"La bellezza non è rara." ( J. Luis Borges)
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James Ensor: un simbolista del grottesco

James Ensor: un simbolista del grottesco

James Ensor, Scheletri che si riscaldano, 1889

James Ensor, Scheletri che si riscaldano, 1889

La produzione artistica di James Ensor fu abbastanza varia e complessa: dagli umori crepuscolari dell’intimismo borghese, la sua ispirazione si volse verso la maschera carnevalesca, spinto dai valori più bassi del grottesco.

La sua appartenenza al Simbolismo, infatti, fu del tutto anomala e particolare: gli mancò sempre quella spinta misticheggiante verso valori alti e sublimi che contraddistinse la maggior parte dei suoi colleghi.

In Belgio, luogo d’incontro di culture ed esperienze diverse, il movimento simbolista si affermò in modo del tutto originale: ad un’élite intellettuale volta all’arte si contrapponeva, infatti, una classe proletaria stanca ed afflitta; circolava prepotente tra gli artisti una volontà di fuga e di evasione dalla realtà contingente.

Ensor fu tra quelli artisti che, come Rops o Wiertz, trovò rifugio nel fantastico, echeggiando in pittura le pulsioni delle passioni e i disordini dell’istinto, l’aspetto più demoniaco e perverso del simbolismo, l’altra faccia rispetto ad elitari ideali di bellezza e ad aristocratici mondi solipsistici.

James Ensor, Il mio ritratto con maschere, 1936

James Ensor, Il mio ritratto con maschere, 1936

Nato nel 1860 ad Ostenda, James Ensor partecipò al tramonto dell’Impressionismo con tutti i sui strascichi e le sue varie declinazioni.

Il clima simbolista, nel suo pieno sviluppo, portò Ensor a modificare lo stile delle sue prime prove pittoriche: tolta la cura del dettaglio e del particolare aneddotico, si rivolse alla generalità dell’astrazione, ossia alla maschera.

James Ensor, Musica russa, 1883

James Ensor, Musica russa, 1883

Il tratto distintivo dell’artista belga consiste proprio nell’adottare la volgare maschera carnevalesca, priva di qualsivoglia raffinatezza edonistica: il lato più brutale e deformato dell’umanità è il soggetto privilegiato della sua opera.

In Ensor le maschere rinunciano alla propria individualità e invitano alla spersonalizzazione: tinteggiate con colori vivaci e chiassosi, ridotte ai minimi termini nella loro rappresentazione fino ad assumere, in alcuni casi, la forma scarnificata del teschio.

Abbandonando i propri tratti personali, le maschere partecipano ad una vita collettiva dove gli entusiasmi della festa carnevalesca convivono con i presentimenti della morte: il ghigno del teschio entra così in combutta con la risata querula di un’altra maschera.

Le tele di Ensor, animate da toni macabri, da spettri e da elementi magici, sono connotate dal gusto del sarcasmo, della farsa e dello humor nero: grande ammiratore di Edgar Allan Poe, Ensor ci offre l’immagine di un mondo dove tutto è rifiuto delle regole, dubbio ed angoscia.

Introducendo in ambienti banali elementi inquietanti, diede una forma insolita e raccapricciante al mistero che abita sotto l’apparenza della realtà: da un lato contribuì a mettere in dubbio il mondo della percezione, caratteristica fondamentalmente del simbolismo, dall’altro, praticando la deformazione, aprì la strada all’avanguardia espressionista.

James Ensor, Entrata di Cristo a Bruxelles, 1889

James Ensor, Entrata di Cristo a Bruxelles, 1889

La pittura di Ensor è tutta giocata sull’astrazione e sulla stilizzazione: una stesura del colore densa e a tratti larghi, urlata ed aggressiva nelle cromie, incurante dei mezzi toni e dei tocchi stemperati tanto cari alla precedente stagione Impressionista: un linguaggio che si adatta perfettamente ai tormenti dello spirito che Ensor dipana nelle sue tele.

L’individuo sparisce di fronte alla collettività che, nel credo dell’artista, corrisponde all’atto di assumere una maschera la quale, a sua volta, non può esistere in solitudine, ma richiede che venga assunta da molte persone. Di qui l’effetto seriale e tumultuoso dei capolavori di Ensor: uno sciamare dirompente di tipi umani solidali, partecipi, capaci di essere coesi e di trovare così un destino comune.

In questo modo Ensor cercò di dare il suo contributo alla causa di un socialismo mistico, utopico, umanitario e sentimentale, tipico del credo simbolista, in aperta opposizione ai valori di classe borghesi che si andavano affermando.

James Ensor, Le maschere e la Morte, 1897

James Ensor, Le maschere e la Morte, 1897

Come molti altri pittori simbolisti, Ensor conobbe una stasi creativa dopo gli anni di fervore del movimento. Con l’approssimarsi del XX secolo e la comparsa delle avanguardie con i loro toni audaci e prepotentemente dirompenti, i simbolisti si ripiegarono su loro stessi, ripentendo le loro trite ed esauste formule.

Nel 1949 Ensor morì lasciandoci la testimonianza di un’epoca alle sue prime considerazioni sulla modernità e le nevrosi che ne derivano.

James Ensor, La vanità danzante

James Ensor, La vanità danzante

James Ensor, La vanità danzante

“Si usa uno specchio di vetro per guardare il viso e si usano le opere d’arte per guardare la propria anima”

(George Bernard Shaw)

James Ensor: un simbolista del grottesco ultima modifica: 2013-04-17T18:05:09+00:00 da barbara
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