"La bellezza non è rara." ( J. Luis Borges)
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La tradizione alchemica nell’arte moderna: il Grande Vetro di Marcel Duchamp

La tradizione alchemica nell’arte moderna: il Grande Vetro di Marcel Duchamp

IMG_1178Cari amici e lettori, intanto vi ringrazio per la vostra assidua e costante presenza, con questo pezzo, dedicato all’alchimia e alle sue implicazioni nell’arte moderna, vi saluto per due settimane: anche i blogger vanno in ferie!

Spero che, nel frattempo, continuerete a curiosare nel mio blog che oramai conta un centinaio di articoli. Esplorate, leggete, commentate, criticate: l’arte e la bellezza sono valori da diffondere e da preservare.

Allora buona lettura e a presto.

Marcel Duchamp, La Joconde, L.H.O.O.Q., 1919 - Dietro un gesto di apparente dissacrazione, l'artista ha celato la propria adesione al pensiero ermetico e al mito alchemico dell'androginia

Marcel Duchamp, La Joconde, L.H.O.O.Q., 1919 – Dietro un gesto di apparente dissacrazione, l’artista ha celato la propria adesione al pensiero ermetico e al mito alchemico dell’androginia

“A me interessavano le idee, non soltanto i prodotti visivi. Volevo riportare la pittura al servizio della mente […]

Di fatto fino a cento anni fa tutta la pittura era stata letteraria o religiosa: era stata tutta al servizio della mente.

Durante il secolo scorso questa caratteristica si era persa poco a poco. Quanto più fascino sensuale offriva un quadro – quanto più era animale – tanto più era apprezzato.

La pittura non dovrebbe essere solamente retinica o visiva; dovrebbe aver a che fare con la materia grigia della nostra comprensione invece di essere puramente visiva […]

Gli ultimi cento anni sono stati retinici. Sono stati retinici perfino i cubisti. I surrealisti hanno tentato di liberarsi da questo e anche i dadaisti, da principio. […]

Io ero talmente conscio dell’aspetto retinico della pittura che, personalmente, volevo trovare un altro filone da esplorare.”

(Marcel Duchamp)

Max Ernst, All'interno della vista: l'uovo, 1929

Max Ernst, All’interno della vista: l’uovo, 1929

Max Ernst, All’interno della vista: l’uovo, 1929

Nell’età moderna, con l’approssimarsi del XX secolo e l’esplosione delle avanguardie storiche, il repertorio alchemico ed ermetico continuò ad operare come bagaglio culturale denso di suggestioni e di evocazioni immaginarie.

In questi anni, inoltre, fece la sua comparsa la psicoanalisi che, soprattutto attraverso le ricerche junghiane sugli archetipi, diede nuovo impulso e vigore alle figure dell’alchimia.

Furono in particolare i surrealisti, immersi come erano nello scandaglio dell’onirico e dell’inconscio, a manipolare e reinterpretare i topoi alchemici: il gusto del criptico e del segreto si coniugò perfettamente con le provocazioni del movimento. Lo stesso Breton, nel secondo manifesto surrealista, dichiarò di voler assumere a modello la Sapienza alchemica per occultare la Verità agli occhi del profano.

“L’approvazione del pubblico è da fuggire più di ogni altra cosa. Bisogna assolutamente impedire al pubblico d’entrare se si vuole evitare la confusione. Aggiungo che bisogna tenerlo esasperato alla porta con un sistema di sfide e provocazioni.”

(André Breton, Secondo Manifesto del Surrealismo, 1929)

Attraverso un linguaggio confuso e sfidante, le avanguardie vollero, così, nascondere un sapere ermetico a disposizione di pochi “illuminati”.

L’atteggiamento fortemente elitario e restrittivo di Breton trovò un illustre precedente in Marcel Duchamp, massimo interprete del Dadaismo.

Marcel Duchamp, Il Grande Vetro, 1915-1923

Marcel Duchamp, Il Grande Vetro, 1915-1923

Il Grande Vetro, rappresenta l’opera alchemica di Duchamp per eccellenza: un’opera complessa, di non facile ed univoca interpretazione, alla quale l’artista si dedicò per circa otto anni, dal 1915 al 1923.

Il quadro è una sorta di work in progress, dove analogie, allusioni, riferimenti si sono variamente accavallati e stratificati fino a renderla una sorta di lambiccato ed astruso rompicapo.

Poche sono le indicazioni cha abbiamo su questa tela sibillina. Già il sottotitolo, di per sé, non è molto chiaro: La mariée mise à nu par ses célibataires, même, che letteralmente significa La sposa messa a nudo dai propri scapoli.

Pare più giusto interpretare questa frase secondo il principio delle doppie letture omofone, utilizzato molto spesso dall’artista. In questo modo la frase risulterebbe: La Marie est mise à nue par ses céli-batteurs, ossia Maria è messa nella nuvola dai propri trebbiatori celesti o celitrebbiatori.

L’utilizzo di questo tipo di linguaggio la dice già lunga sulla vocazione ermetica dell’autore che, lungi dal voler esclusivamente scandalizzare il pubblico, era dotato di una vasta cultura e profonda conoscenza della tradizione artistica.

La Maria portata in cielo da una nuvola, alluderebbe alla Vergine Assunta dedotta dalle tradizionali riproduzioni dell’Assunzione.

Il Grande Vetro è, infatti, suddiviso in due parti: la parte celeste, dove una nuvola con tre quadrati è pronta ad accogliere Maria, e la parte terrestre, dove un parallelepipedo richiama l’iconografia del sarcofago vuoto delle Assunzioni.

Ed infine a che cosa potrebbero riferirsi i céli-batteurs, ossia i trebbiatori celesti? Probabilmente essi richiamano la stessa definizione che Duchamp diede alla sua opera come “macchina agricola” e come “macchina a vapore” con la “base in muratura” (en maconneire, termine che allude alla muratura, ma anche alla massoneria).

Nel linguaggio dell’alchimia la trebbiatura (celeste perché l’alchimia è agricoltura celeste), l’assunzione al cielo della Vergine incoronata dalla Trinità e il denudamento della sposa sono tutte metafore che si riferiscono alla purificazione della materia e alla sua trasformazione nella pietra filosofale; l’intera opera è dunque una grande metafora alchemica.

Marcel Duchamp, Passaggio dalla Vergine alla Sposa, 1912

Marcel Duchamp, Passaggio dalla Vergine alla Sposa, 1912

Dietro l’apparente gratuità dadaista della rappresentazione si cela, dunque, un complesso sistema di riferimenti ed allusioni alla simbologia alchemico-esoterica. Il mito dell’alchimia si riflette, oltre che nella volutamente misteriosa rappresentazione, nell’opus dell’artista che, come l’alchimista, crea e trasforma la rozza materia celando il risultato dell’opera alla comprensione dei non iniziati.

L’artista, come l’alchimista, è dunque colui che sublima la realtà per trovare la verità che essa cela, in un’azione di svelamento continuo: l’utopia di un riscatto, operato dalla fantasia, sulla nerezza della realtà.

L’arte delle avanguardie, oltre alla vocazione di stupire e provocare, presenta forti difficoltà esegetiche ed interpretative.

Essa è un’arte intellettualizzata, dove l’apparenza visiva dell’immagine lascia il posto a significati reconditi che si coniugano perfettamente con i contemporanei studi sull’Io e sulla realtà spirituale: alchimia, esoterismo e inconscio come parte di uno stesso processo di rivelazione del divino che è in noi e fuori di noi.

“Tu vedi un blocco, pensa all’immagine: l’immagine è dentro basta solo spogliarla.”

(Michelangelo Buonarroti)

Marcel Duchamp

Marcel Duchamp

 

La tradizione alchemica nell’arte moderna: il Grande Vetro di Marcel Duchamp ultima modifica: 2013-03-15T16:25:33+00:00 da barbara
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