"La bellezza non è rara." ( J. Luis Borges)
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Egon Schiele: Tormento ed Estasi

Egon Schiele: Tormento ed Estasi

Anton Josef Trčka, Ritratto di Egon Schiele, 1914

Anton Josef Trčka, Ritratto di Egon Schiele, 1914

“Nessuna opera d’arte erotica è una porcheria, quand’è artisticamente rilevante, diventa una porcheria solo tramite l’osservatore, se costui è un porco.” (Egon Schiele)

Il 31 ottobre 1918, a soli ventott’anni, Egon Schiele morì a Vienna sfinito dalla febbre spagnola. Un’esistenza breve ma vissuta con intensità, in un’epoca dove l’individuo, attorniato da una realtà ostile, si rifugiava nella propria interiorità proiettandovi tutto il proprio malessere ed il proprio tormento.

Tra il 1890 – anno di nascita dell’artista – ed il 1918, Vienna fu una fucina privilegiata per lo sviluppo di idee e tematiche che troveranno in seguito la loro piena maturazione; un centro intellettuale e culturale denso di fermenti, protagonista del tramonto di un’età felice e consapevole della rovina incombente: l’utopia estetica della Secessione si andava mutando nel grido solitario dell’Espressionismo.

“Mai vi fu epoca più sconvolta dalla disperazione, dall’orrore della morte. mai più sepolcrale silenzio ha regnato sul mondo. Mai l’uomo è stato più piccolo. Mai è stato più inquieto. Mai la gioia è stata più assente e la libertà più morta. Ed ecco urlare la disperazione: l’uomo chiede urlando la sua anima, un solo grido d’angoscia sale dal nostro tempo. Anche l’arte urla nelle tenebre, chiama al soccorso, invoca lo spirito: è l’espressionismo.”

(Hermann Bahr)

Egon Schiele, con la sua opera, si fece interprete della decadenza e della nevrosi di fine secolo, esprimendo quella che era la sua stessa angoscia e fragilità di fronte ad una coscienza troppo acuta della realtà.

Prematuramente segnato dalla morte del padre, invischiato in un rapporto ambiguo con la sorella Gertrud, che sarà la sua prima modella, Schiele sviluppò una particolare coscienza nevrotica ed ossessiva che tradusse nel segno allucinato e nelle tematiche dei suoi quadri: sesso e morte, colpa ed espiazione, caducità e declino. Un giovane sradicato ed isolato che riversò nella sua arte delle ferite personali non ancora ricucite.

Egon Schiele, Nudo femminile, 1914

Egon Schiele, Nudo femminile, 1914

Con Schiele l’elegante e raffinata linea klimtiana si fece stridente e acuta: alla ricerca terapeutica della serenità delle forme si sostituì un grido di sconforto di fronte alla malattia della modernità.

Il sogno estatico della Secessione venne soppiantato da un incubo costantemente presente nelle tele dell’artista: il segno lacera e decompone una realtà da cui non si può fuggire ma che, nello stesso tempo, non si è più in grado di analizzare.

Schiele debuttò ufficialmente nella scena artistica viennese nel 1909, con un’esposizione nella Kunstschau, che aveva ospitato l’anno prima una retrospettiva dell’amico e maestro Gustav Klimt.

Egli si presentò subito come un imitatore di Klimt anche se con delle diversità già maturate e presenti: all’ossessione decorativa di Klimt Schiele sostituì il vuoto, un vuoto atto a potenziare ed isolare l’immagine restituendone tutta la sua drammatica essenzialità.

Le persone, i paesaggi, la natura di Schiele sono colti nella loro caducità e nel loro struggimento emotivo: nessun orpello od eleganza formale è in grado di abbellire una condizione di per se drammaticamente precaria, sospesa sull’orlo dell’abisso. “Tutto ciò che sta vivendo è già morto” – sosteneva Schiele a questo proposito, vedendo nella natura il senso stesso della precarietà.

Egon Schiele, Nudo femminile, 1910

Egon Schiele, Nudo femminile, 1910

Con Schiele, pur nato dalle costole di Klimt, avvenne quell’evoluzione verso l’espressionismo, anche se, nell’artista, la lacerazione della forma non si compì completamente rimanendo sempre al limite: la linea si acuisce nello sforzo di rompere quella forma a cui è saldamente legata.

La serie di ritratti ed autoritratti che Schiele ci lascia sono la testimonianza delle ansie di un’epoca: egli penetrò nel dolore e nella sofferenza in prima persona spogliando, nel contempo, la realtà della sua aurea di sanità e compiutezza: personaggi frammentari, amputati, preda della loro nevrosi e costretti, come delle marionette, nella loro solitudine esistenziale.

La deformazione, l’artificio delle pose e delle inquadrature, l’enfasi del nudo e della magrezza sono tutte delle provocazioni: una denuncia del male psichico e del male sociale.

In tal senso Schiele si fece e si autoproclamò come nuovo demiurgo, colui che vedeva dove gli altri non vedevano, denunciando tutto l’orrore e la follia emergenti dentro e fuori di sé.

Anche il tema del sesso in Schiele, come in Munch, venne trattato nella sua variante più dannata e distruttiva: un morbo e una punizione a cui non ci si può sottrarre. “Credo che l’uomo debba soffrire la tortura sessuale finché è capace di sentimenti sessuali.”

Le caotiche pulsioni del sesso in Schiele sono quelle dell’adolescente turbato dal proprio sviluppo, disorientato di fronte alla ricerca ed all’affermazione della propria identità sessuale: un misto d’istinto e di repressione che finiscono per deformare le naturali istanze della vita.

Vienna all’epoca era ossessionata dal sesso ma, nel contempo, viveva in un clima di perbenismo castrante. Al desiderio non rimanevano che tre possibilità malsane di espressione: dissimulazione, frustrazione e trasgressione.

Egon Schiele, Gli amanti, 1917

Egon Schiele, Gli amanti, 1917

Nel 1909 con Assasinio speranza delle donne Kokoschka cancellò qualsiasi illusione di un sogno d’amore: il sesso non è che una guerra in cui ciascuno cerca nell’altro il proprio assassino. E così Schiele mise in scena la malattia di un’epoca, la paura delle proprie pulsioni, dei propri istinti che vennero raggelati e deformati in corpi senza languore, devastati dall’ansia e corrosi dal marchio del peccato e della trasgressione.

Nel 1918, al momento della grande mostra antologica della Secessione, Schiele approdò alla sua piena maturità artistica, il culmine e la fine della sua breve e fulminante carriera.

“Il mio cammino conduce nell’abisso.” (Egon Schiele)

 

Egon Schiele: Tormento ed Estasi ultima modifica: 2013-02-08T16:34:07+00:00 da barbara
11 Comments
  • tramedipensieri
    Posted at 17:16h, 08 febbraio Rispondi

    Bellissimo post!

  • helios2012
    Posted at 21:48h, 08 febbraio Rispondi

    Ora osservo soprattutto i movimenti corporei dei monti, delle acque, degli alberi,dei fiori. Tutto mi richiama alla memoria i movimenti analoghi del corpo umano, i moti analoghi di gioia e di sofferenza delle piante. La sola pittura non mi basta ; so che con i colori è possibile creare qualità intrinseche.
    Si può presentire intimamente, nel profondo del cuore, un albero autunnale in piena estate ; io vorrei dipingere questa malinconia

    *Tratto da lettere di Egon Schiele*
    Ad Arthur Roesleer

  • helios2012
    Posted at 21:51h, 08 febbraio Rispondi

    So che non esiste un’arte moderna, ma un’arte che è sempre la stessa perenne.
    *Del resto gli artisti nuovi creano da soli e per se stessi..

    *Fate in modo di vedere ,se ne siete capaci, dentro l’opera d’arte*

    *Io dipingo la luce che emana da tutti i corpi
    *L’arte non può avere un fine utilitario

    Egon Schiele

  • collezionistadiesperienze
    Posted at 14:32h, 09 febbraio Rispondi

    Bravissima! Bello davvero questo articolo. Ti seguirò ancora con molto piacere! 😉

  • Aithne
    Posted at 08:49h, 26 febbraio Rispondi

    […] corso della sua breve ma intensa attività pittorica, Egon Schiele eseguì numerosi autoritratti, seguendo un filone molto in voga al volgere del diciannovesimo […]

  • Roger Tarantola
    Posted at 11:01h, 05 ottobre Rispondi

    Questo post non è solo interessante, ma è di una bellezza paralizzante. Scrivi molto bene, traspare dalle parole tutta la tua istruzione in campo artistico, e trasmetti tutta l’intensità di opere così struggenti e tormentate. Grazie davvero, il tuo blog diventerà per me una droga.

    • barbarameletto
      Posted at 11:53h, 05 ottobre Rispondi

      Grazie a te … una droga sana almeno 😉 A parte gli scherzi le tue parole mi aprono il cuore e mi fanno perseverare nel mio lavoro di divulgazione.
      Sono innamorata di ciò che scrivo e se questo traspare mi fa infinitamente piacere. 😀 Grazie mille ancora

  • Franz von Stuck: l’ultimo Cavaliere della pittura | barbarainwonderlart © Barbara Meletto
    Posted at 21:14h, 09 ottobre Rispondi

    […] incontrastata, superiore perfino a quella del grande Gustav Klimt; fu a von Stuck che Egon Schiele scrisse nel 1908 per chiedere “una parola della sua divina persona per essere accettato […]

  • Egon Schiele: l’autoritratto come forma di analisi
    Posted at 16:48h, 09 aprile Rispondi

    […] corso della sua breve ma intensa attività pittorica, Egon Schiele eseguì numerosi autoritratti, seguendo un filone molto in voga al volgere del diciannovesimo […]

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