"La bellezza non è rara." ( J. Luis Borges)
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Il Futurismo: l’Italia all’Avanguardia

Il Futurismo: l’Italia all’Avanguardia

Futurismo - Rougena Zátková, Ritratto di Marinetti, 1918

Rougena Zátková, Ritratto di Marinetti, 1918

1.
NOI VOGLIAMO CANTARE l’amor del pericolo, l’abitudine all’energia e alla temerità.

2.
Il coraggio, l’audacia, la ribellione, saranno elementi essenziali della nostra poesia.

3.
La letteratura esaltò fino a oggi l’immobilità pensosa, l’estasi e il sonno. Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l’insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo e il pugno.

4.
Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità. Un automobile da corsa col suo cofano adorno di grossi tubi simili a serpenti dall’alito esplosivo… un’automobile ruggente, che sembra correre sulla mitraglia, è più bella della Vittoria di Samotracia.

5.
Noi vogliamo inneggiare all’uomo che tiene il volante, la cui asta attraversa la Terra, lanciata a corsa, essa pure, sul circuito della sua orbita.

6.
Bisogna che il poeta si prodighi con ardore, sfarzo e magnificenza, per aumentare l’entusiastico fervore degli elementi primordiali.

7.
Non v’è bellezza, se non nella lotta. Nessuna opera che non abbia un carattere aggressivo può essere un capolavoro. La poesia deve essere conseguita come un violento assalto contro le forze ignote, per ridurle a prostrarsi davanti all’uomo.

8.
Noi siamo sul promontorio estremo dei secoli!… Perché dovremmo guardarci alle spalle, se vogliamo sfondare le misteriose porte dell’Impossibile? Il Tempo e lo Spazio morirono ieri. Noi viviamo già nell’assoluto, poiché abbiamo già creata l’eterna velocità onnipresente.

9.
Noi vogliamo glorificare la guerra — sola igiene del mondo —, il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei libertari, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna.

10.
Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie d’ogni specie, e combattere contro il moralismo, il femminismo e contro ogni viltà opportunistica o utilitaria.

11.
Noi canteremo le grandi folle agitate dal lavoro, dal piacere o dalla sommossa: canteremo le maree multicolori e polifoniche delle rivoluzioni nelle capitali moderne; canteremo il vibrante fervore notturno degli arsenali e dei cantieri incendiati da violente lune elettriche; le stazioni ingorde, divoratrici di serpi che fumano; le officine appese alle nuvole pei contorti fili dei loro fumi; i ponti simili a ginnasti giganti che scavalcano i fiumi, balenanti al sole con un luccichio di coltelli; i piroscafi avventurosi che fiutano l’orizzonte, le locomotive dall’ampio petto, che scalpitano sulle rotaie, come enormi cavalli d’acciaio imbrigliati di tubi, e il volo scivolante degli aeroplani, la cui elica garrisce al vento come una bandiera e sembra applaudire come una folla entusiasta. È dall’Italia, che noi lanciamo pel mondo questo nostro manifesto di violenza travolgente e incendiaria, col quale fondiamo oggi il Futurismo, perché vogliamo liberare questo paese dalla sua fetida cancrena di professori, d’archeologhi, di ciceroni e d’antiquarii.

Con queste parole Filippo Tommaso Marinetti, il 20 febbraio 1909, lancia, attraverso le pagine de Le Figaro, il suo proclama per il rinnovamento e lo svecchiamento dell’arte rispetto alla tradizione simbolista-decadente, che si andava dissolvendo nei primi decenni del Novecento.

Marinetti interviene con un testo provocatorio, ricco di metafore e di allusioni che evocano il piacere individuale della sensazione: è la nascita di un nuovo uomo, figlio dell’età delle macchine, venuto alla luce dall’ignoto e dalla nietzschiana follia.

Futurismo - Umberto Boccioni, La risata, 1911

Umberto Boccioni, La risata, 1911

Il pensiero di Marinetti, come si evince dalle sue parole, non era nè provinciale, nè avulso dal contemporaneo contesto europeo della nuova e rivoluzionaria ideologia avanguardistica; anche il suo inneggiare alla macchina e alla guerra non era frutto di una momentanea infatuazione, ma si collocava in un contesto culturale di più ampia portata, benchè suscettibile di corrompersi in degenerazione.

Ciò che occorre tenere presente, oltre alla radicalità del linguaggio utilizzato, è la vocazione ad un’avanguardia totale e totalizzante, in grado di estendersi a tutti i campi dell’arte e atta ad incidere nella vita, nel costume e nella politica.

Nel campo dell’arte figurativa, lo stimolo marinettieno si colloca soprattutto su di un piano promozionale, non mancando, però, anche di incidere nella sostanza. Dapprima nell’incitazione all’uso di un colore violento e, soprattutto, nella tematica della macchina e quella del dinamismo e del movimento.

Futurismo - Carlo Carrà, Ritratto di Marinetti, 1910-1911

Carlo Carrà, Ritratto di Marinetti, 1910-1911

Non si può parlare di una vera e propria pittura futurista fino alla fine del 1910: molti tentativi di far nascere un’arte nuova passano, infatti, ancora attraverso diverse influenze, non ancora superate.

Boccioni alterna un esasperato espressionismo munchiano a un divisionismo alla Seraut. Russolo non si discosta dal simbolismo, Carrà lotta tra un accademismo ottocetentesco e le nuove ricerche sul colore, mentre Severini è fortemente influenzato dalla pittura postimpressionista francese.

Futurismo - Carlo Carrà, Le nuotatrici, 1910

Carlo Carrà, Le nuotatrici, 1910

Nonostante ciò, nel primo anno di attività, le manifestazioni e le serate futuriste si susseguono, provocando grande scompiglio e sconcerto tra il pubblico. Nell’aprile del 1910 vengono esposte le prime opere futuriste in un padiglione situato alla periferia di Milano, dedicato alla Mostra d’arte libera. In questa grande esposizione, una piccola sezione viene dedicata ai futuristi milanesi: Boccioni, Carrà e Russolo.

La reazione del pubblico e della critica a queste opere è tra le più varie.

L’attacco più energico viene da Ardengo Soffici, un giovane letterato fiorentino, aperto alle tendenze più innovative dall’avanguardia e molto vicino alle esperienze culturali, letterarie e artistiche francesi.

Egli, intendendo vedere l’arte che avrebbe potuto svecchiare l’Italia dal tetro ed accademico provincialismo, si recò a Milano per visitare tale mostra.

La reazione fu pronta e violenta: in un articolo apparso sulla Voce del 22 giugno, Soffici definì tali tele come delle “sciocche e laide smargiassate di poco scrupolosi messeri, i quali vedendo il mondo torbidamente, senza senso di poesia, con gli occhi del più pachidermico maialaio d’America, vogliono far credere di vederlo fiorito e fiammeggiante, e credono che lo stiaffar colore da forsennati su un quadro di bidelli d’Accademia, o ritirare in piazza il filacciume del divisionismo, questo morto errore segantiniano, possa far riuscire il loro gioco al cospetto della folla babbea.”

Futurismo - Umberto Boccioni, La città sale, 1910-1911

Umberto Boccioni, La città sale, 1910-1911

L’attacco di Soffici fu decisamente forte, ma rispecchia la condizione di una produzione artistica che, negli esiti, faticava ancora a dare voce alla virulenta poetica marinettiana: troppo legata ad esperienze accademiche, liberamente mescolate agli esiti delle avanguardie europee, senza, però, trovare quello spessore e quella originalità di una forma stilistica compiuta ed originale.

Marinetti, nel frattempo, cerca di far conoscere il Futurismo al di fuori dell’Italia: prende contatti a Parigi per un’esposizione che sarà inaugurata nel febbraio del 1912 alla Galerie Bernheim-Jeune. La mostra di Parigi passa poi a Londra, a Berlino e in numerose altre capitali europee: tra plausi e biasimi il Futurismo si affaccia così sulla scena internazionale.

Futurismo - Umberto Boccioni, Il lutto, 1910

Umberto Boccioni, Il lutto, 1910

Gli artisti futuristi si dimostrano, allora, un gruppo più compatto e maturo, cominciano a prendere coscienza della loro particolarità e originalità, rispetto alle altre avanguardie europee, per la ricerca che conducono sul movimento e la dinamicità.

“Non solo noi abbiamo abbandonato il modo radicale e il modo interamente sviluppato secondo il suo movimento fisso e quindi artificiale, ma tagliamo bruscamente e a piacere nostro ogni motivo con uno o più altri motivi, di cui non offriamo mai lo sviluppo intero, ma semplicemente le note, iniziali, centrali o finali. Come vedete, c’è in noi, non solo la verità, ma caos e urto di ritmi assolutamente opposti che riduciamo non di meno ad un’armonia nuova. Noi giungiamo così a ciò che chiamiamo la pittura degli stati d’animo.”

In seguito alla maturazione del movimento futurista, si ricompone anche la frattura con il gruppo toscano de la Voce: i futuristi trovano così un nuovo organo di propaganda nella rivista Lacerba (pubblicata dal 1913) e il sodalizio con il gruppo fiorentino porta ad un rinnovato attivismo e spirito di polemica.

Nuovi manifesti si avvicendano all’originario programma propagandistico: L’immaginazione senza fili e Le parole in libertà di Marinetti; La pittura dei suoni, rumori, odori di Carrà; Le analogie plastiche di Severini; L’antitradizione futurista di Apollinaire e molti altri ancora, con un ritmo serrato e un vigoroso spirito battagliero.

Varie mostre vengono organizzate e, al gruppo iniziale, si aggiungono nuovi compagni di intenti, quali Depero, Prampolini, Rosai, Morandi, Cangiullo e Arturo Martini. Verso la fine del 1913 viene inaugurata, a Firenze, la mostra Lacerba e, nello stesso periodo, a Roma l’esposizione di scultura di Umberto Boccioni. Frattanto, però, il sodalizio con i lacerbiani si spezza e si riaccendono i toni polemici tra questi ultimi e i futuristi: rottura sugellata dall’articolo di papini, Palazzeschi e Soffici, Futurismo e Marinettismo.

Alle fine del 1914 iniziano le manifestazioni interventiste alle quali i futuristi partecipano: cambia lo scenario e cambia il contesto politico siamo oramai alle soglie della prima guerra mondiale, l’arte futurista palesandosi come volontà e azione non può che parteciparvi attivamente.

“[…] Per gli altri popoli l’Italia è ancora una terra di morti, un’immensa Pompei biancheggiante di sepolcri. L’Italia invece rinasce, e al suo risorgimento politico segue il risorgimento intellettuale.

Nel paese degli analfabeti vanno moltiplicandosi le scuole: nel paese del dolce far niente ruggono ormai officine innumerevoli: nel paese dell’estetica tradizionale spiccano oggi il volo ispirazioni sfolgoranti di novità. […]

Volendo noi pure contribuire al necessario rinnovamento di tutte le espressioni d’arte, dichiariamo guerra, risolutamente, a tutti quegli artisti e a tutte quelle istituzioni che pur camuffandosi d’una veste di falsa modernità, rimangono invischiati nella tradizione, nell’accademismo, e soprattutto in una ripugnante pigrizia cerebrale.”

(da il Manifesto dei pittori futuristi, aprile 1912)

Futurismo - Umberto Boccioni, Gli addii, Stati d'animo II, 1911

Umberto Boccioni, Gli addii, Stati d’animo II, 1911

Il Futurismo: l’Italia all’Avanguardia ultima modifica: 2012-12-29T18:36:27+00:00 da barbara
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