"La bellezza non è rara." ( J. Luis Borges)
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Keith Haring: una meteora nell’arte dei segni

Keith Haring: una meteora nell’arte dei segni

Keith Haring e Andy Warhol, New York, 1985

Keith Haring e Andy Warhol, New York, 1985

Innocente e spregiudicato, malizioso e puro, diabolico ed angelico Keith Haring trascorse i trentun’anni della sua vita ad abbattere barriere: prima tra se stesso e gli altri, poi tra gli artisti e la gente comune, il perbenismo benpensante e la libertà di essere e di esprimersi.

Una meteora, un fascio inarrestabile di energia che per dieci anni, dal 1980 al 1990, si stagliò nel mondo dell’arte newyorkese.

Haring nutriva un’impellente esigenza di fare, vedere, viaggiare, dire, conoscere, sperimentare, come se fosse consapevole della brevità del tempo messo a sua disposizione per portare a termine i suoi progetti.

Keith Haring, Tree of Life, 1985

Keith Haring, Tree of Life, 1985

Miriadi di omini senza faccia che danzano nel palcoscenico della vita, divennero cifra e segno di questo eterno bambino, il cui scopo principale fu quello di essere accettato e riconosciuto come artista al di sopra ed oltre i pregiudizi.

Nato e cresciuto nella piccola città di Kutztown, in Pennsylvania, secondo i canoni di una tranquilla etica familiare borghese, Haring dimostrò una precoce curiosità verso il mondo e la vita che lo spinse fuori dagli angusti confini della provincia per approdare nella scintillante New York degli anni Ottanta, una metropoli smaniosa e assetata di successo.

Keith Haring, Untitled, 1985

Keith Haring, Untitled, 1985

Qui fece subito amicizia con Madonna, che all’epoca lavorava come guardarobiera alla Danceteria: in comune avevano la jungle fever, una specie di smania di vivere qualsiasi esperienza.

Rockstar, stilisti, mondani, artisti divennero la sua compagnia notturna, mentre di giorno riempiva di graffiti e disegni i tunnel della metropolitana: la strada di giorno i party e le discoteche di notte furono la passione di Keith.

Ogni superficie ed ogni spazio parevano essere i supporti ideali per venire riempiti dai segni ossessivi e ripetuti di Haring: eserciti di bambini, donne incinte, cani che abbaiano, uomini con la testa a forma di televisore o di cuore

Keith Haring, Untitled, 1983

Keith Haring, Untitled, 1983

Una sera, passeggiando con Fred Brathwaite, un rapper ed artista di graffiti, giunse al Paradise Garage, su King Street al limite di SoHo: la necessità di vivere senza remore e senza costrizioni trovò il luogo ideale dove poter sfogarsi.

Finalmente Haring potè dire di aver raggiunto casa: qui si sentì parte di un gruppo, qui percepì di essere fratello con il resto dell’umanità, qui non c’erano alcool e cocaina, come allo Studio 54, ma ecstasy e acidi in grande quantità.

Al Paradise Garage quattro mura racchiudevano suoni, musica, colori e promiscuità delle strade di New York, esattamente quello di cui si nutriva la sete insaziabile di Haring.

Keith Haring, Untitled, 1982

Keith Haring, Untitled, 1982

Nel frattempo divenne una star: iniziarono a piovergli commissioni da ogni parte del mondo e, nel 1986, aprì a New York il suo Pop-shop, un negozio d’artista. Addolorato e deluso dal fatto di non trovare riconoscimento nel suo paese, un paese puritano incapace di accettare un ragazzino che proclamava l’amore libero e disegnava falli come fossero fiori, Haring si ribellò, trovando fama altrove: “fottiti America farò la mia roba in Europa.”

E l’Europa lo acclamò a gran voce, espose le sue opere e gliene affidò di nuove, non provando scandalo alcuno, ma anzi affascinata dalla freschezza e dall’immediatezza dei suoi segni rapidi, essenziali e, alla fine, tragicamente disperati.

Keith Haring, Untitled, 1988

Keith Haring, Untitled, 1988

A trent’anni, all’improvviso, Haring scoprì di essere sieropositivo: il male lo divorò con la stessa rapidità con cui egli divorava la vita e riempiva di bambini intere pareti, che oramai cominciavano a deformarsi in esseri disperati.

Non volle mai curarsi o prendere delle medicine: “ho più fiducia nella fede – diceva – prego Dio e metto tutto nelle sue mani.”

Keith Haring, Fight Aids Worldwide, 1990

Keith Haring, Fight Aids Worldwide, 1990

Keith Haring: una meteora nell’arte dei segni ultima modifica: 2013-05-01T14:09:42+00:00 da barbara
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