"La bellezza non è rara." ( J. Luis Borges)
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Michelangelo: la maniera di dipingere che supera la natura

Michelangelo: la maniera di dipingere che supera la natura

“Costui supera e vince non solamente tutti costoro che hanno quasi che vinto già la natura, ma quelli stessi famosissimi antichi, che sì lodatamente fuor d’ogni dubbio la superarono, ed unico si trionfa di quelli, di questi e di lei, non immaginandosi appena quella cosa alcuna sì strana e tanto difficile c’egli con la virtù del divinissimo ingegno suo, mediante l’industria, il disegno, l’arte, il giudizio e la grazia, di gran lunga non la trapassi.”

(Giorgio Vasari)

Michelangelo Buonarroti, Tondo Doni, 1506-1508

Michelangelo Buonarroti, Tondo Doni, 1506-1508

Parlare di Michelangelo è impresa abbastanza ardua: molte parole sono state spese sia a proposito dell’uomo che dell’artista.

La sua personalità inquieta ed anticonvenzionale, gli aspetti ruvidi ed oscuri del suo carattere, scossero l’ambiente in cui operò e contribuirono ad accrescerne la fama. Michelangelo era diverso dagli altri: la sua umanità misteriosa e prorompente turbò, al pari della sua arte, la fantasia dei contemporanei.

Egli non fu solo un grande pittore, un mirabile architetto o un valente scultore, ma venne identificato in queste tre arti divenendo, così, un modello di riferimento, a cui guardare con stupore misto a soggezione: Michelangelo assunse, pian piano, le vesti del genio, nel senso romantico del termine.

Michelangelo Buonarroti, Pietà, particolare, 1497-1499

Michelangelo Buonarroti, Pietà, particolare, 1497-1499

Nato a Caprese il 6 marzo del 1475, dopo un breve periodo presso la bottega di Domenico Ghirlandaio, maturò la sua formazione all’interno della dotta e raffinata corte di Lorenzo de’ Medici.

In questo ambiente Michelangelo elaborò la sua idea di bellezza e la sua personale visione dell’arte: anche per lui, come per gli altri artisti rinascimentali, l’arte era imitazione della natura ma, a differenza di questi, egli riteneva che la natura non dovesse essere pedissequamente imitata ma dovesse essere solo lo spunto per giungere ad una bellezza suprema e superiore.

Un’avventura creativa sostenuta con coraggio e coerenza, ardente ed inesauribile, che ebbe uno scopo preciso e determinato: penetrare il mistero di Dio e svelarlo agli uomini.

Michelangelo Buonarroti, Creazione di Adamo, particolare, Cappella Sistina, 1508-1512

Michelangelo Buonarroti, Creazione di Adamo, particolare, Cappella Sistina, 1508-1512

Nel 1508 Michelangelo venne incaricato da Papa Giulio II di affrescare la Cappella Sistina, una commissione prestigiosa che, però, gli provocò angosce e malumori: Michelangelo era uno scultore e si sentiva dotato per quest’arte rude e virile mentre non provava alcuna vocazione per l’arte più tenera e delicata della pittura.

Michelangelo, dunque, si accinse a questa impresa con l’animo fortemente dilaniato e, durante i quattro anni che sacrificò alla realizzazione di questi affreschi, instaurò un rapporto di amore-odio con la Sistina: la sua furia creatrice ingaggiò una sorta di competizione con quella volta immensa.

Licenziò i collaboratori che aveva assunto non ammettendo errori ed imperfezioni, lavorò rapidamente, come divorato da una sorta di fuoco, arrivando perfino ad eliminare i cartoni preparatori per passare direttamente dagli schizzi alla pittura: il suo desiderio più grande era quello di ritornare ad impugnare lo scalpello.

Michelangelo Buonarroti, Particolare di un Ignudo, Cappella Sistina, 1508-1512

Michelangelo Buonarroti, Particolare di un Ignudo, Cappella Sistina, 1508-1512

Nell’ottobre del 1512 le impalcature della Cappella furono finalmente smontate: la visione agli occhi dei presenti risultò impressionante.

Entrando nella Cappella Sistina, infatti, si ha come la sensazione di essere avvinghiati dalla pittura di Michelengelo, di penetrare fisicamente nel cielo da lui rappresentato: nessun pittore, prima di lui, era arrivato a dipingere così in alto e nessun artista era riuscito a ritrarre, con tale monumentalità e vigore espressivo, la grandezza di Dio e il suo prevalere sull’uomo. Il culmine, fisico e tematico, dell’intera composizione risiede nella Creazione, la realizzazione dell’uomo ad immagine e somiglianza di Dio.

Il Padre Eterno, in movimento nel volo, dà la vita all’inerte Adamo e lo fa con un gesto che rappresenta una delle immagini più belle e straordinarie della pittura: l’incontro delle due mani, il dito di Dio che sfiora la mano di un Adamo forte nel corpo ma ancora languido nello spirito.

Michelangelo Buonarroti, Creazione di Adamo, particolare, Cappella Sistina, 1508-1512

Michelangelo Buonarroti, Creazione di Adamo, particolare, Cappella Sistina, 1508-1512

Michelangelo, che non si era mai sentito realmente un pittore, qui lo diventò, realizzando quella che sarà la sua opera più nota e famosa.

I suoi precedenti come scultore ed il suo sentirsi scultore, lo indirizzarono verso l’elaborazione di una pittura plastica, a tre dimensioni, fatta di corpi e di volumi, di luci e di ombre.

Attraverso lo studio dell’anatomia umana, riuscì a rappresentare in modo dettagliato le strutture e le fasce muscolari, giungendo a punte di tale perfezione e precisione nella descrizione del corpo umano tanto che, gli artisti che lo seguirono, non imitarono più la realtà ma la maniera di Michelangelo, la cui perfezione fu in grado di superare la natura.

Compiuta la volta della Sistina, Michelangelo ritornò alla sua amata attività di scultore sperando, in cuor suo, di poter rinunciare alla decorazione della parete di fondo, ma papa Clemente VII gli rinnovò l’incarico.

Michelangelo Buonarroti, Giudizio Universale, particolare, Cappella Sistina, 1537-1541

Michelangelo Buonarroti, Giudizio Universale, particolare, Cappella Sistina, 1537-1541

Il Giudizio Universale, realizzato tra il 1537 ed il 1541, riconfermò la grandezza pittorica di Michelangelo.

Il nodo centrale della composizione si sviluppa attorno a quello che la Chiesa ha indicato come destino per l’uomo: da un lato la gioia celeste, che irradia gli uomini con l’energia della propria luce, dall’altro l’infelicità dell’Inferno.

Michelangelo rappresentò la felicità del cielo attraverso la nudità delle figure rappresentate: una sorta di allegoria per indicare la condizione dell’anima che, finalmente liberata dalle catene del corpo e da ogni costrizione terrestre, è in grado di giungere al suo stato di grazia.

Nella parte inferiore quella stessa nudità, invece, marchia vergognosamente quel groviglio di corpi, che Caronte trascina all’Inferno, appesantiti e affaticati dal peccato.

Michelangelo Buonarroti, Giudizio Universale, La Madonna e il cristo Giudice, particolare, Cappella Sistina, 1537-1541

Michelangelo Buonarroti, Giudizio Universale, La Madonna e il cristo Giudice, particolare, Cappella Sistina, 1537-1541

Anche in quest’opera Michelangelo dimostrò come fosse, prima di tutto, scultore ed architetto, costruendo un vero e proprio edificio di carni e di corpi con il Cristo giudicante al centro.

Una complessa architettura che esprime un’idea: il contrasto tra anima e corpo, tra spiritualità e fisicità, tra luce e ombra, giorno e notte fino all’esaltazione finale in cui l’anima trova la propria sublimazione nello spirito attraverso l’annullamento del corpo.

“Che giova voler fare tanti bambocci, se mi ha condotto al fin, come colui che passò ‘l mare e poi affogò ne mocci? L’arte pregiata, ov’alcun tempo fui di tanta opinion, mi rec’a questo, povero, vecchio e servo in forz’altrui chio son disfatto, si’non muoio presto.”

(Michelangelo Buonarroti)

Michelangelo Buonarroti, Giudizio Universale, particolare, Cappella Sistina, 1537-1541

Michelangelo Buonarroti, Giudizio Universale, particolare, Cappella Sistina, 1537-1541

 

Michelangelo: la maniera di dipingere che supera la natura ultima modifica: 2013-07-04T18:28:13+00:00 da barbara
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