"La bellezza non è rara." ( J. Luis Borges)
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Andy Warhol: l’estetica della comunicazione

Andy Warhol: l’estetica della comunicazione

“Mai farsi un’idea di Andy dal suo aspetto esteriore. L’osservatore incallito era in realtà un angelo che teneva nota delle nostre azioni. E il distacco di Andy – la distanza che aveva posto tra sé e il mondo – era soprattutto una questione d’arte e di innocenza.

Non è forse un artista di solito costretto a sottrarsi alle cose? Nelle sue inespugnabili innocenza e umiltà, Andy mi ha sempre colpito come uno yurodstvo, uno di quei santi sempliciotti che hanno abitato la letteratura russa e i villaggi slavi.”

(John Richardson)

Arnold Newman, Ritratto di Andy Warhol, 1973

Arnold Newman, Ritratto di Andy Warhol, 1973

Mai un artista fu così pubblico e presente come Andy Warhol: avido di popolarità e bramoso di ricoprire il mondo delle sue opere.

Uomo mondano e salottiero, Warhol intese l’arte come qualcosa di riproducibile e massificato, il prodotto di una Factory che fabbricava opere alla stregua di una catena di montaggio.

Oltre l’aspetto più visibile si celava, però, un Andy privato ed elusivo, timido ed introverso, a volte quasi disorientato di fronte alla nudità di se stesso: “a volte è così bello tornare a casa e togliersi il costume da Andy”.

Da una parte l’uomo e dall’altra l’artista, dunque, un’artista costruito attraverso una maschera che potesse mantenere le giuste distanze dall’uomo e dalle sue insite debolezze.

Afflitto da problemi di comunicazione durante la sua infanzia, Warhol si affermò creando una rete di comunicazione universale: si fece onnipresente per celare la sua natura più intima. Si nascose sotto le sembianze del dandy moderno: un dandy che non rifuggì il mondo quotidiano, ma vi si immerse in tutte le sue sfaccettature, anche le più bieche e volgari. Un dandismo che fece i conti con la cultura di massa e con la Pop Art, di cui Warhol fu uno dei principali interpreti.

Andy Warhol, Do it Yourself (Landscape), 1962

Andy Warhol, Do it Yourself (Landscape), 1962

Il 23 aprile 1988, ad un anno dalla morte di Warhol, circa seimila persone si assieparono da Sotheby’s per accaparrarsi un’icona di quell’Andy celebrato e glorificato per mezzo della sua stessa scomparsa.

Le mille persone che rimasero, tale era il numero che poteva ospitare la sala della casa d’aste, si contesero le opere di Warhol: ogni pezzo superò di gran lunga la cifra prevista, la collezione, stimata quindici milioni di dollari, ne fruttò più di venticinquemila.

Andy Warhol aveva raggiunto così il suo scopo: la sua arte di massa, comune, di scarso o nullo pregio materiale, era ufficialmente ascesa nell’empireo degli immortali ed egli stesso si era guadagnato un posto accanto ai divini creatori.

“Andy dev’essere così furibondo di essere morto”, con queste parole Fran Lebowitz chiosò il grande avvenimento da Sotheby’s, deciso a sottolineare l’incredibile successo dell’evento: un evento di rilievo anche mondano a cui Warhol non sarebbe di certo mancato se, come diceva, avrebbe partecipato anche all’”inaugurazione di una tazza di gabinetto.”

Andy Warhol, Big Campbell's Soup Can, 19 cents, 1962

Andy Warhol, Big Campbell’s Soup Can, 19 cents, 1962

Tutti conosciamo Andy Warhol: ne conosciamo il nome, le opere, il milieu culturale newyorkese a cui è legata la sua fama, i gesti spregiudicati e le pose irriverenti. Pochi ricordano come, in un passato non ben precisato, Andy fosse stato Andrew Warhola, figlio di operai russi immigrati negli Stati Uniti, terzo di tre fratelli, il più sensibile, ma anche il più debole e malaticcio.

E forse per riscattare quell’infanzia nemmeno troppo lontana nella mente di Andy, l’artista prese il sopravvento sull’uomo, costruendo un’immagine ben precisa di sé e promuovendo, così, la sua arte e la sua personalità; una personalità volutamente, timida e goffa, e, proprio per questo, seducente ed affascinante: l’adolescente occhialuto e gracilino viveva ancora in Andy, che faticava ad accettare pienamente il proprio aspetto emaciato ed imbruttito da una precoce calvizie.

Close Cover Before Striking

Andy Warhol, Close Cover Before Striking (Pepsi-Cola), 1962

Una delle caratteristiche distintive del carattere di Warhol, determinante per il suo successo professionale, fu quella di saper fiutare la giusta tendenza sviluppando i segnali di fermento che avvistava nell’ambiente a lui circostante: accadde agli inizi degli anni Sessanta con la Pop Art, che portò all’estremo sviluppo attraverso la sua incredibile carica innovativa, e accadde ancora verso la metà dello stesso decennio con il cinema underground.

Andy Warhol diede dunque statuto estetico al prodotto comune, celebrandolo con grande serenità formale e senza alcuna reticenza o imbarazzo.

Vivendo e onorando l’esperienza della società di massa, Warhol esaltò, nello stesso modo, se stesso come la più sublime delle opere d’arte: accettando l’estetica dei media in cui è importante mettere in evidenza l’immagine, egli mise se stesso come oggetto di comunicazione, sconvolgendo le regole della tradizione pittorica fino ad allora consolidate.

Si affermò così una nuova visione dell’arte che, con un colpo di spugna, scacciò ogni implicazione ideologica, tipica dell’arte europea, sostituendola con una cultura antropologica tipicamente anglosassone del “fare attivo”.

L’arte americana da questo momento pose le basi di una commercializzazione dell’arte: il modello di un’arte globalizzata che cominciava a prendere sempre di più la forma di uno strumento economico-finanziario.

Self-Portrait

Andy Warhol, Self-Portrait, 1986

“Ma io, sono coperto? Devo guardarmi allo specchio per trovare qualche traccia. Lo sguardo senza interesse. La grazia diffratta … Il languore annoiato, il pallore sprecato … Il freak chic, lo stupore fondamentalmente passivo, la segreta conoscenza che ammalia … La gioia di cinz, i tropismi rivelatori, la maschera di gesso da folletto, lo sguardo un po’ slavo … L’ingenuità bambina, l’ingenuità al chewing-gum, il fascino che alligna nella disperazione, la trascuratezza narcisa, la perfetta diversità, l’inafferrabilità, l’ombrosa, voyeuristica aura vagamente sinistra, la pallida e magra presenza di soffici parole, la pelle, le ossa … La pallida pelle d’albino. Incartapecorita. Rettile. Quasi blu … le ginocchia nodose. La mappa delle cicatrici. Le lunghe braccia ossute, così bianche da sembrare candeggiate. Le mani interessanti. Gli occhi a spillo. le orecchie a banana … Le labbra che tendono al grigio. Gli arruffati capelli bianco-argento, soffici e metallici. Le corde del collo in fuori intorno al grande pomo d’Adamo. C’è tutto, B. Nulla è andato perso. Io sono tutto ciò che dice il mio album.”

(Andy Warhol – Filosofia di Andy Warhol – 1975)

Andy Warhol

Robert Mapplethorpe, Ritratto di Andy Warhol, 1986


Andy Warhol: l’estetica della comunicazione ultima modifica: 2013-09-24T22:27:48+00:00 da barbara
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