"La bellezza non è rara." ( J. Luis Borges)
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Egon Schiele: l’autoritratto come forma di analisi

Egon Schiele: l’autoritratto come forma di analisi

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Anton Josef Trcka, foto di Egon Schiele accanto al quadro (oggi perduto) Incontro (Autoritratto con santo), 1914

Anton Josef Trcka, foto di Egon Schiele accanto al quadro (oggi perduto) Incontro (Autoritratto con santo), 1914

Nel corso della sua breve ma intensa attività pittorica, Egon Schiele eseguì numerosi autoritratti, seguendo un filone molto in voga al volgere del diciannovesimo secolo. Tra la fine dell’Ottocento ed i primi decenni del Novecento, ogni giovane artista esplorò la propria identità ed il proprio volto in modo ripetuto ed ossessivo, ricercandovi la testimonianza della propria esistenza come individuo o della propria condizione malata e malsana.

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Egon Schiele, Autoritratto con braccio girato attorno alla testa, 1910

Egon Schiele, Autoritratto con braccio girato attorno alla testa, 1910

La frattura che si era venuta a creare, in questo periodo, tra la cultura oggettiva e quella soggettiva, che nei valori condivisi aveva smesso di riconoscersi, aveva prodotto una dissociazione tra il destino individuale dell’uomo e la moderna realtà borghese ed industrializzata.

A questa situazione gli artisti reagirono con l’isolamento e la devianza ma, il più delle volte, vedendo in loro stessi le cause del disagio: l’eccessiva lucidità e la penetrante sensibilità sconfinavano in una sorta di delirio sconvolto.

L’autoritratto rappresentò un modo per indagare nei recessi delle proprie nevrosi stravolgendone, così, il tradizionale ruolo che aveva ricoperto nei secoli passati come autocelebrazione del proprio ruolo e della propria integrazione sociale. Non più affermazione di sé, l’autoritratto venne a testimoniare una condizione di esasperazione e di fallimento, di rigetto e di insicurezza generalizzati: all’artista autoesclusosi dalla società non rimaneva che il ruolo di vittima o di redentore, portavoce, quest’ultimo, di una grandiosa missione di espiazione.

L’artista, deviato rispetto ai canoni borghesi della società, diventò così una sorta di nuovo messia: colui che portava impresse le stimmate di una condizione umana drammaticamente scissa e di un mondo dove, come già aveva detto Nietzche, Dio è morto.

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Egon Schiele, Autoritratto in ginocchio con le mani alzate, 1910

Egon Schiele, Autoritratto in ginocchio con le mani alzate, 1910

Egon Schiele, che in soli dieci anni dipinse circa duecentocinquanta autoritratti tra oli acquerelli e disegni, esplorò il proprio corpo ed il proprio volto con un’esasperata e spietata autoconsapevolezza; egli si denudò, come se fosse davanti ad uno specchio, in modo provocatoriamente esibizionista, sbandierando se stesso come una sorta di ferita lacera e sanguinante, testimonianza di una dolorosa condizione interiore. Le sue rappresentazioni, dal segno secco e tagliente, segnarono il passaggio dall’armonioso Jugendstil secessionista all’urlato ed esasperato stile espressionista.

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Egon Schiele, Autoritratto con vaso nero, 1911

Egon Schiele, Autoritratto con vaso nero, 1911

Nei suoi autoritratti Schiele espose la propria nudità dolente e la propria ispirata ribellione. Crudele, nevrastenico, esasperato, contorto, dolorante, scandaloso, impudente, spinoso, irritante, l’artista mise in scena i fantasmi della sua mente, gettando in faccia al pubblico il peso della propria perdizione ed impotenza.

L’opera di Schiele, nell’ossessiva ricerca erotica ed anatomica, racchiude pulsioni di vita e di morte: un grido disperato di autoaffermazione da parte dell’individuo che non ha più la certezza di essere vivo, minacciato com’è nella sua integrità ed identità. Ogni autoritratto rappresenta una sorta di stazione della via crucis, ogni posa è la lotta dell’indemoniato contro il demone aguzzino, ogni smorfia è un suicidio mancato.

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Egon Schiele, Nudo virile (Autoritratto), 1910

Egon Schiele, Nudo virile (Autoritratto), 1910

Il disagio rappresentato da Schiele è il disagio dell’uomo moderno che, perso ogni appiglio con il proprio Io razionale, è incapace di sopperire alla perdita di sé nell’era della tecnica e dell’industrializzazione: una frattura non più risanabile che diviene forma patologica di alienazione.

Nella Vienna degli incubi e della psicoanalisi, Schiele riuscì a dare corpo, con la sua opera, alla follia e ai demoni interiori che connotarono il tramonto di un’epoca in bilico nel vasto baratro della modernità.

E nel continuo tentativo di controllare la propria identità perduta, ecco irrompere il tema del doppio, tema pittorico generato dalla stessa insistenza narcisistica sull’autoritratto, laddove il volto fissato nello specchio e poi fissato sulla tela, diventa subito l’immagine di un altro sé, gemello o spettro, demonio o compagno di ventura. Il doppio, dunque, come baluardo in difesa dell’Io, ma anche come una terribile fonte di angoscia e di scissione.

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Egon Schiele, Colui che vede se stesso II (L’uomo e la morte), 1911

Egon Schiele, Colui che vede se stesso II (L’uomo e la morte), 1911

“Io sto dipingendo quel me stesso su cui poso lo sguardo, io sono contemporaneamente colui che guarda e colui che è visto.”

Schiele, con la sua opera, enfatizzò il ruolo di vate incompreso dell’artista: nella torturata proiezione di sé denunciò tutto lo smarrimento della condizione di colui che vede se stesso ed entro se stesso, prigioniero di una coscienza troppo acuta.

L’artista, come diceva Baudelaire, pervenuto alla consapevolezza della propria grandezza e diversità rispetto alla norma borghese, è come l’albatro “principe delle nubi che sta con l’uragano e ride degli arcieri; esule in terra fra gli scherni, impediscono che cammini le sue ali da gigante.”

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Egon Schiele, Autoritratto con alchechengi, 1912

Egon Schiele, Autoritratto con alchechengi, 1912

Egon Schiele: l’autoritratto come forma di analisi ultima modifica: 2013-02-23T16:08:39+00:00 da barbara
6 Comments
  • Frida Kahlo: la pittura dei dolori | barbarainwonderlart
    Posted at 16:27h, 03 marzo Rispondi

    […] sviluppò una pittura personale ed intimista, privilegiando l’autoritratto come forma di autoanalisi e come attestazione della propria esistenza: il risultato fu un’arte minuta e descrittiva, […]

  • Aithne
    Posted at 08:49h, 26 febbraio Rispondi

    […] Egon Schiele: l’autoritratto come forma di analisi […]

  • M.S.
    Posted at 17:34h, 18 giugno Rispondi

    Tantissimi sentiti complimenti per questo articolo e per tutti gli altri che sto leggendo con grandissimo piacere tutti d’un fiato mentre viaggio nel tempo delle meraviglie artistiche che per fortuna l’essere umano, nonostante tutto, è riuscito a creare.
    Questa tua analisi di Schiele in particolare, mi ha colpito tantissimo, è perfetta, breve e intensa, come la vita dell’artista. Oltre che molto attenta e precisa. Amo profondamente Schiele e ho ritrovato nelle tue analisi la sintesi perfetta della sua opera in vita. Insomma, grazie per il tuo lavoro, questo sito è davvero piacevole!!!

    • barbara
      Posted at 23:30h, 22 giugno Rispondi

      grazie a te… in quello che scrivo ci metto passione ed amore…. nulla di più… passione ed amore, la chiave dell’esistenza…

    • barbara
      Posted at 18:50h, 23 giugno Rispondi

      Grazie a te. Ti sono grata per i tuoi complimenti, alla fine scrivo per amore dell’arte e la mia più grande soddisfazione è quella di raggiungere la mente, ma soprattutto il cuore, di chi mi legge. Sapere di essere riuscita nell’intento è la ricompensa più gradita. Grazie ancora 😉

    • barbara
      Posted at 14:08h, 28 settembre Rispondi

      Grazie mille a te. Spero che tu possa continuare a trovare cose interessanti.

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