"La bellezza non è rara." ( J. Luis Borges)
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Frida Kahlo: la pittura dei dolori

Frida Kahlo: la pittura dei dolori

Frida Kahlo, La colonna spezzata, 1944

Frida Kahlo, La colonna spezzata, 1944

 “L’angoscia e il dolore. Il piacere e la morte non sono nient’altro che un processo per esistere.”

(Frida Kahlo)

In un epoca in cui la pittura era, per lo più, frutto di mani maschili e alla donna messicana non si dava credito ad alcuna affermazione professionale, matura l’originale opera artistica di Frida Kahlo.

Nella sua dimora, situata a Coyoacán, un quartiere periferico di Città del Messico, Frida si rifugiò per dare voce ai suoi malesseri e alle sue private ossessioni.

Controcorrente rispetto all’arte storica del tempo promossa dallo stato e dalla comunità intellettuale, la Kahlo sviluppò una pittura personale ed intimista, privilegiando l’autoritratto come forma di autoanalisi e come attestazione della propria esistenza: il risultato fu un’arte minuta e descrittiva, una sorta di diario per immagini dove si intersecavano visioni e turbamenti interiori.

Frida Kahlo, Autoritratto con collana di spine, 1940

Frida Kahlo, Autoritratto con collana di spine, 1940

Nella sua opera l’artista non trascurò nessuna delle sue innumerevoli pene: i feti dei suoi aborti, le cicatrici delle operazioni chirurgiche, le apparecchiature ortopediche, le bende e le lacrime si inserirono nel tessuto di emozioni che pervadono le sue tele.

Fin dalla nascita la Kahlo era afflitta da spina bifida: per questo aveva cominciato tardi a camminare, pativa continui dolori alla schiena e soffriva di gravi problemi circolatori.

Le sue già precarie condizioni di salute all’apparato osseo furono ulteriormente compromesse, nell’adolescenza, da un pauroso incidente: l’autobus di legno su cui Frida si trovava assieme al fidanzato di gioventù, Alejandro Gómez Arias, restò schiacciato da un tram. La Kahlo si salvò per miracolo, ma il suo corpo rimase dolorosamente segnato.

Frida Kahlo, Retablo, 1943

Frida Kahlo, Retablo, 1943

Nonostante le evidenti avversità, Frida non rinunciò mai a vivere con intensità e passione, orchestrando abilmente una sorta di leggenda personale di se stessa ed elevandosi, così, al ruolo di dea pagana.

La vita e la bellezza erano gli idoli a cui Frida era votata, conduceva un’esitenza piena non rinunciando ad alcun piacere: soleva offrire lauti banchetti agli amici, beveva alcolici in grande quantità, fumava continuamente e visse con diletto la propria sessualità alternando l’amore per il marito, Diego Rivera, con numerose relazioni lesbiche, volutamente ostentate e sbandierate.

Frida Kahlo, Autoritratto con scimmia, 1940

Frida Kahlo, Autoritratto con scimmia, 1940

Frida Kahlo incarnò, dunque, il prototipo della donna emancipata e libera ribellandosi, così, al tradizionale stereotipo misogino che considerava la donna un mero oggetto del desiderio maschile. Una donna piena di pulsioni e di passini, di fuoco e di contrasti, di sogni e di struggenti nostalgie.

Frida nonostante, o forse proprio grazie alla sua malattia, sembrò capire che vivere è un mistero da assaporare e gustare più che da comprendere.

“Perché studi così tanto? Quale segreto vai cercando? La vita te lo rivelerà presto. Io so già tutto, senza leggere o scrivere.

Poco tempo fa, forse solo qualche giorno fa, ero una ragazza che camminava in un mondo di colori, di forme chiare e tangibili. Tutto era misterioso e qualcosa si nascondeva; immaginare la sua natura era per me un gioco. Se tu sapessi com’è terribile raggiungere tutta la conoscenza all’improvviso – come se un lampo illuminasse la terra! Ora vivo in un pianeta di dolore, trasparente come il ghiaccio.

È come se avessi imparato tutto in una volta, in pochi secondi. Le mie amiche, le mie compagne si sono fatte donne lentamente. Io sono diventata vecchia in pochi istanti e ora tutto è insipido e piatto. So che dietro non c’è niente; se ci fosse qualcosa lo vedrei.”

(Frida Kahlo, Lettera ad Alejandro Gómez Arias, settembre 1926)

Frida Kahlo, Io con i miei pappagalli, 1941

Frida Kahlo, Io con i miei pappagalli, 1941

I quadri della Kahlo affrontano, dunque, un’analisi profonda e spietata di sentimenti quali la colpa, il desiderio, l’amore, la gelosia, il dolore e la rabbia.

La sua infermità divenne una sorta di luogo privato dove la Kahlo coltivò, con sollecitudine, il proprio spirito dando vita, così, ad un lingiaggio pittorico fortemente evocativo e suggestivo, in grado di registrare la memoria del dolore nella sua dimensione quotidiana. Un linguaggio altamente intelettualizzato dove la coscienza della perdita diviene lo stile della perdita, perchè se il terribile è già accaduto, l’oggi rimane nella sfera dell’immobile impotenza.

Frida Kahlo, Il piccolo cervo, 1946

Frida Kahlo, Il piccolo cervo, 1946

L’arte fu per Frida una sorta di barriera contro cui difendersi dal tempo, una pratica che l’allontanava dalla minaccia della vecchiaia e della morte. E di arte visse, estendendola a tutto ciò che la circondava, dalla sua figura, agghindata fino all’esagerazione, alla sua casa, che fu il laboratorio della sua anima.

Il 13 luglio 1954, al culmine del suo decadimento fisico, Frida Kahlo morì; ufficialmente per edema polmonare ma, più probabilmente, per una volontaria overdose di Demoral, un derivato della morfina, farmaco da cui era dipendente.

La prematura morte a qurantasette anni, contribuì ad accrescere il fascino di questa artista: un’eroina romantica, dalla vita breve e caratterizzata da una biografia eccezionale.

Frida Kahlo, Il suicidio di Dorothy Hale, 1939

Frida Kahlo, Il suicidio di Dorothy Hale, 1939

“Tlazolteotl, dea dell’amore, dev’essere stata dalla mia parte. Sono stata amata, amata, amata – non abbastanza, ancora, perché non si ama mai abbastanza, poiché una vita non basta. E ho amato incessantemente. Nell’amore, nell’amicizia. Uomini, donne”

(Frida Kahlo)

Frida Kahlo: la pittura dei dolori ultima modifica: 2013-03-03T16:26:22+00:00 da barbara
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