"La bellezza non è rara." ( J. Luis Borges)
Tag

Edvard Munch: l’arte come debito con l’esistenza

Edvard Munch: l’arte come debito con l’esistenza

Edvard Munch, Pubertà, 1894

Edvard Munch, Pubertà, 1894

“La mia arte ha le sue radici nelle riflessioni sul perché non sono uguale agli altri, sul perché ci fu una maledizione sulla mia culla, sul perché sono stato gettato nel mondo senza potere scegliere […]

Ho dovuto seguire un sentiero lungo un precipizio, una voragine senza fondo. Ho dovuto saltare da una pietra all’altra. Qualche volta ho lasciato il sentiero per buttarmi nel vortice della vita. Ma sempre ho dovuto ritornare su questo sentiero sul ciglio del precipizio.”

Tutta l’opera di Edvard Munch nasce dai margini di un’esistenza già considerata conclusa ai suoi primi inizi, ripiegata su se stessa al suo primo apparire.

La condizione necessaria dell’artista è, per Munch, quella della separazione: dall’impossibile integrazione con il mondo nasce l’opera d’arte, e l’artista si pone in una regione al limite della perdita e della malattia. L’artista perde dunque quella connotazione romantica ed orgogliosa di maudit, rigettato dalla società ma investito di una missione sacra e sublime: è solamente un soggetto solitario ed ansioso, risucchiato dall’abisso dei propri drammi interiori.

Munch, nei suoi quadri, non farà altro che scrivere e riscrivere la sua vita: un’autobiografia dell’anima per immagini, o meglio, lo scandaglio delle proprie nevrosi e dei propri spettri elevati, così, a simbolo dell’epoca moderna.

Morte, fallimenti, dolori, drammi e tragedie trovarono posto nelle tele di Munch cristallizzandosi, così, in attimi di quiete e di riposo per il suo spirito dilaniato da una perenne sofferenza.

“Per diversi anni fui quasi pazzo – poi trovai me stesso fissando diritto nella spaventosa faccia della follia.”

Il carattere fatale della sua opera irruppe come un’anomalia nella storia dell’arte fra Otto e Novecento, un’anomalia inquietante ed angosciosa che aprì la strada al linguaggio figurativo dell’avanguardia espressionista.

Nato nel 1863 in una fattoria vicino ad Oslo, a cinque anni vide morire la madre di tubercolosi e, a quattordici, la sorella Sophie del medesimo male; dovette dunque sentirsi fin da piccolo come una specie di eccezione nel piano di estinzione che aveva investito la sua famiglia. Sperso e sperduto, il giovane Munch crebbe con un padre serio ed introverso, circondato da poco affetto, ma stimolato a seguire la sua naturale inclinazione verso l’arte.

Le sue prime prove pittoriche presero forma sotto l’ala del maestro Chistian Krohg, noto interprete della scuola naturalista norvegese: i temi in voga erano volutamente e dichiaratamente patetici, “tempo di cuscini … tempo dei letti e dei malati e delle trapunte” – ebbe a dire lo stesso Munch nel definire questo tipo di pittura.

Edvard Munch, La bambina malata, 1885-1886

Edvard Munch, La bambina malata, 1885-1886

La bambina malata del 1885-1886 è un’opera giovanile che sintetizza perfettamente la poetica dell’artista: la malattia vista come destino familiare, condanna per i discendenti. Questo quadro è un frammento della vita passata di Munch: lo spettro della sorella morente che ritorna a morire assumendo il ruolo dell’universale sofferenza.

Fin da subito, dunque, Munch intese come l’arte fosse da sempre in debito nei confronti dell’esistenza e che da essa prendesse vigore e forza espressiva.

“Credo che nessun pittore abbia vissuto il suo tema fino all’ultimo grido di dolore come me quando ho dipinto La bambina malata. […]

Non ero solo su quella sedia mentre dipingevo, erano seduti con me tutti i miei cari, che su quella sedia, a cominciare da mia madre, inverno dopo inverno, si struggevano nel desiderio del sole, finchè la morte venne a prenderli.”

Il quadro consentì a Munch di esorcizzare i propri demoni interiori annodando, nella sua memoria, la morte della sorella al primo lutto: la perdita della madre quando era poco più che un bambino.

“La mia arte affondava le sue radici nella mia ricerca d’una spiegazione alle incoerenze della mia vita … Perché non ero come gli altri? … L’arte dava un senso alla mia vita … Cercavo luce …”

Edvard Munch, La madre morta e la bambina, 1897-1899

Edvard Munch, La madre morta e la bambina, 1897-1899

Anche in La madre morta e la bambina del 1897-1899 ritorna il tema dell’agonia della sorella, ma stavolta vista attraverso il dolore dei familiari: è la messa in scena del ricordo dove la vera tragedia, in quest’interno claustrofobico, è l’incomunicabilità del dolore, il suono greve del silenzio che separa e allontana i vivi.

Spesso il silenzio può ferire l’udito più di qualsiasi rumore, perché quel silenzio è un urlo che viene dall’interno ed è più forte e potente del frastuono del mondo. E quel grido taciuto è cifra e sigla dell’infanzia di Munch che, nella sua opera più famosa, L’urlo, trasformerà in emblema dell’angoscia che pervade la realtà: è il grido della nascita, dell’essere gettati nel mondo e pure già condannati, è il grido originario della coscienza soggettiva di fronte all’ineluttabilità della realtà.

“Nella casa della mia infanzia abitavano malattia e morte. Non ho mai superato l’infelicità di allora […] Così vissi coi morti.”

Edvard Munch, L'urlo, 1893

Edvard Munch, L’urlo, 1893

“L’uomo chiede urlando la sua anima, un solo grido d’angoscia sale dal nostro tempo. Anche l’arte urla nelle tenebre, chiama al soccorso, invoca lo spirito: è l’espressionismo.”

(Hermann Bahr)

Edvard Munch: l’arte come debito con l’esistenza ultima modifica: 2013-06-15T13:42:18+00:00 da barbara
16 Comments
  • sisempre
    Posted at 06:27h, 16 giugno Rispondi

    Continuo e confermo il piacere di seguire queste pagine,
    poter conoscere il percorso di vita che ha generato un’opera da un senso ancor più allargato dell’incontro con l’opera stessa, naturalmente conoscevo “l’urlo” e pure qualcosa della biografia di Munch, il minimissimo raccontato intorno all’autore.
    Ma, leggere le sue parole, contestuali alle osservazioni sulle sue produzioni, aprono a comprensioni maggiori, allargando anche la risonanza che l’opera genera nell’osservarla.
    La densità dei colori, che mi riportavano ad uno stato danimo impastato ed incatenante ma anche vitale, o meglio come di irragiungibile vitalità, ora hanno un senso differente, escono dal mio mero “percepire”, si coniugano con le esperienze dell’artista, penso alle parole usate per descrivere la condizione di fato … come ad una teca di vetro fumè spesso ed infrangibile

    grazie, interessantissimo anche questo post

    • barbarameletto
      Posted at 13:36h, 16 giugno Rispondi

      Grazie a te che mi leggi con piacere ed interesse. In fondo l’arte non può prescindere dall’artista che l’ha prodotta e, come tale, per me è molto importante mettere in luce il pensiero degli autori.
      Come tutte le manifestazioni umane l’arte nasce da un sentire interiore: prima della tecnica c’è sempre la persona che vede ed interpreta.
      E’ importante capire il contesto storico e culturale, ma ogni singolo artista merita una sua propria considerazione, soprattutto se parliamo di arte contemporanea.
      La forma è la prima cosa che vediamo, ma la comprensione più profonda dell’opera, secondo me, necessita di un’analisi accurata del sentimento (inteso proprio come sentire) che l’ha creata.

  • Alfred Kubin: L’altra parte | barbarainwonderlart © Barbara Meletto
    Posted at 15:05h, 28 febbraio Rispondi

    […] pinacoteca, dimostrando già una predilezione per gli artisti più onirici e visionari; Goya, Rops, Munch, Ensor, Redon, Klinger e von Stuck furono, infatti, gli autori che maggiormente lo affascinarono e […]

  • dbd66
    Posted at 07:43h, 24 marzo Rispondi

    La madre morta e la bambina.

    Il dipinto mi lascia spiazzato .
    E’ un opera d’ arte o d’ artista ?

    Un’opera non dovrebbe avere ( anche ) vita propria e prescindere dalla sua genesi ?

    Mi è davvero difficile comprendere come un disegno dai tratti e dalle chiavi di lettura così infantili possa essere qualcos’ altro rispetto ad un semplice disegno seppur d’ autore .

    “Come on baby, light my fire” … illuminami , artisticamente parlando 🙂

    • barbarameletto
      Posted at 18:28h, 25 marzo Rispondi

      In effetti l’opera d’arte, nel momento in cui viene alla luce, prescinde dal contesto in cui è stata prodotta; in quanto forma essa ha un lessico ed un linguaggio che vive di vita sua propria.
      Certo è che l’opera nasce dal lavoro di un autore che ha delle intenzioni o non intenzioni, delle sensazioni e dei sentimenti, che vive, sente, gioisce e soffre.
      Munch, in particolare, è un artista in cui la tormentata vita biografica ha inciso notevolmente sulla sua produzione: possiamo leggere i suoi quadri come pure forme o le possiamo contestualizzare, le due cose non sono nè in antitesi nè in contraddizione.
      Ho risposto in parte alla tua domanda? Illuminami 😉

  • dbd66
    Posted at 08:20h, 26 marzo Rispondi

    L’arte come credito con l’esistenza.

    Come dice qualcuno “La bellezza non è rara” , quindi molto soggettiva .
    In contrasto forse con il concetto di assolutezza ed eternità .

    Dubbio e sensazione di impotenza di fronte alle
    opere d’ arte persistono . Ma siamo il lenta guarigione .

    Una mela ( piccola ) al giorno …… 🙂

    • barbarameletto
      Posted at 19:44h, 26 marzo Rispondi

      Una mela piccola, piccola e senza farsi troppe categorie mentali.
      L’arte è contingente e immanente, particolare e onnicomprensiva, è tutto ed il contrario di tutto, ma soprattutto è qualcosa che va sentito prima ancora che capito, e mi sa che sei a buon punto.
      I dubbi persisteranno sempre, sono sintomo di intelligenza e di curiosità mentale, non hanno una soluzione univoca, ma è bene che ci siano.
      🙂

  • dbd66
    Posted at 09:46h, 27 marzo Rispondi

    “categorie mentali” …. interessante figura retorica 🙂

  • dbd
    Posted at 16:41h, 16 giugno Rispondi

    Dal tuo ultimo post : Sogni di Corcos .
    Opera notevole che per certi versi mi ricorda Lady Agnew qui annoverata .
    Stessa capacità di uscire dalle trame della tela per queste “eroine dell’ emancipazione femminile” .
    Gli autori avranno respirato la stessa “aria” , vista anche la quasi coincidenza temporale , per la
    realizzazione di queste opere per certi versi ( a mio inesperto parere ) similari ?

    Ma soprattutto sto ammirando le opere o le gentili signore in esse raffigurate 🙂

  • dbd
    Posted at 06:50h, 17 giugno Rispondi

    Errata collocazione del commento …..sorry

    • barbarameletto
      Posted at 21:13h, 18 giugno Rispondi

      Mi hai un pò spiazzata, devi ricollocarmi un pò i tuoi commenti 😉 comunque sempre lieta di essere da te attentamente letta. 😀

  • dbd
    Posted at 08:25h, 19 giugno Rispondi

    Si , assolutamente .
    Mi rendo conto solamente dopo la pubblicazione dei commenti l’ assoluta cripticità involontaria
    ( ed in questo caso pure l’ errata collocazione )

    Sono desolato 🙂

    L’intenzione era palesare il medesimo approccio emozionale
    delle due opere citate ( Vittorio Corcos : Sogni e John Singer Sargent : Lady Agnew of Lochnaw )

    Rispettosi saluti 🙂

    • barbarameletto
      Posted at 18:06h, 19 giugno Rispondi

      Diciamo che la tua notazione è esatta. Sia Corcos che Sargent rimasero popolari per questo genere di ritratto, all’epoca molto in voga. L’aristocrazia e la borghesia in ascesa desideravano con ardore (erano ancora lontani i selfie 😉 essere immortalati in una tela, convinti che la bellezza esteriore certificasse il rango ed il valore della persona. Se vogliamo, in certi casi, sono dei ritratti un pò “stereotipati”, ma ogni autore (almeno quelli più capaci) vi riversò le proprie peculiarità stilistiche e compositive.

  • Edipo: l’ineluttabilità del destino | barbarainwonderlart © Barbara Meletto
    Posted at 19:02h, 17 febbraio Rispondi

    […] Moreau a Dalì, da De Chirico ad Ernst, da Munch a Savinio, da Khnopff a Bistolfi, gli artisti moderni furono irresistibilmente attratti da […]

  • La femme fatale: il lato oscuro della belle époque
    Posted at 17:10h, 01 maggio Rispondi

    […] Tra la fine dell’ Ottocento e gli inizi del Novecento, si diffonde il mito della femme fatale, ossia della donna quale oggetto del desiderio, ma di un desiderio malefico, che reca con sé, sotto parvenze ammalianti, distruzione e sconvolgimento. Le pagine dei romanzi, le immagini della pittura e della scultura abbondano di questa tematica: un ossessivo e ricorrente richiamo ad un demone che si tenta, così, di esorcizzare. Molti sono i nomi e le interpretazioni della femme fatale: esotica, bruna e beffarda come le incarnazioni di Von Stuck, oppure fiammata nei capelli ed esangue come le nordiche sfingi di Khnoppf o le donne vampiro di Munch. […]

Post A Comment