, Tiziano e Raffaello furono i due punti fermi da cui presero poi le mosse i fenomeni più disparati: Ingres, Delacroix, Poussin, David, Renoir.

Tiziano, stella polare della storia dell’arte, con il suo linguaggio formale, illuminò diverse generazioni di artisti, arrestando la sua luce solo con l’avvento del ventesimo secolo e il fenomeno delle avanguardie storiche.

Tiziano Vecellio, Allegoria del Tempo governato dalla Prudenza, 1565

Tiziano Vecellio, Allegoria del Tempo governato dalla Prudenza, 1565

Tiziano Vecellio nacque a Pieve di Cadore, cittadina situata ai confini estremi del dominio della Serenissima, da una famiglia agiata di antiche e nobili origini.

La data di nascita è incerta: la tradizione la pone nel 1477, ma, da un’attenta analisi delle opere, risulta più probabile collocare la sua nascita tra il 1480 ed il 1485.

Poco più che ventenne, Tiziano abbandonò le sue vette dolimitiche per approdare nella magnifica città lagunare, capitale della vasta repubblica veneziana.

Venezia era, a quel tempo, nel momento del suo massimo splendore: una delle città più popolate d’Europa e, nonostante la pressione minacciosa esercitata dai Turchi e l’apertura della via delle Indie, la regina incontrastata dei commerci marittimi nel Mediterraneo.

Opulenza, lusso e benessere erano diffusi tra tutti i ceti della popolazione: “non vi nasse alcuna cossa, di tutto – e sia quel che si voglia – se ne trova abbondantemente”, come, a ragione, annotava Marin Sanudo nei suoi Diari.

Anche artisticamente, alle soglie del Cinquecento, Venezia stava attraversando un periodo di fervido rinnovamento: dall’elegante decorativismo dello stile tardogotico, rappresentato da edifici come la splendida Cà d’Oro, alle nuove e più moderne fabbriche rinascimentali erette da Mauro Codussi e da Pietro Lombardo.

Tiziano Vecellio, Amor sacro e Amor profano, particolare, 1514

Tiziano Vecellio, Amor sacro e Amor profano, particolare, 1514

Tiziano maturò la sua formazione in una città viva e fremente di nuovi apporti culturali che si venivano ad inserire nel substrato locale e si alimentavano, costantemente, attraverso varie influenze: nel 1500 giunse a Venezia Leonardo da Vinci e, tra il 1505 ed il 1506, vi soggiornò il grande pittore ed incisore tedesco Albrecht Dürer.

La conoscenza di queste tendenze giunte da realtà lontane, unita alla conoscenza dei grandi maestri veneziani che tra la fine del Quattrocento e gli inizi del Cinquecento diedero lustro all’arte pittorica veneziana, quali Carpaccio, i fratelli Bellini, Giorgione, furono gli importanti stimoli su cui prese vita la formazione del giovane cadorino.

Tiziano Vecellio, Vanità, 1515

Tiziano Vecellio, Vanità, 1515

Tiziano si dimostrò un oculato imprenditore della sua attività di artista: con un’attenzione quasi manageriale, offrì il suo pennello a tutte le esigenze della ricca committenza veneziana, da quelle dei più esclusivi circoli umanistici, a quelle dei rappresentanti ufficiali del potere politico e religioso.

Fin dai suoi esordi, il cadorino diede prova di una tecnica pittorica compiuta e matura, tanto da aggiudicarsi la decorazione della facciata di terra del Fondaco dei Tedeschi, la prima opera ufficiale affidatagli dalla Serenissima e realizzata tra il 1507 ed il 1508.

Già in quest’opera, di cui oggi sopravvivono solo alcuni frammenti, Tiziano affermò la sua piena autonomia stilistica e la padronanza di un linguaggio pittorico del tutto personale: ben lungi dal fraseggio giorgionesco a cui la tradizione lo legava, a torto, in un rapporto di alunnato.

La morbidezza e la naturalità coloristica, l’allegorismo intessuto di complessi riferimenti culturali, le figure disposte in modo dinamico nello spazio con scorci arditi ed ampie pose, sono tutte caratteristiche che determinarono l’assoluta originalità di Tiziano rispetto al maestro di Castelfranco.

Aggiudicandosi, una dopo l’altra, commissioni pubbliche di grande prestigio anche nella terraferma, l’artista cadorino conquistò una posizione di supremazia nello scenario artistico veneto.

Tiziano Vecellio, Suicidio di Lucrezia, 1515

Tiziano Vecellio, Suicidio di Lucrezia, 1515

Nel 1513 Tiziano, pienamente conscio delle sue doti di pittore, giunse perfino a rifiutare l’invito ricevuto da Pietro Bembo a trasferirsi presso la corte di papa Leone X: oramai divenuto pittore ufficiale della Serenissima, egli si stava avvicinando ai circoli umanistici composti da patrizi e da facoltosi mercanti.

Opere intime, dominate dal rapporto tra amore e musica, e di fruizione squisitamente privata sono quelle che produsse per questa élite culturale, guidata da raffinate concezioni filosofiche di stampo pitagorico-neoplatonico.

Il Concerto campestre (1509-1510), le Tre età (1512-1513), Amor sacro e amor profano (1514-1515), sono opere dai complessi significati allegorici, intrise di riferimenti all’armonia musicale, cifra e simbolo dell’armonia d’amore.

Temi mitologici, filosofici, politici, religiosi, si intrecciarono nell’opera dell’artista che si rimise alle indicazioni dei sempre diversi programmi ideologici dei suoi variegati e danarosi mecenati.

Tiziano Vecellio, Assunzione della Vergine, 1516

Tiziano Vecellio, Assunzione della Vergine, 1516

Nel 1516, con la richiesta di eseguire la pala dell’Assunta, Tiziano sancì il suo trionfo nell’ambito delle grandi commissioni religiose: dopo aver intessuto notevoli relazioni sia pubbliche che private, il determinato cadorino cominciò la sua ascesa nella terza sfera del potere, quella della Chiesa.

Nei decenni centrali del Cinquecento, nell’ambito del grandioso progetto di renovatio urbis Venetiarum promosso dal doge Adrea Gritti, Tiziano, assieme a Pietro Aretino e Jacopo Sansovino, giunse a controllare l’intera vita culturale della città, tanto da arrivare a costituire, con i due toscani, un vero e proprio triumvirato artistico, saldo e fecondo.

Alla risistemazione della piazza e della piazzetta di San Marco, approntate dal Sansovino, fecero eco numerosi dipinti aulici ed eroici che il Tiziano compose a favore dell’ideologia fortemente imperialista del doge Gritti. Importanti opere realizzate da Tiziano per il Palazzo Ducale, testimoniarono l’assoluta predilezione del doge per le capacità celebrative dell’artista.

Tiziano Vecellio, Ritratto del doge Andrea Gritti, 1544

Tiziano Vecellio, Ritratto del doge Andrea Gritti, 1544

Il successo di Tiziano, come pittore del potere, si diffuse rapidamente tra tutti i grandi d’Europa, soprattutto attraverso l’oculata promozione fatta dall’Aretino per mezzo di lettere e di scritti.

La domanda dei dipinti e dei ritratti cominciò così ad aumentare rapidamente: ogni persona influente del tempo desiderava possedere un ritratto firmato dal Tiziano; dai monarchi spagnoli Carlo V, Isabella di Portogallo e Filippo II, al re di Francia Francesco I, solo per citarne alcuni.

Tiziano Vecellio, Ritratto di Papa Paolo III, 1543

Tiziano Vecellio, Ritratto di Papa Paolo III, 1543

A partire dagli anni cinquanta del Cinquecento la funzione predominante a Venezia, come pittore del potere ufficiale, venne via via ad affievolirsi: cominciava a farsi strada l’astro nascente Jacopo Tintoretto che, con uno stile spettacolare e visionario, aveva incontrato il gusto della committenza delle Scuole veneziane.

Da questo momento Tiziano cessò di essere l’incontrastato dominatore della scena politica veneziana, rivolgendosi, da allora in poi, ai mecenati iberici Carlo V e Filippo II di Spagna, per i quali realizzò i suoi grandi capolavori della vecchiaia.

Le opere degli ultimi anni, lontane dalla freschezza e dall’esuberanza festosa dei dipinti giovanili, denunciano una forte vena malinconica ed intimista. La stessa tecnica utilizzata dall’artista, estremamente libera e frammentaria, accentua il senso di cupo pessimismo e la drammaticità delle scene rappresentate: il disegno viene quasi del tutto abbandonato e il colore viene steso sulla tela con pennellate rapide e vibranti, una sorta di impressionismo ante litteram.

Tiziano Vecellio, San Sebastiano, 1575

Tiziano Vecellio, San Sebastiano, 1575

Il 27 agosto 1576 Tiziano, colpito dalla peste, si spense a Venezia. Un provvedimento speciale gli risparmiò la fossa comune.

La cospicua eredità di quello che era stato uno degli artisti più agiati del Rinascimento e uno degli uomini più ricchi di Venezia, venne sperperata, in meno di cinque anni, dal figlio Pomponio.

Tiziano non lasciò botteghe né scuole, ma solo la sua stupefacente opera che fu raccolta e portata a frutto da tutti i grandi maestri del colore della pittura europea, da Carracci a Rubens, da Caravaggio a Van Dyck, da Rembrandt a Velàsquez, fino agli impressionisti francesi, che nelle alchimie cromatiche del cadorino trovarono il giusto stimolo per le loro ricerche d’avanguardia.

Tiziano Vecellio, Scorticamento di Marsia, 1575

Tiziano Vecellio, Scorticamento di Marsia, 1575

“Appoggiate le braccia in sul piano della cornice della finestra, […] mi diedi a riguardare il mirabile spettacolo che facevano le barche infinite, le quali piene non men di forestieri che di terrazzani, ricreavano non pure i riguardanti ma esso Canal Grande, ricreatore di ciascun che li solca […].

E mentre queste turbe e quelle con lieto applauso se ne andavano a le sue vie, ecco ch’io, quasi uomo che fatto noioso a se stesso non sa che farsi della mente non che dei pensieri, rivolgo gli occhi al cielo; il quale da che Iddio lo creò, non fu mai abbellito da così vaga pittura di ombre e di lumi. Onde l’aria era tale quale vorrebbero esprimerla coloro che hanno invidia a voi [Tiziano] per non poter essere voi. Che vedete, nel raccontarlo io, in prima i casamenti, che benchè sien pietre vere, parevano di materia artificiata.

E dipoi scorgete l’aria, ch’io compresi in alcun luogo pura e viva, in altra parte torbida e smorta. Considerate anco la meraviglia ch’io ebbi dei nuvoli composti d’umidità condensa; i quali in la principal veduta mezzi si stavano vicini ai tetti degli edificii, e mezzi nella penultima, perochè la diritta era tutta d’uno sfumato pendente in bigio nero.

Mi stupii certo del color vario di cui essi si dimostrarono: i più vicini ardevano con le fiamme del foco solare; e i più lontani rosseggiavano d’uno ardore di minio non così bene acceso. Oh con che belle tratteggiature i pennelli naturali spingevano l’aria in là, discostandola dai palazzi con il modo che il Vecellio nel far dei paesi!

Appariva in certi lati un verde-azzurro, e in alcuni altri un azzurro-verde veramente composto dalle bizzarrie de la natura, maestra dei maestri. Ella con i chiari e con gli scuri sfondava e rilevava in maniera ciò che le pareva di rilevare e di sfondare, che io, che so come il vostro pennello è spirito dei suoi spiriti, e tre e quattro volte esclamai: Oh Tiziano, dove sète mo?”

(Pietro Aretino, lettera del 1544)

Tiziano Vecellio, Ritratto di Pietro Aretino, 1545

Tiziano Vecellio, Ritratto di Pietro Aretino, 1545

 

Tiziano Vecellio: il pittore del potere ultima modifica: 2013-11-09T15:52:11+00:00 da barbara
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