"La bellezza non è rara." ( J. Luis Borges)
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I Fauves: le belve del colore

I Fauves: le belve del colore

“Uso i colori più semplici, non li trasformo io, ci pensano i loro rapporti.”

(Henri Matisse)

I Fauves: Henri Matisse, Il dessert (armonia in rosso, la stanza rossa), 1908

I Fauves: Henri Matisse, Il dessert (armonia in rosso, la stanza rossa), 1908

La pittura Fauves, definita da Matisse come “il coraggio di ritrovare la purezza dei mezzi”, si proponeva di trasfigurare la realtà attraverso l’aggressività e la purezza del colore.

Essa, prendendo le mosse dalle esperienze di van Gogh, di Gauguin, di Cézanne, del neoimpressionismo – e per alcuni aspetti anche in rapporto con il contemporaneo movimento espressionista della Brücke – si caratterizzava per la volontà di superare e liquidare il naturalismo impressionista.

“Una trascrizione rapida del paesaggio non offre che un momento della sua durata, non mi è possibile copiare servilmente la natura, sono forzato a interpretarla, a sottometterla allo spirito del dipinto”, affermava al riguardo Derain ribadendo, così, il superamento della percezione oggettiva delle cose a favore di una loro interpretazione personale e soggettiva.

L’arte dunque deve interpretare la realtà secondo le sensazioni e le emozioni che essa suscita: il dipinto non deve essere una copia, ma un equivalente della natura.

I Fauves: André Derain, Battelli nel porto, 1905

I Fauves: André Derain, Battelli nel porto, 1905

La libertà cromatica rappresentava, per questi artisti, il mezzo per poter trasferire nella tela l’idea personale dell’autore: “ci ponevamo del tutto lontani dai colori d’imitazione – diceva Matisse – e con i colori puri ottenevamo reazioni più forti, reazioni simultanee più evidenti.”

Il Fauvismo si esprimeva, essenzialmente, attraverso la costruzione dello spazio per virtù del colore; la semplificazione dei mezzi; l’appiattimento delle superfici senza modellato né chiaroscuro illusionistico; la corrispondenza assoluta fra la suggestione emotiva e la decorazione.

Scompariva, in questo modo, la tradizionale visione mimetica della realtà: “è la pittura fuori da ogni contingenza, la pittura in sé, l’atto puro del dipingere” – come sosteneva Maurice Denis.

Importante, per i Fauves, fu la scoperta della scultura primitiva capace di evocare una filosofia dello stato di natura e di suggerire un’analoga riduzione e semplificazione formale. La moda delle raffinate ed eleganti stampe giapponesi, che tanta influenza ebbe sugli artisti della generazione precedente, venne così soppiantata dall’interesse per l’arte negra.

I Fauves: Maurice de Vlaminc, Ristorante a Marly-le-Roi, 1905

I Fauves: Maurice de Vlaminc, Ristorante a Marly-le-Roi, 1905

Attorno a questo movimento, che non ebbe mai intenti programmatici ben precisi e definiti, si riunirono numerosi artisti desiderosi di dare una sferzata di rinnovamento alla pittura d’atelier.

Il nome Fauves venne loro affibbiato da Louis Vauxcelles che nel Gil Blas contrappose le tele di questi artisti ad una scultura classicista, definendola come Donatello chez les fauves” (Donatello fra le belve ).

Egli indicò le opere ed i pittori, riunitisi in una sala al Salon d’Automne del 1905, come “oltranzisti, incoerenti, selvaggi” offrendo loro una pubblicità immediata ed una risonanza di stampo eroico, tipica delle avanguardie.

Le critiche furono immediate e violente scatenando reazioni aggressive anche in sostenitori illuminati dell’arte contemporanea: “il signor Matisse, così dotato, si è perso, come altri, in eccentricità colorate” – così Gustave Geffroy bollava questa pittura non considerandone la fascinazione e la felicità creativa.

La carica innovativa ed il carattere esorbitante di questi artisti fu, comunque, destinata a fare scuola fino all’emergere del Cubismo.

I Fauves: Georges Braque, L'Estaque, 1906

I Fauves: Georges Braque, L’Estaque, 1906

Van Gogh fu riconosciuto come il precursore dei Fauves per il nuovo rapporto che seppe instaurare con la realtà rappresentata.

Essi, infatti, ne ammiravano l’arditezza cromatica, l’arbitrio compositivo, i particolari incompiuti e la brutalità delle stesure: “è dall’olandese che viene l’espressione più forte”, ammetteva lo stesso Derain.

La retrospettiva del 1905 dedicata a Van Gogh, tenutasi al Salon des Indépendants, non fece altro che confermare, in questi giovani, la potenza delle sue possibilità espressive: “il Fauvismo era nell’aria, nei costumi, l’esposizione di Van Gogh l’ha individuato.”

Tutti questi artisti passarono attraverso esperienze diverse e, per una breve stagione, trovarono fratellanza sotto l’etichetta fauve mantenendo, però, una propria autonomia ed individualità creativa.

Vi fecero parte, oltre all’ideale caposcuola Matisse, gli allievi dell’atelier Moureau e dell’Académie Carrière come Albert Marquet, Charles Camoin, Henry Charles Manguin, Jean Puy; André Derain e Maurice de Vlaminck costituivano la coppia di Chatou, dal nome del sobborgo parigino ove dipingevano abitualmente. Non bisogna inoltre dimenticare l’olandese Kees van Dongen e il gruppo di Le Havre, formato da Raoul Dufy, Othon Friesz e Georges Braque.

I Fauves: Henri Matisse, La gioia di vivere, 1906

I Fauves: Henri Matisse, La gioia di vivere, 1906

La preminenza della personalità e dell’opera di Matisse gli garantirono un ruolo di primo piano all’interno del movimento ed il diritto di esercitare e di sperimentare un ventaglio molto ampio di esperienze pittoriche: dal Divisionismo, all’Espressionismo, alla deformazione.

La sua pittura fu volutamente una meditazione tutta interiore della natura e, in tal senso, l’esperienza Fauve non fece che comprovare la sua vocazione ad esprimere idee e sentimenti attraverso equivalenti plastici: la forza e la libertà evocativa del colore gli offrirono la possibilità di costruire, attraverso di esso, uno spazio essenziale.

La pittura Fauve rappresentò per la Francia quello che la Brücke fu per la Germania: un movimento labile ed indefinito nei contorni, ma fortemente deciso a rompere con l’arte che lo aveva preceduto; una scossa energica e prepotente alla tradizione che aprì le porte ad una nuova concezione della natura e sconvolse il concetto stesso di pittura. L’uscio della modernità si era allora appena socchiuso.

“La pittura è un qualcosa di troppo bello perché essa venga limitata alle percezioni visive che possono avere un cane o un cavallo.

Occorre assolutamente venir fuori dal circolo nel quale ci hanno racchiuso i realisti.”

(André Derain)

I Fauves: Henri Matisse, Lusso, calma e voluttà, 1904

I Fauves: Henri Matisse, Lusso, calma e voluttà, 1904

 

I Fauves: le belve del colore ultima modifica: 2013-05-15T18:27:19+00:00 da barbara
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